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lunedì 22 ottobre 2018
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La rivoluzione basagliana continua, non senza difficoltà

“Martedì 12 novembre, il giorno della partenza. Marco Cavallo era atteso in piazza Unità. ospedalepsichiatricoLa piazza era impraticabile. Raffiche fino a 159 chilometri orari. Come non ricordare quella lontana domenica di bora del 25 febbraio del ’73, quando il Cavallo, ingigantito dai desideri e dai bisogni dei mille internati di San Giovanni, provò a uscire!”

Peppe dell’Acqua c’era quando la grande rivoluzione iniziata da Franco Basaglia sconvolse le fondamenta delle istituzioni manicomiali. Era nell’équipe che a Trieste diede il via allo smascheramento degli orrori perpetrati a lungo e nel silenzio dalla psichiatria: oggi è definito l’erede di Basaglia e incessantemente racconta ciò che ha visto e ciò che ha fatto al fianco del “filosofo”, come era definito non senza spregio da alcuni.

Marco Cavallo, la grande costruzione di cartapesta blu, il simbolo di quella liberazione che portò gli internati dei manicomi ad uscire fuori dalle mura, il simbolo di una nuova prospettiva e di una nuova modalità di trattamento degli internati, oggi gira le città italiane, libero.

La legge 180, la chiusura dei manicomi, l’apertura dei CSM (centri di salute mentale) e più in generale la rivoluzione di pensiero: non più contenimento e allontanamento, ma sostegno e cura, dentro e fuori. L’Italia da questo punto di vista è stato un paese pioniere. Tuttavia rimane ancora molto da fare. Sono in effetti trascorsi più di quarant’anni dalla legge che ha portato alla chiusura dei manicomi, ma l’associazione malattia mentale – pericolosità è un binomio che si fatica ancora a scindere. E gli OPG, gli ospedali psichiatrici giudiziari, ne sono la più brutale espressione.

Sono nati negli anni ’70 in sostituzione dei vecchi manicomi criminali. Si tratta di strutture giudiziarie dipendenti dall’amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia che prevedono di fatto la detenzione di persone con malattia mentale che hanno commesso crimini. Nel 2014 si contavano sei OPG in tutta Italia per un totale di 790 detenuti, un numero che nel corso degli anni si è ridotto notevolmente (nel 2010 se ne contavano 1400). Sul  ricovero in OPG si è più volte espressa la Corte Costituzionale; importante al riguardo è la sentenza n. 253/2003 con cui la corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della parte dell’articolo che:

« non consente al giudice […] di adottare, in luogo del ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario, una diversa misura di sicurezza, prevista dalla legge, idonea ad assicurare adeguate cure dell’infermo di mente e a far fronte alla sua pericolosità sociale. »

Già nel 2011, il decreto legge 22 dicembre 2011, n. 211, successivamente convertito in legge 17 febbraio 2012, n. 9, aveva disposto all’art. 3-ter la chiusura delle strutture per la data del 31 marzo 2013. La data è stata prorogata al 31 marzo 2015 e finalmente il provvedimento sembra che stia per diventare realtà.

Ciò che ha dato realmente il via a questo processo di “demolizione” dell’ospedale psichiatrico giudiziario è stata la Commissione d’inchiesta del Senato sull’efficacia ed efficienza del Servizio sanitario nazionale, presieduta da Ignazio Marino, che ha presentato  un documentario che raccontava la vita dietro le sbarre. Dall’indagine condotta sugli ospedali di Barcellona Pozzo di Gotto (Me), Aversa (Ce), Napoli, Montelupo Fiorentino (Fi), Reggio Emilia e Castiglione delle Stiviere, emerge un quadro chiaro: in queste strutture che avrebbero dovuto sostituire i manicomi criminali, in realtà, le cose non sono cambiate di molto.

Unitamente a questa inchiesta si è espressa più volte l’associazione Antigone che si interessa dei diritti e delle garanzie nel sistema penale.

