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martedì 17 settembre 2019
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Il noir di una certa sanità e l’equivalenza persona-pollo

Ci siamo trovati il 3 ottobre in Humanitas, a Rozzano, a discutere ancora una volta, e lo faremo sinché avremo vita o le cose non si metteranno a posto, dell’accoglienza delle persone con disabilità in ospedale. sanitàIl titolo dell’incontro era L’ospedale discrimina? e gli organizzatori erano fondazione Ariel e Spes contra spem, con la collaborazione della fondazione Umana mente del Gruppo Allianz s.p.a.. Oltre a riprendere la carta dei diritti delle persone con disabilità in ospedale abbiamo illustrato i dati di un’indagine conoscitiva presso tutte le direzioni sanitarie delle strutture ospedaliere pubbliche. Risultato agghiacciante. Acuito da una sensazione di diffuso disinteresse.

L’indagine, condotta fra gennaio e settembre 2014 e promossa anche col partenariato dall’Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane e dell’università Cattolica del sacro cuore di Roma, aveva tre obiettivi:

1) diffondere presso tutte le strutture contattate la carta dei diritti;

2) sensibilizzare le strutture circa le problematiche connesse al ricovero ospedaliero delle persone con disabilità;

3) descrivere la situazione attuale delle strutture sanitarie rispetto ai criteri, previsti dalla carta, di accessibilità, personalizzazione e coordinamento dei percorsi sanitari.

Le direzioni sanitarie hanno ricevuto via posta le credenziali con le quali accedere al questionario on-line. I solleciti sono avvenuti sia via mail sia telefonicamente. In tutto le strutture contattate sono state 814.

Ha risposto un esiguo 20%. Di male in peggio. La maggioranza ha risposto d’esser priva di mappe a rilievo e/o percorsi tattili nei nosocomi. Solo il 36% delle strutture ha un flusso prioritario per pazienti con disabilità presso i servizi ambulatoriali/day hospital con erogatori di numeri dedicati. Un misero 19% ha un punto unico di accoglienza. La presenza in pronto soccorso di locali e/o percorsi specifici per pazienti con disabilità cognitiva/intellettiva è fantascienza.

L’indagine, secondo gli organizzatori, ha valore esplorativo, considerato che era partecipata a base volontaria, ma abbozza un quadro tetro dove innanzitutto mi chiedo perché un 80% di strutture pubbliche non voglia, non riesca o si dimentichi di cooperare a un indagine su un pubblico sevizio. Scheletri negli armadi, apatia, omissioni e la storia si fa noir.

Persona, dignità, diritti, paiono concetti misteriosi. Noi quel 3 ottobre abbiamo provato ad indagarli. Serafino Corsi, docente a Brescia di psicologia della disabilità e direttore del dipartimento disabili presso la fondazione Sospiro, cita: «le persone con disabilità intellettive possono acquisire le conoscenze e le abilità per diventare più autodeterminate se opportunamente formate/sostenute» (Wehmeyer e Palmer 1996; Algozzine Browder 2001). Luisella Bosisisio Fazzi, presidente della fondazione Orizzonti sereni, consigliere Ledha a Lecco, riporta: «ai professionisti sanitari (spetta) di fornire alle persone con disabilità cure della medesima qualità rispetto a quelle fornite ad altri» (articolo 5 della convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità).

La dottoressa Maria Luisa Di Pietro, dell’Istituto di sanità pubblica e dell’università Cattolica del sacro cuore di Roma, approfondisce il criterio di persona. Per il sostanzialismo è persona chi possiede natura umana, mentre per il funzionalismo è persona chi possiede/svolge determinate caratteristiche/funzioni. Il principio di dignità ha tre sfumature: quella attribuita, cioè assegnata dagli altri a qualunque titolo, quella che coincide col benessere, cioè allo star bene con se stessi, e quella, cioè quella che l’individuo possiede in quanto essere umano.Scontato concludere che certe nozioni non siano ancora state assimilate da troppe persone. E che il funzionalismo, con l’equivalenza persona-pollo, ha solide basi per esistere. Fuor di ironia.

Fonte: corriere.it

(n.s./c.a.)

 

 

 


Ultimo aggiornamento Aggiornata il 28 Ottobre 2014
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