Il convegno Persona con disabilità: asessuata? del 15 aprile è iniziato alle ore 16 ma dalle ore 15.30 sono iniziate ad arrivare tante tante persone.

Una sala gremita con oltre 160 partecipanti, più simile un’aula universitaria che a una sala comunale, dove dall’inizio alla fine un silenzio curioso e partecipe ha accompagnato le parole degli oratori.

Hanno avviato i lavori con i saluti istituzionali i due organizzatori dell’appuntamento: Angelo Catanzaro, presidente di AIPS e Gabriele Piovano, presidente di ADN conducendo la riflessione sul diritto alla sessualità per tutti, presentando i limiti quali possibili nuove opportunità e scommesse.

Silvio Magliano, presidente Centro Servizi per il Volontariato Vol.To ha illustrato come Torino con alcune associazioni di volontariato sia coinvolta in numerose attività legate alla tematica, attribuendo a ogni persona la necessità di essere voluta bene, amata e il diritto di godere di una propria sessualità. Una cittadinanza attiva per costituire una comunità che non lascia i cittadini soli e sprovvisti di strumenti.

 

Il moderatore Guido Tiberga, caporedattore de La Stampa, ha passato la parola a Antonio Guidi, già Ministro per la Famiglia e la Solidarietà Sociale. Guidi ha presentato gli ostacoli che reprimono la sessualità nelle persone con disabilità, quali fattori che scaturiscono principalmente dalle famiglie. Offrire ai genitori un sostegno per aiutarli a indirizzare i propri figli alla piena autonomia, favorendo lo sviluppo di una affettività e sessualità personale, attraverso percorsi individualizzati che potenzino lo stare insieme, è il primo passo fondamentale. La sessualità deve essere vissuta quale conquista complessiva che si compone di segmenti minimi e particolareggiati.

Giuliana Sechi, psicologa e psicoterapeuta, ha portato l’attenzione sul costante bisogno di sintonizzarsi con le necessità affettive e sessuali individuali, ripartendo dal mutare delle condizioni da tutelare. Rendere la cittadinanza attiva consente di superare l’indifferenza e di attribuire alle singole storie il valore di testimonianze e esempi. Ha, quindi, illustrato come alla persona con disabilità non in grado di intendere e volere debba essere riconosciuto il diritto alla sessualità, inteso come prodotto relazionale e educazione all’emozionalità, nonostante possa non essere presente un cosciente bisogno o desiderio. In questo caso un articolato percorso deve essere strutturato con la famiglia per costruire strade personalizzate.

Claudio Foggetti, responsabile del Servizio Passepartout della Città di Torino, ha raccontato come il Comune di Torino con il progetto Affettività, Genitorialità e Sessualità sia attivamente impegnato sulla tematica e soddisfi le “domande di felicità” di oltre 150 persone con disabilità all’anno che si rivolgono agli sportelli dedicati. Ogni anno circa 30 cittadini torinesi diventano disabili a seguito di incidenti e malattie e nella nuova condizione, dopo un iniziale assestamento sanitario, riaffiora la richiesta di felicità. Per ogni persona bisogna considerare la specifica necessità al fine di formulare individuali e specifiche risposte nella complessità dell’argomento, evitando semplificazioni e generalizzazioni. Per le persone con disabilità intellettive è importate ricordare che solitamente la richiesta di sessualità arriva da famigliari e assistenti e necessario diventa fornire una dedicata educazione alla sessualità.

Conclude l’appuntamento l’intervento Max Ulivieri, blogger di Love Ability, che si presenta con un po’ di ironia e malizia: “le luci ora andrebbero spente perché andremo al sodo: la pratica nel sesso è meglio della teoria.” Per Ulivieri è importante rendere la sessualità delle persone con disabilità un’immagine quotidiana e in questo senso si sta muovendo attivamente per portare la tematica in numerose e diversificate situazioni mediatiche, perché solo con l’abitudine alla visione, si può raggiungere la normalità. Spiega come per le persone con disabilità sia difficoltoso conoscere il piacere perché per loro il corpo è sinonimo di dolore e di cure e diventa, quindi, importante poterlo conoscere nella pratica e da vicino. Inoltre, nella maggior parte delle situazioni la persona non è in grado di utilizzare indipendentemente il proprio corpo e di godere di una propria privacy. A seguito di tale premesse vengono introdotti la figura dell’assistente sessuale e il percorso che Ulivieri con il Comitato Assistente Sessuale sta portando avanti per introdurre tale figura in Italia, a partire da provvedimenti politici che sta cercando di attuare in Toscana, Emilia e perché no Piemonte.

 

L’intervento si conclude con lunghi applausi e dopo alcune domande del pubblico agli oratori mi avvicino a Enza Incerto, Pamela Crepaldi e Santhya Pitzus per conoscere il punto di vista di chi vive in prima persona le tematiche del Convegno.

<<Mi chiamo Enza ho 32 anni, sono felicemente sposata con Maximiliano Ulivieri. Da 7 anni seguo le attività e le battaglie di Max perché voglio credere ad un mondo migliore. Credo che questi eventi siano necessari per conoscere le molteplici situazioni legate alla tematica. La sessualità, a mio parere, non va vissuta come una tematica complessa, bensì come qualcosa che tutti in questa vita, se vogliono, devono viverla liberamente senza se e senza ma. Iniziative come quella di oggi non possono rispondere a tutte le domande perché alcune risposte vanno cercate nell’esperienza, una determinata cosa la si deve provare per poterla capire fino in fondo, spesso le parole non bastano. L’assistente sessuale sarà una figura professionale che andrà a colmare quel vuoto che oggi c’è, quel vuoto che nel silenzio urla aiuto, e quelle urla piano piano stiamo imparando a sentirle, spero presto saremo in grado di ascoltarle. La disabilità intellettiva è di sicuro una parte più delicata vista dal punto di vista legale, poiché c’è di mezzo il tutore. Per il resto, credo che al di là delle tipologie di disabilità (che ovviamente una figura come l’assistente sessuale deve conoscere) ci siano delle persone, persone bisognose di qualcosa che non conoscono ma che vogliono conoscere.

