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venerdì 22 agosto 2014

Nuovo Isee, la disabilità fa reddito

«Siamo all’assurdo, per non dire al tragico». Così Roberto Speziale, presidente di Anffas, commenta la seconda bozza sulla riforma dell’Isee, quella che il sottosegretario Cecilia Guerra ha presentato alle associazioni di disabili lo scorso 20 giugno.

iseeSiamo ormai alla fine del percorso: il decreto di revisione dell’Isee era atteso entro il 31 maggio. In quella bozza non solo è confermato il fatto che verranno considerati come redditi (e quindi rientraranno nell’Isee) anche gli aiuti monetari che lo Stato riconosce alle persone con disabilità (assegni di cura, indennità di accompagnamento, pensioni), ma «oltre ai trattamenti assistenziali, previdenziali e indenni tari, faranno reddito anche le carte di debito e i buoni spendibili per l’acquisto di servizi se denominati in euro», ci rivela Speziale. Un’ipotesi su cui Anffas esprime «massima e totale contrarietà» e che si va ad aggiungere alla bassa franchigia prevista per i redditi delle famiglie con un disabile a carico di cui ci ha parlato ieri Tommaso Daniele, presidente dell’Unione Italiana Ciechi (qui l’articolo).

Presidente Speziale, a che punto è l’interlocuzione con il Governo?

Noi abbiamo partecipato ai due incontri organizzati dal Ministero in quanto facenti parte (tramite un nostro tecnico) della delegazione FISH. Lo stile è stato quello di sempre, accresciuto dalla consapevolezza che la materia non solo è complessa,ma, soprattutto, affronta aspetti dell’accesso al sistema di welfare che interessa moltissime persone, tra cui anche le persone con disabilità. Sulle due bozze di provvedimento abbiamo quindi, come ANFFAS e come FISH, prodotto puntuali osservazioni scritte e presentato proposte. Anzi, sull’ultima bozza presentataci lo scorso 20 giugno abbiamo predisposto emendamenti precisi al testo che speriamo possano ulteriormente migliorare quello che poi andrà alle Commissioni Parlamentari, alle quali ci rivolgeremo per ulteriormente motivare le nostre posizioni e per “vigilare” sul dibattito che si svolgerà tra le forze politiche.

Avete avuto interlocuzioni e rassicurazioni in merito al fatto che l’accompagnamento rimarrà slegato dal reddito?

È evidente che le rassicurazioni fornite dal Sottosegretario Guerra e dallo staff del Ministero riguardo all’ambito di applicazione del Decreto (in particolare non collegare l’accesso all’indennità di accompagnamento all’ISEE) ci hanno per il momento tranquillizzato. Questo elemento dimostra una volontà politica che è stata giustamente apprezzata e valorizzata. Ciò non significa, da parte nostra, alcun calo di attenzione e iniziativa, visto e considerato che il collegamento tra ISEE e agevolazioni fiscali e tariffarie e provvidenze di natura assistenziale è chiaramente indicato nella Legge approvata dal Parlamento (L.22 dicembre 2011 n. 214).

E sul fatto che le indennità siano conteggiate come reddito?

Su questo la posizione dell’ANFFAS e della FISH è netta: massima e totale contrarietà. Anzi, la seconda bozza ha ulteriormente peggiorato il quadro, visto che si prevede di inserire ai fini del calcolo della situazione reddituale, oltre ai trattamenti assistenziali, previdenziali e indennitari, anche le carte di debito e i buoni spendibili per l’acquisto di servizi se denominati in euro. Siamo all’assurdo, per non dire al tragico. Una disposizione che non comprendiamo, che non ha ragione, perché non esiste alcuna logica nel pensare che quanto percepito da una persona con disabilità ai sensi della Legge 162/1998 possa essere considerato “reddito”.

Di cosa stiamo parlando?

Si sta parlando di somme di denaro connesse a progetti individuali, valutati e approvati dalle ASL e dai Comuni, finalizzati all’assistenza o allo scopo di garantire il diritto a una vita indipendente. In altre parole, somme di denaro che la persona con disabilità percepisce non solo per un naturale e sacrosanto diritto a scegliere le forme e i modi con cui procurarsi forme di sostegno, ma che, soprattutto, sostituiscono (in modo del tutto insufficiente) la cronica assenza di servizi e sostegni adeguati. Anche su questo, ovviamente, abbiamo presentato emendamenti precisi.

Che scenario si profila, in generale?

Di grande preoccupazione, al di là dei contenuti di questo specifico provvedimento che pure ha accolto alcune delle richieste delle Associazioni, come quella di una definizione di “prestazione sociosanitaria” che include le prestazioni strumentali e accessorie alla loro fruizione, tra cui il servizio/trasporto. Il quadro complessivo delle politiche sociali nel nostro Paese, da troppo tempo (ben prima quindi dell’azione del Governo in carica) è profondamente inadeguato, e non solo, si badi bene, perché le risorse destinate al sistema di protezione sociale si sono praticamente ridotte a zero. Fermo restando che le politiche e le azioni di risposta ai bisogni dei cittadini in condizioni di maggiore vulnerabilità necessitano di risorse adeguate, da tempo ANFFAS sostiene che non è solo con maggiori risorse che le politiche sociali diventano più inclusive, capaci di contrastare le discriminazioni, di innovare in profondità il sistema dei servizi alla persona, di modificare, in modo coerente alla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, i criteri di accesso al sistema.