Entriamo più nel merito della legge in sé e di come sembra essere recepita da. Aprendo la Stampa per esempio si può leggere:

“…Il 31 marzo l’Italia dice addio ai vecchi manicomi criminali. “Con la nuova legge molti internati pericolosi usciranno” C’è il «cannibale di Pineto», che quattro anni fa tentò di uccidere una donna per poi cibarsene, recluso nell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa. Le mura dell’Opg di Castiglione delle Stiviere custodiscono il «pugile omicida», che ha visto il diavolo mentre massacrava a mani nude una filippina di 41 anni. E c’è la badante ucraina di 33 anni, che quattro anni fa esatti uccise con dieci coltellate l’ottantottenne che accudiva perché «spinta dai vampiri». La diagnosi di schizofrenia l’ha portata dentro le mura dell’ Ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione, vicino Mantova. Ma tra quattro anni potrebbe tornare in piena libertà. Senza che nessuno tuteli lei e noi.” (LaStampa, 29 Marzo)

 

Oppure su La Repubblica:

Prima ha ingoiato delle pile, poi ha dato fuoco alla cella e infine ha aggredito due compagni di detenzione. Protagonista,

martedì sera, un internato all’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montelupo Fiorentino (Firenze). A darne notizia è il sindacato della polizia penitenziaria Sappe, tramite il proprio segretario Donato Capece. “Sono stati momenti di alta tensione, gestiti al meglio dal personale di polizia penitenziaria che con grande professionalità ha impedito conseguenze più gravi all’interno dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario”, (la Repubblica, 17 Marzo).

Si tratta di un eccesso di allarmismo sociale che nuovamente mette in luce il pregiudizio e di un accurato e selettivo lavoro dei media volto ad alimentare la diffidenza, oppure i timori sono fondati e la situazione più complicata di quello che sembra?

Sulla questione si espressa anche la Società italiana psichiatria (Sip) che pure si è battuta contro gli «ergastoli bianchi» e per la chiusura degli «Opg-lager». «E’ un pasticcio», ammette il segretario nazionale, Enrico Zanalda, che ci tiene a respingere la formula di «pericolosità sociale». «Ma è chiaro che serve una modifica del codice penale che, in caso di vizio totale o parziale di mente, consenta di detenere e curare in case circondariali le persone più gravi».

La questione è esattamente questa. Lo diceva già Franco Basaglia: non basta chiudere le istituzioni totali; non è sufficiente bloccare gli orrori se poi a questi non si crea un’alternativa valida. La malattia mentale è una questione delicata: contrari allo stigma, ma anche consapevoli che essa necessita di attenzioni e di competenze specifiche da parte degli operatori. Non basta fare della “filosofia”, e nemmeno rattoppare laddove l’evidenza rende necessario un cambiamento di fatto, ma è necessario che ad un pensiero consegua un’azione che tenga conto dei rischi.

«La legge –denuncia invece Massimo Cozza, segretario nazionale della Cgil medici e psichiatra- affida ai soli infermieri il compito di accompagnare i sorvegliati agli ospedali quando necessario per una cura e anche questo non sembra un modo di garantire la sicurezza». Non a caso qualche giorno fa A.M., che strangolò la madre a Prato, è fuggito durante un trasferimento. «Per ora solo in Emilia Romagna sono però pronte, in altre nove regioni ci si è limitati ad individuare dove aprirle e altrove non si è fatto nulla», spiega Zanalda. Dove i magistrati dovrebbero far sorvegliare gli internati resta un mistero. In Lombardia una delibera prevede che a Castiglione si cambi targa, passando dalla scritta Opg a Rems,  residenze per l’esecuzione della misura di sicurezza sanitaria. Quello che ci si augura è che il cambiamento sia sostanziale e non soltanto fumo negli occhi.

Riportiamo per conoscenza il testo dell’appello che il comitato Stopopg ha presentato per la definitiva chiusura degli OPG.

 

Il testo dell’Appello

Chiudere gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG), senza proroghe e senza trucchi
“… luoghi indegni per un Paese appena civile” (G. Napolitano)

La data per la chiusura degli OPG si avvicina: il 31 marzo 2015 è la scadenza fissata dalla legge.Vogliamo essere sicuri che sarà rispettata. E che al loro posto non si apriranno nuove strutture manicomiali. Perciò continua la mobilitazione:

  • per far chiudere gli  OPG al 31 marzo 2015 senza proroghe e senza trucchi
  • per la nomina di un Commissario per l’attuazione della legge 81/2014 sul superamento degli Opg
  • per fermare i nuovi ingressi e favorire le dimissioni, con buone pratiche per la salute mentale, una buona assistenza socio sanitaria nel territorio,
  • per evitare che al posto degli Opg crescano nuove strutture manicomiali (le cosiddette Rems: i “mini Opg” il cui numero può e deve essere invece drasticamente ridotto

Per InformadisAbile
Simone Piani


Ultimo aggiornamento Aggiornata il 30 marzo 2015
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