Una donna con disabilità è una donna e come tale può aver le sue esigenze sessuali. L’espressione della sessualità in una donna nella nostra società non è semplice. Ma questo dipende tanto dalla persona, dal carattere e dal contesto sociale da cui proviene>>.

Per concludere le chiedo come vive il fatto che la sua vita privata sia diventata di dominio pubblico a sostegno della battaglia sociale e politica che suo marito sta portando avanti. Mi risponde con semplicità.

<<Tranquilla…non è tutto di dominio pubblico…almeno fino ad adesso! La nostra sfera privata è nostra, il resto è vita, e la vita va vissuta insieme agli altri>>.

<<Sono Pamela Crepaldi, educatrice dell’Istituto dei Sordi di Torino, lavoro come mediatrice alla comunicazione con gli studenti sordi universitari. Il mio interesse professionale nei riguardi del tema disabilità e sessualità deriva dall’esperienza educativa con i ragazzi sordi, i quali manifestano la necessità di essere correttamente informati su aspetti inerenti alla sessualità e il desiderio di dialogare in una dimensione di scambio partecipativo tra pari e con le figure professionali di riferimento.

Ho partecipato ad alcuni convegni su questo tema ed anche in questa occasione ho avvertito la difficoltà di affrontarlo genericamente nei termini di “persona con disabilità”. Ogni disabilità richiederebbe di essere discussa nella sua complessità e nella sua specificità in relazione alla sfera della sessualità. Le disabilità sensoriali spesso restano ai margini. Per quanto riguarda la sordità, emergono criticità specifiche che non sono necessariamente correlate all’agire la sessualità, ma all’acquisizione di conoscenze e informazioni necessarie per autodeterminarsi con scelte consapevoli. Questo aspetto, che riguarda propriamente l’educazione sessuale, non emerge in modo evidente e viene trascurato.

Il convegno mi ha permesso di confrontare le mie considerazioni personali e professionali con pensieri che provengono da realtà diverse e di accrescere la consapevolezza sull’urgenza delle tematiche trattate, nella loro complessità e nei molteplici punti di vista che possono stimolare.

I miei ragazzi hanno esplicitamente espresso il desiderio di affrontare la tematica. Attraverso un focus group per condividere in modo interattivo e partecipativo le loro necessità, è emerso come l’inaccessibilità delle informazioni scritte, la mancanza di una forma adeguata di educazione sessuale e la riduzione di opportunità di apprendimenti casuali creino una barriera all’esperienza di situazioni vissute dai coetanei. Lo scambio si è concluso con l’iniziativa di creare uno strumento di educazione sessuale adatto agli adolescenti sordi ed ha avviato un workshop volto alla realizzazione di un video manuale in Lingua Italiana dei Segni di educazione sessuale. Il convegno mi ha fatto riflettere sull’importanza di costruire e mantenere un dialogo nell’eterogeneità delle esperienze>>.

<<Sono Sathya Pitzus, un ragazzo disabile di 28 anni. Ho conseguito una laurea triennale in sociologia e ricerca sociale e, attualmente, studio per la laurea specialistica in Scienze del Governo. Ho una disabilità motoria e un deficit visivo accentuato. Sono venuto al Convegno perché volevo comprendere quanta sensibilità e conoscenza del problema c’è da parte delle istituzioni. Inoltre, volevo capire come i ragazzi nella mia condizione affrontano quella che spesso, per molti, è di fatto una vera e propria privazione.

A mio modo di vedere un convegno non dovrebbe parlare ai cuori e alle emozione delle persone ma alla testa. Quello che manca è un vero e proprio progetto legislativo sul tema. Esistono libri, documentari e molte testimonianze che hanno tentato di sensibilizzare i cittadini su questo tema. Ma senza leggi e senza il giusto interesse della politica i convegni rischiano di servire a poco. In passato avevo già partecipato a un convegno simile sul tema organizzato sempre dal CPD, ma purtroppo, nel tempo intercorso tra i due convegni, poco è stato fatto di pratico.

Penso che il tema sia sostanzialmente taciuto se non in ambiti specifici. Credo che sia un problema culturale che deriva dalla sostanziale arretratezza del discorso pubblico riguardo ai diritti civili in senso ampio. La città di Torino sembra essere più ricettiva di altre ma questo, evidentemente, non basta visto che la condizione materiale dei disabili non è sostanzialmente mutata su questo tema. Gli esempi di legislazioni più avanzate ci sono: Svizzera, Olanda per rimanere all’Europa. Potrebbero essere prese a modello. Ma serve coraggio.

Ho apprezzato il tentativo dell’associazionismo di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema: resta da vedere se l’opinione pubblica, o una parte di essa, è interessata all’argomento e quali canali vengono aperti per portare il discorso sulla sessualità dei disabili fuori dal mondo dei diretti interessati>>.

 

Vedi il video.

Vedi le foto del convegno.

 

di Elena Menin per Affettibilità e sessualità del Comune di Torino