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venerdì 20 settembre 2019
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Assistenza sessuale ai disabili, “così si previene l’aggressività”

La psicologa dell’Unione italiana ciechi Federica Ariani spiega l’importanza di introdurre in Italia la figura dell’assistente sessuale, un fatto di civiltà legato anche alla prevenzione: “Se l’istinto viene represso può essere sublimato in forme di aggressività auto o eterodiretta” rabbiaTORINO – Se il diritto alla sessualità delle persone disabili è entrato nell’agenda politica italiana, lo ha fatto, finora, solo di sbieco. Attualmente, sono almeno 5 i paesi europei che hanno legalizzato la figura dell’assistente sessuale: tra questi, oltre alle “vicine di casa” Svizzera e Germania, figurano la Danimarca, la Svezia e l’Olanda, dove il servizio è a carico del sistema sanitario nazionale. Di introdurlo anche in Italia si è discusso molto negli ultimi tempi: appena qualche giorno fa, il governatore della Toscana Enrico Rossi ha firmato una risoluzione che impegna la giunta regionale “a intraprendere percorsi volti alla formazione di queste figure, e a valorizzarne il ruolo culturale e sociale”. E per quanto riguarda i corsi per formare i futuri assistenti c’è Bologna a fare da apripista: ma il paradosso è che, una volta diplomati, i partecipanti non possono comunque esercitare, perché manca una legge che ne formalizzi le competenze. Nel frattempo, è trascorso quasi un anno dalla presentazione del ddl Lo Giudice (Pd), che ha trovato il favore di ampie fasce di opinione pubblica ma non è ancora stato convertito in legge.

“La sensazione, dunque, – spiega Federica Ariani, psicoterapeuta dell’Unione italiana ciechi – è che ci si compiaccia di discutere sul tema, ma manchi ancora il coraggio di tradurre il dibattito in una concreta linea d’intervento”. Intervenuta a un convegno promosso dall’Uic di Torino sul tema della sessualità e della violenza di genere nelle persone con disabilità, Ariani ha presentato una ricerca sulle figure del consulente e dell’assistente sessuale. “La consulenza – spiega – rappresenta un primo passaggio, che serve all’utente per imparare a prendere consapevolezza e sviluppare una migliore gestione delle proprie pulsioni. Al momento, l’unico sportello pubblico di consulenza a livello nazionale si trova proprio a Torino, presso il servizio Passepartout, l’ente che i occupa di disabilità per conto del comune. All’interno della struttura lavorano psicoterapeuti specializzati, che oltre ai ragazzi seguono anche le rispettive famiglie. Le quali tendono spesso a chiedere aiuto quando i loro figli iniziano a manifestare le prime pulsioni sessuali”.

Nelle sue ricerche, Ariani si è trovata a contatto con una realtà molto dura, “che in Italia è quasi del tutto sconosciuta – spiega – perché il sesso, a dispetto di una evidente sovraesposizione, è ancora un grande tabù per gli italiani. Ci sono madri di adolescenti colpiti da disabilità motorie gravi che sono costrette ad aiutare i figli nella masturbazione: situazioni di questo genere rappresentano un trauma per la madre quanto per il ragazzo, seppure nell’immediato possano alleviarne la frustrazione. Nonostante questo, tutto tace sul fronte di una legge che regoli finalmente l’assistenza sessuale”.

Ariani, infatti, è convinta “che la stessa consulenza sia solo una prima tappa di un percorso che passa necessariamente attraverso l’assistenza sessuale. Il punto è che qualsiasi essere umano sperimenta, senza eccezioni, delle pulsioni sessuali: la sessualità attiene alla riproduzione, che è il più grande istinto dell’essere umano. Se questo istinto non viene in qualche modo espresso, con il tempo diverrà represso; finendo, nei casi più complessi, per essere sublimato in forme di compulsività o di aggressività auto o eterodiretta. Quando, ad esempio, osserviamo una persona con disabilità cognitiva che non riesce a trattenersi dal masturbarsi in pubblico, o che si rende protagonista di avance ai limiti dell’aggressività, spesso siamo di fronte a qualcuno che non ha avuto modo di metabolizzare ed imparare a esprimere correttamente le proprie pulsioni”.

Secondo Ariani, in questo senso, “introdurre l’assistenza sessuale è un fattore di prevenzione, oltre che una forma di civiltà. “Dal 1982 a oggi, – spiega – in Olanda, oltre 2500 utenti hanno beneficiato dei servizi di assistenza: queste persone hanno avuto modo di sviluppare una maggior consapevolezza e sicurezza di sé e del proprio corpo, che in molti casi ha permesso loro di costruire delle relazioni con persone cosiddette normodotate. Ci si chiede spesso, infatti, cosa succeda dopo che questi ragazzi sono passati attraverso un percorso di questo genere; la risposta più frequente è che non basta fornir loro un servizio, ma è la società nel suo complesso che andrebbe educata a una maggiore consapevolezza. Questo andrà sicuramente fatto, attraverso l’educazione sessuale e la sensibilizzazione nelle scuole e con i giovani: ma le esperienze in corso all’estero ci dicono che, spesso, rendere un disabile più consapevole di sé ha un effetto positivo anche sul mondo che lo circonda” (ams)

Fonte: RedattoreSociale

(c.a.)

 

 


Ultimo aggiornamento Aggiornata il 24 Febbraio 2015
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