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martedì 30 novembre 2021
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Le città negate del Sud

Quando esce a Napoli Emanuela Romano – campionessa paralimpica di nuoto agli ultimi Mondiali di Montreal, nata nel ’90 con una malattia genetica, l’artrogriposi, che non ha fatto sviluppare i muscoli delle sue gambe – sceglie di non utilizzare la sedia a rotelle: «Ho un’autonomia di 20 minuti prima di iniziare a stancarmi – racconta la donna a Corriere Sociale Magazine (disponibile sulla digital edition del Corriere delle Sera) che, sul numero di aprile, pubblica un’inchiesta sull’accessibilità del sud. città sud italiaCerto vorrei che la mia città non mi fosse negata, vorrei andare ovunque ma con la carrozzina rischierei di finire in un fosso, di rimanere sul marciapiede perché non posso entrare in un palazzo, in un negozio. Già il marciapiede. Notate la pendenza? Ci vuole un talento da equilibrista per non ribaltarsi con tutta la sedia».

Napoli come Bari l’elenco di chi dice “così non si può vivere” è lungo. «Ho trovato alberghi a norma – sottolinea Giuseppe Pinto, presidente del Comitati Italiano Paralimpico Puglia – che però avevano l’entrata posteriore adattata, non quella principale, per questioni estetiche. Spesso e volentieri nei luoghi pubblici il bagno per disabili è usato come ripostiglio, perché si pensa ci sia spazio in abbondanza per scope e detersivi. È assurdo. Secondo me ci dovrebbe essere la struttura con l’accesso. Senza differenziazioni. Siamo tutti uguali».

O ancora come la Sicilia. «A Rosolini, dove vivo io – racconta Carmelo Caruso, presidente della divisione siciliana del Movimento italiani disabili a Paola Cacace del Corriere Sociale Magazine – in Comune non si può entrare. Il marciapiede non ha la salita, l’entrata al Municipio non ha rampa e all’interno non c’è ascensore. Questo mi fa tra l’altro pensare che in molte città siciliane, essendo città storiche, con architetture soprattutto barocche, l’accesso sia negato ovunque. Perché? Perché sono gli stessi marciapiedi a negare la città, la mobilità ai disabili. Come avviene a Noto».

Una cecità sempre più pericolosa, lo abbiamo detto più volte, la sola assistenza non è più sostenibile ed è ingiusta. Occorre lavorare per far sì che tutti possano vivere e partecipare alla vita di un paese. Contribuendo ciascuno a suo modo e per le sue possibilità alla vita economica, ma anche potendo usufruire delle stesse opportunità di vita autonoma delle altre persone. Impossibile non è. E qualche passo lo si sta vedendo a Matera (leggi il post a riguardo) e a Siracusa dove partendo dal turismo si sta facendo cultura della disabilità.

Un disagio che è ben evidente dai numeri: in media una persona con disabilità al Nord ha “servizi” per 5.370 euro contro i 777 euro del Meridione. (secondo l’Istat l’Italia è, in Europa, con Malta e Cipro quella che spende di meno per le persone con disabilità). Sfugge però il senso del persistere lungo la via dell’assistenza invece di discendere lungo la via dell’integrazione. La classica indolenza politica, l’incapacità a guardare oltre e programmare un futuro che vedrà il numero delle persone con disabilità crescere (anche per via dell’allungamento della vita media).

Perché si deve fare? Leggete con attenzione le confessioni, gli sfoghi amari e arrabbiati raccolti da Paola Cacace, parole di uomini e donne che chiedono solo di poter vivere la loro vita a pieno. Sottolineo uomini e donne. Come noi. Come voi. Come magari i vostri genitori anziani che hanno qualche acciacco di troppo e iniziano a faticare nei movimenti… alla fin fine un luogo accessibile lo è davvero per tutti.

Fonte: corriere.it

(s.f/c.a.)

 

 


Ultimo aggiornamento Aggiornata il 29 Aprile 2015
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