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lunedì 27 gennaio 2020
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Dalle strade oltre 20 mila nuovi disabili all’anno

Il foglio dell’agenda del 25 aprile 2001 è ancora vuoto. Nessun appuntamento programmato, men che meno quello con il destino. Il fato è entrato nella mia vita sotto forma di un lampo bianco, l’unico ricordo di quella sera, in una notte stellata ma buia. Erano forse i fanali della vettura investitrice. Forse il fianco dell’auto illuminata dai miei fari. E poi solo il blu intermittente dei lampeggianti dell’ambulanza che a tutta velocità mi portava all’ospedale. Mi ritorna in mente questo flash non appena leggo i dati aggiornati a Novembre 2013 sugli incidenti in Italia pubblicata in occasione della giornata mondiale delle vittime delle strada (il 17 novembre) e mentre guardo la campagna di “impatto” Ania realizzata da Oliviero Toscani.

“Nel 2012 si sono registrati in Italia 186.726 incidenti stradali con lesioni a persone. I morti (entro il 30° giorno) sono stati 3.653, i feriti 264.716” cita il rapporto Istat. Una strage.
“Rispetto al 2011, gli incidenti diminuiscono del 9,2%, i feriti del 9,3% e i decessi del 5,4%. Tra il 2001 e il 2012 la riduzione delle vittime della strada è stata pari al 48,5%, con una variazione del numero dei morti da 7.096 a 3.653”. Un calo consistente anche in Europa dove, sempre l’anno passato, sono morte 27.724 persone (l’8,8% in meno rispetto al 2011) ovvero 55 persone ogni milione di abitanti. E l’Italia si è collocata al tredicesimo posto – su 27 – nella graduatoria europea, dietro Regno Unito, Spagna, Germania e Francia.

Numeri freddi che la coscienza umana nasconde dietro un semplice meccanismo di allontanamento. Il pensiero che non possa capitare proprio a te. Eppure quasi ogni notte una famiglia viene svegliata di soprassalto dalla telefonata delle forze dell’ordine. Il mondo va in mille pezzi. “Sopravviverà?” è la prima domanda sussurrata con un filo di voce al telefono. Per 3.653 persone nel 2012 la risposta è stata no. Per i 264 mila feriti sì, ma quasi 20 mila persone (fonte Aci) riportano traumi tali da portare sempre con sé una disabilità: para e tetraplegici, amputati e… “E poi ancora danni cerebrali, lunghi allettamenti – racconta con commozione Silvia Galletto, responsabile della fondazione Galletto che all’età di 12 anni ha vissuto il trauma dell’incidente di suo fratello – . “A mezzogiorno pranzavamo insieme – spiega Silvia – e alla sera, oltre al fratello che è rimasto in coma per mesi, ho perso per lungo tempo anche i genitori. Giustamente impegnati con mio fratello. Da quell’esperienza è nata la fondazione: diamo informazioni e aiuto nella fase post ospedaliera, quando ritornare a vivere diventa impellente e non si sa a chi rivolgersi”.

Si è soli. Solo il traumatizzato, sola la famiglia. Il trauma, sia esso causato da un incidente della strada o sul lavoro (anche in questo caso i dati sono in calo, forse più per effetto della crisi che non per una reale presa di coscienza del problema) è un evento sociale. Uno choc familiare che sconvolge la vita di tutto il nucleo. Tante individualità che si trovano a superare, ciascuno con le proprie capacità e forze, il dramma. Forse, con una provocazione, si potrebbe dire che la ferita lasciata nei famigliari è quasi una disabilità permanente. Un peso sulla coscienza per non essere riusciti a impedire quello che invece il destino aveva già messo in programma.

Fonte: corriere.it

(s.i/g.m.)


Ultimo aggiornamento Aggiornata il 18 Novembre 2013
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