«Il cinema – scrive Stefania Delendati, concludendo il suo excursus dedicato a vari film che si sono occupati di disabilità – ci ha proposto modelli differenti e differenti scelte stilistiche hanno dato vita a risultati più o meno apprezzabili. Quel che è certo è che la “settima arte”, nei confronti della disabilità, è diventata un mezzo di comunicazione, svincolandola dallo stereotipo assistenziale e rendendola oggetto di riflessione culturale».

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E poi non può mancare il cinema sentimentale. Di primo acchito torna in mente Figli di un dio minore, titolo divenuto con il tempo un modo per definire l’intero universo della disabilità.

Film del 1986, ambientato in un istituto per non udenti, percorre le tappe dell’amore tra un insegnante anticonformista e la donna delle pulizie, sorda dalla nascita. L’attrice, Marlee Matlin, porta a casa un Oscar ed è un esempio di interprete disabile anche nella vita. Marlee, infatti, non sente in quanto affetta da una malattia genetica.

Un’opera interessante, ma un po’ scontata, diversamente dall’australianoBalla la mia canzone (1998), diretto da Rolf de Heer, che mette a confronto la solarità e la profondità d’animo di Julia, giovane tetraplegica, con la grettezza dell’assistente Madelaine, che sfoga le sue frustrazioni su Julia, arrivando a sedurre l’uomo di quest’ultima per affermare la propria “normalità”. Tentativo inutile, perché alla fine vince l’amore vero, non senza scene di nudo che hanno choccato e scatenato polemiche.

Fin qui pare proprio che “non ci resti che piangere”, nel senso che escludendo sporadiche scene, tutti i film passati in rassegna hanno risvolti drammatici. Eppure, con la disabilità si può anche ridere di gusto (senza cadere nel cattivo gusto, Indovina chi viene a NataleFuga di cervelli docet, recenti pellicole italiane che indugiano su battute grevi e luoghi comuni).
In tal senso dobbiamo inchinarci ai cugini d’oltralpe che nel 2011 hanno portato nelle sale di tutto il mondo Quasi amici, il 62º miglior film di sempre, secondo il sito americano Internet Movie Data Base. Tra l’aristocratico paraplegico Philippe e il badante Driss c’è contrapposizione di possibilità fisiche, cultura, colore della pelle, condizioni economiche e sociali, nazionalità. Si stabilisce tra queste due persone così diverse una comunicazione diretta e sincera. Le battute a tratti poco eleganti del badante Driss, le corse sulla sedia a rotelle, gli scherzi alla polizia regalano alla pellicola ulteriore verità senza precipitare nella scorrettezza. In definitiva, una storia semplice e allegra che ha incantato il pubblico di ogni latitudine. Peccato solo che in Italia (il titolo originale era Intouchables) si sia intitolato Quasi amici, perché quel “quasi” rimane inspiegabile.
Già nel 1996 gli sceneggiatori francesi avevano fatto riflettere con L’ottavo giorno, nel quale il talentuoso attore con sindrome di Down Pascale Duquenne aveva redento il manager in carriera Daniel Auteuil, insegnandogli il valore della generosità.

C’è una notevole differenza tra Hollywood e l’Europa nel rappresentare la “diversità”. I lavori del Vecchio Continente, infatti, sono più introspettivi, legati alla vita quotidiana, non disdegnano tematiche forti e lasciano un finale aperto che non necessariamente riconcilia con il mondo.
Prendiamo ad esempio lo spagnolo Mare dentro, titolo evocativo per la storia vera di un ex marinaio che sceglie l’eutanasia dopo ventotto anni di immobilità in seguito ad un tuffo azzardato. Grazie anche all’interpretazione di un sublime Javier Bardem, uno dei migliori attori in circolazione, Mare dentro parla alla testa e al cuore, senza edulcorare la trama e rifuggendo i moralismi che spesso accompagnano le pellicole sulla disabilità.
Non lancia proclami contro o a favore dell’eutanasia neppure Lo scafandro e la farfalla, opera francese del 2007 di grande umanità ed elevato livello artistico. Lo spettatore “vede” il mondo attraverso l’occhio sinistro del protagonista, l’unico organo intatto in un corpo rimasto paralizzato e senza l’uso della parola dopo un malore. Giornalista affermato, Jean-Dominique Bauby si risveglia dal coma imprigionato in un corpo pesante come uno scafandro, ma il suo pensiero vola libero come una farfalla.

Il delicato argomento della sessualità nelle persone disabili è centrale invece in La teoria del volo, film inglese del 1998, che si fregia della presenza diKenneth Branagh nelle vesti dell’artista fallito, costretto dai servizi sociali ad assistere una ragazza con una malattia degenerativa, Jane, che vuole perdere la verginità prima di morire.

Anche in Italia possiamo annoverare qualche positivo esempio. Il meglio riuscito, a parere di chi scrive, è Le chiavi di casa di Gianni Amelio (2004), liberamente tratto dal romanzo autobiografico di Giuseppe Pontiggia Nati due volte. Vi si racconta il rapporto tra un padre, Gianni, e Paolo, il figlio quindicenne disabile che non ha mai conosciuto. Per interpretare Paolo è stato scelto Andrea Rossi, ragazzo paraplegico con un estro che da solo vale la visione del film.
Sempre un libro autobiografico, Più leggero non basta. Educazione alla diversità di un obiettore di coscienza di Federico Starnone, aveva ispirato nel 1998 la sceneggiatura di Più leggero non basta, con Stefano Accorsi in servizio civile che deve occuparsi di una ragazza con distrofia muscolare (Giovanna Mezzogiorno). Con tocco sensibile, la registaElisabetta Lodoli ritrae un incontro-scontro che cambia la vita all’obiettore fino ad allora ignaro della disabilità.
Il tabù del disagio mentale nell’infanzia è centrale poi nel Grande cocomero di Francesca Archibugi (1993), film da cui è nata l’omonima Associazione che si occupa dei minori in situazioni di disadattamento psichico e sociale.
E ancora, per il genere commedia, ricordiamo Perdiamoci di vista (1994) di e con Carlo Verdone, film critico della cosiddetta “TV del dolore”, smascherata da una giovane donna in carrozzina (Asia Argento), arguta e senza peli sulla lingua, che cambia la prospettiva dello spregiudicato showman Verdone.
Una perla di bravura la fornisce infine Giancarlo Giannini, cinquantenne con sindrome di Down, in Ti voglio bene Eugenio del 2002.

Persone con super-risorse, qualche cliché, a volte un eccesso di zucchero, adattamenti per rendere più accessibili storie “scomode”. Ma anche personaggi veri con vissuti che trasmettono un’interiorità profonda e lasciano un segno, obbligano a non girarsi dall’altra parte.
Il cinema ci ha proposto modelli differenti e differenti scelte stilistiche hanno dato vita a risultati più o meno apprezzabili. Nei confronti della disabilità, la “settima arte” è diventata un mezzo di comunicazione, ci fa entrare nei panni dell’altro e capire quali strategie inconsce mettiamo in atto di fronte alla “diversità”. Sul grande schermo, in poche parole, la disabilità si svincola dallo stereotipo assistenziale e diventa oggetto di riflessione culturale.

Fonte: superando.it