Ad esempio?

Faccio riferimento alla riforma dei criteri di accertamento dell’invalidità civile, sistematicamente ignorata da tutti coloro che si sono succeduti alle responsabilità di Governo di questo Paese da dodici anni. Anni di attesa, di silenzi, di totale assenza di volontà politica e culturale, che hanno prodotto e continuano a produrre danni immensi non solo alla vita delle persone, ma anche alle casse dello Stato. E faccio riferimento ai colossali e costosi piani di verifiche straordinarie dell’INPS che non hanno minimamente prodotto, come più volte detto dalle Associazioni, i mirabolanti risultati di contenimento della spesa previdenziale e assistenziale auspicati da chi ha proclamato, per anni, che i soldi dei cittadini venivano mal spesi perché l’Italia è un paese con troppi invalidi, e tra questi, molti falsi, e cioè delinquenti. Nulla di tutto ciò è avvenuto. È invece accaduto che decine di migliaia di persone con disabilità hanno dovuto subire iniqui e degradanti trattamenti. È accaduto e accadrà che, come dimostrano i dati, l’INPS soccomberà nella maggiore parte dei ricorsi presentati dai cittadini che si sono visti interrompere il trattamento previdenziale e/o assistenziale per motivazioni del tutto arbitrarie e ingiuste (e quindi, con ulteriori costi a carico della collettività).

Da questo punto di vista, il fatto che il Governo abbia messo mano alla riforma dell’ISEE, e non alla riforma dell’accertamento dell’invalidità civile, ci pare una grave ripetizione di atteggiamenti purtroppo già visti negli ultimi 12 anni.

Su cosa puntate le vostre iniziative?

Tutta la nostra speranza e iniziativa si concentra ora sulla redazione del programma di azione biennale per la promozione dei diritti e l’integrazione delle persone con disabilità a cura dell’Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità istituito con la Legge 18/2009. E come già detto, se non si parte dalla riforma indicata nell’art. 24 della Legge 328/2000 il sistema non cambia: da questo punto di vista, la crisi che sta cambiando e cambierà le politiche sociali nel nostro Paese può essere vista come una opportunità.

Davvero?

Ciò che vale per l’economia, il mercato del lavoro, la politica internazionale vale anche per il sociale, anzi, vale ancora di più, purché ci si convinca che le politiche di welfare sono motore di sviluppo, e non zavorra da scaricare, scaricando con esse il destino di chi vive in condizione di maggiore vulnerabilità. La riforma è quella che ci viene indicata, ancora una volta, dalla Convenzione Onu: basta con le politiche assistenziali come il settore prevalente entro il quale si esercita l’attenzione della Repubblica, occorre rapidamente passare ad una forte integrazione delle politiche, rimettendo al centro dell’attenzione la ripresa concreta dei piani per l’inserimento lavorativo e la formazione professionale delle persone con disabilità. Può sembrare un atteggiamento fuori dalla realtà, ma solo così si incrementano i processi di inclusione, e solo così possiamo contribuire, noi per primi, ad evitare che il sistema dei servizi alla persona continui a funzionare nel modo attuale creando, inevitabilmente, un continuo aumento di costi.

Come dovrebbero essere queste nuove politiche integrate?

Politiche integrate vuol dire definire i livelli essenziali di cui all’art. 117 lett. m della Costituzione, aggiornando i LEA, definendo i LEP, e definendo quanto ancora c’è da definire al fine di garantire i diritti civili e sociali. E politiche integrate vuol dire ripensare il sistema dei servizi, perché non è detto che la persona con disabilità possa trovare solo nei servizi attuali le risposte ai suoi diritti/bisogni di inclusione, e questo potrebbe volere dire conversione della spesa pubblica, non necessariamente finalizzata a servizi e prestazioni, ma finalizzata a creare condizioni di reale promozione della dignità personale e sociale delle persone con disabilità (per esempio attraverso la formazione professionale e il lavoro).

Questo Governo ha saputo ascoltare la vostra voce?

Fino ad ora no, o poco, troppo poco. Occorre quindi fare di più, e come già detto, concentreremo la nostra attenzione “programmatica” al piano di azione biennale. In tal senso, ci aspettiamo che il Governo metta l’Osservatorio nella condizione di operare al meglio possibile. In questo “meglio possibile” c’è anche il fattore “tempo”: occorre muoversi!

Fonte: vita.it

c.a.


Ultimo aggiornamento Aggiornata il 27 giugno 2012
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