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martedì 18 dicembre 2018

Il telelavoro è un pacco?

Alle aziende piace sempre di più, perché diminuisce i loro costi. Ma non sempre i dipendenti ne sono felici: perché l’isolamento e l’assenza di socialità spesso fanno rimpiangere perfino la macchinetta del caffètelelavoroLavorare indossando le pantofole. Lasciare l’auto dov’è, dimenticarsi la coda e chiamare i colleghi da casa. Preparare una presentazione in cucina, organizzare un incontro dal salotto e chiudere un progetto dalla propria scrivania. Un sogno o un incubo?

Il telework, lavoro a distanza, o telecommuting, è una realtà che conta sempre di più e continua a dividere psicologi e scienziati.

Il mese scorso l’università di Stanford ha pubblicato i risultati di un lungo esperimento condotto in Cina, concludendo che il lavoro da casa aveva aumentato la produttività e il benessere dei dipendenti. Anche la Commissione Europea ha indicato il tele-lavoro come uno degli strumenti da incentivare per aiutare la crescita dell’occupazione da qui al 2020.

Ma altri studi parlano invece di aumento dei conflitti, solitudine e difficoltà nel gestire un orario che si espande ben oltre le otto ore giornaliere.

I numeri Secondo la rivista ‘Forbes’, il 2013 sarà l’anno del lavoro da casa, almeno per gli Stati Uniti. Oggi sono quasi tre milioni gli americani che chiamano ‘ufficio’ una stanza nel loro appartamento e aumenteranno: già adesso, negli Usa, i dipendenti e i liberi professionisti che seguono l’attività da casa almeno una volta alla settimana sono più di 30 milioni.

«Con l’aumento del costo della benzina e degli affitti per gli uffici», scrive su ‘Forbes’ Brett Caine: «Diventa sensato economicamente considerare delle alternative agli uffici centrali. Il lavoro del futuro sarà nomade».

Seppur lentamente, anche nel vecchio continente si sta affermando la tendenza a scegliere il lavoro a distanza. La media europea è del 18 per cento, con un abisso fra Paesi come l’Inghilterra, dove più di due impiegati su dieci non si muovono dal salotto, o i Paesi scandinavi, in cui i casalinghi superano il 30 per cento, e l’Italia, con un misero 5 per cento registrato nel 2009. Advertisement

In Francia gli occupati che vedono i colleghi solo su Skype sono ormai più di due milioni e hanno ottenuto nel marzo scorso una legge che riconosce il loro status.

Secondo una recente ricerca della confindustria britannica quasi il 60 per cento dei dipendenti delle più grandi aziende del Paese ha la possibilità di lavorare, di tanto in tanto, senza andare in ufficio e timbrare il cartellino. Per i futuristi di “World Future Society”, nel 2015 saranno un miliardo e mezzo, al mondo, gli impiegati pantofolai.

Lo studio. Di fronte alla scalata dei numeri, il dibattito sulle conseguenze si è reso urgente: lavorare da casa fa bene o male? Aiuta le imprese o crea soltanto confusione? Migliora o peggiora la vita degli impiegati?

L’Università di Stanford ha provato a dare una risposta http://www.stanford.edu/~nbloom/WFH.pdf , coinvolgendo 900 dipendenti di una multinazionale cinese. Circa 200 impiegati al centralino hanno accettato di seguire l’esperimento dall’inizio alla fine e per nove mesi si sono divisi in due gruppi: chi lavorava da casa, in una stanza dedicata, con cuffie e computer, e chi è rimasto in ufficio. Alla fine del periodo di prova i ricercatori hanno tirato le somme, dimostrando un incremento di produttività del 13 per cento fra i dipendenti che avevano scelto di seguire l’attività dal loro appartamento. Non si tratta solo di aver aumento la capacità di portare a termine le richieste, scrivono gli studiosi di Stanford. Intervistati, i centralinisti “casalinghi” avrebbero detto di sentirsi più soddisfatti e di aver avuto meno contrasti con i capi e i colleghi. Il contesto più calmo e silenzioso avrebbe permesso loro di fare più telefonate e rendersi meno pause per staccare dal caos. Alla fine dell’esperimento però, soltanto la metà di loro ha continuato a lavorare da casa: gli altri sono tornati in ufficio.

Il dibattito. La commissione statunitense per le pari opportunità ha scelto di incentivare l’occupazione a distanza come risposta al problema della disoccupazione per i disabili. «Il 44 per cento degli adulti con disabilità non trova impiego», scrivono i ricercatori del Georgia Institute of Technology di Atlanta: «Il costo sociale di questa immobilità arriva a 200 miliardi di dollari l’anno. Il lavoro da casa potrebbe essere una soluzione».

Un’abbuffata di siti, blog, pagine e profili di Facebook e Twitter messi in piedi in pochi giorni e poi abbandonati a se stessi o chiusi appena l’obiettivo elettorale è stato raggiunto. E il tanto sbandierato “dialogo con il cittadino” può attendere

Da anni il blogger Daniele Sensi registra le frasi razziste degli esponenti del Carroccio su Radio Padania e in Rete. Un lavoro prezioso e scomodo. Ora cercano di intimidirlo portandolo in tribunale. Come ci racconta lui stesso

La società di consulenza Gartner sostiene che in Giappone l’uso di strumenti per permettere ai dipendenti di proseguire la loro attività senza spostarsi sia stato fondamentale per la ricrescita, dopo il disastro dello Tsunami.

Ma i critici non demordono. Il primo problema, sostengono, è l’isolamento: la mancanza di supporto, strutture, interazione sociale e controllo porterebbe il dipendente a disperdere il suo tempo e a confondere i suoi impegni personali con quelli strettamente lavorativi.

Il secondo riguarda i rapporti. Se il lavoro da casa è visto come soluzione, ad esempio, per le coppie di lavoratori con figli, alcuni studi dimostrano che il risultato è esattamente il contrario: i conflitti si moltiplicano, anziché diminuire, la pressione familiare diventa più intensa e il tempo dedicato a rispondere a mail o chiudere progetti si dilata, facendo aumentare lo stress.

Intervistata da Msnbc, Debra Benton, sostenitrici del telework e autrice di “The virtual executive: come comportarsi da amministratore online ed offline”, ha provato a suggerire dei consigli. Fra i più divertenti ci sono quello di sorridere («Si sente, dall’altro lato del telefono, anche se nessuno ti vede»), non rimanere mai in pigiama («Essere vestiti come si deve aumenta la confidenza e la concentrazione, e non si rischiano gaffe nel caso di una videochiamata») e stare seduti in modo composto: «La cattiva postura porta alla noia e alla distrazione. Ti fa sembrare debole, stanco. Sfigato».

Intanto, su oDesk www.odesk.com , la più grande piattaforma online per il lavoro a distanza, con due milioni e mezzo di freelance e 540mila aziende iscritte, ad agosto si è raggiunto il picco di un milione di ore occupate. 140 anni di lavoro d’ufficio, in un mese. L’azienda festeggia: «Nel 2013 i lavoratori online raddoppieranno», assicurano. Resta da capire se festeggiare anche i dipendenti. O se finiranno per rimpiangere la macchinetta del caffé.

Fonte: espresso.repubblica.it

(r.b./c.a.)

 

 


Ultimo aggiornamento Aggiornata il 28 Gen 2013
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