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martedì 22 settembre 2020
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Vittima degli attentati di Londra: “I miei Giochi figli dell’orrore”

Quante volte s’è detto “sliding doors”, coincidenze della vita, come nel celebre film con Gwyneth Paltrow. Prendere o perdere quel treno della metropolitana, giù nella pancia calda e umida di Londra, significava un futuro diverso, di corna scoperte o protratto tran-tran con un compagno che forse ci ama ma forse no. Il nervo è scoperto. Che basti un dettaglio per farci rotolare in una direzione imprevista e imprevedibile? Martine Wright ne è convinta. Quella mattina del 7 luglio 2005 era in ritardo al lavoro e sul vagone della metro c’è salita per ultima, grazie a uno scatto felino e un pizzico d’esperienza. Sennò quando mai ti muovi a Londra? Pochi minuti dopo le sue gambe sono saltate per aria insieme alla vita di 56 persone. Ora rappresenta la Gran Bretagna alle Paralimpiadi.

Martine Wright Il percorso di Martine alla fine è il percorso di un’intera nazione. Forse non è un caso che questa edizione dei giochi per i disabili promette di battere ogni record: 2,3 milioni di biglietti già venduti, 130mila ancora da distribuire e 36 grandi network impegnati a trasmettere le immagini delle gare in oltre 100 paesi del mondo. Certo, c’è l’effetto Pistorius. Ma non bisogna dimenticare che Londra si vide assegnata l’edizione dei giochi 2012 giusto il giorno prima degli attentati. E da allora bombe e fuochi d’artificio sono andati di pari passo. «Non posso scordare che prima di perdere le gambe stavo festeggiando perché avevamo vinto le Olimpiadi», racconta al Guardian. Un drink tira l’altro, le ore passano, si rincasa tardi, ci si alza tardi, si corre per acchiappare quel maledetto treno, bum. Sliding doors, per l’appunto. «L’ultima cosa che ricordo di aver letto sul giornale era un articolo sui Giochi». Ma le coincidenze, quelle vere, devono ancora cominciare.

Una vita dopo – dopo le operazioni chirurgiche, la riabilitazione, il matrimonio con il ragazzo di sempre e l’arrivo del primo figlio, Oscar – Martine cozza di nuovo col destino. Attraverso la sua fisioterapista scopre che allo Stoke Mandeville Hospital si tengono dei giochi per gli amputati. Siccome ormai prova tutto, paracadutismo incluso, non dice no. E scopre la passione per il sitting volley. Gli allenamenti la portano prima a un passo dall’ospedale dove i chirurghi l’hanno rimessa insieme dopo l’attentato, poi di fronte al centro dove ha faticosamente imparato a camminare con le protesi. «Di certo c’è qualcosa. Non so se sia il fato, o un qualche cosa di spirituale, ma sono davvero convinta che compiere questo viaggio era il mio destino». A essere pignoli anche la connessione con lo Stoke Mandeville Hospital aggiunge quel non so che. È là, infatti, che 64 anni fa il seme delle Paralimpiadi venne piantato per la prima volta.

Il responsabile fu il dottor Ludwig Guttmann, un ebreo tedesco sfuggito agli orrori del nazismo passato alla storia per aver rivoluzionato il trattamento dei pazienti afflitti da traumi alla spina dorsale. Abbandonati a se stessi, visti poco più che cadaveri ambulanti da accompagnare all’estrema unzione, i pazienti senza speranza di Guttmann hanno al contrario ricevuto qualcosa per cui combattere, una luce al termine del tunnel. Banalmente: una vita a cui aspirare. Così, quando nel 1948 Londra ospitò i primi giochi olimpici del Dopoguerra, Guttmann organizzò all’ospedale delle gare parallele di tiro con l’arco e giavellotto; aveva capito che l’agonismo sta prima di tutto nella testa dell’essere umano. Il resto è storia e da oggi ne sarà parte anche Martine Wright. «Se sto per fare qualcosa di incredibile, alla quale mai avrei pensato di poter aspirare, è perché sono andata incontro al peggior giorno della mia vita e sono quasi morta. E grazie a Dio non sono morta».

Fonte: lastampa.it – c.a.


Ultimo aggiornamento Aggiornata il 29 Agosto 2012
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