Una ricerca dell’Arcigay smonta l’idea che i disabili siano asessuati e ne racconta storie e problemi. Con una certezza: a letto l’handicap scompare. Per gli omosessuali i rischi sono doppi: la discriminazione nella comunità gay e le barriere

Nel secolo appena trascorso, insieme al ‘900 se ne sono andati anche parecchi tabù, ma ce ne sono alcuni difficili da superare. Uno di questi riguarda la sessualità, l’amore e la disabilità.
Per molti è inconcepibile mettere in relazione questi temi, come se i disabili non avessero sesso, fossero cioè “angeli o bambini”, come loro stessi definiscono ironicamente la loro condizione. Spesso c’è una forma di rifiuto nel pensare che persone diversamente abili possano provare sentimenti, istinti, attrazioni, si opera una rimozione sul fatto che possano vivere pienamente una vita erotica, sessuale completa e appagante.

Da qualche anno però le cose stanno cambiando, ne è un esempio l’idea nata all’Arcigay di Bologna nel 2007 di elaborare un report dal titolo Abili di cuore per affrontare nello specifico il rapporto fra omosessualità e disabilità.
A curare lo studio Priscilla Berardi, medico psicoterapeuta, specializzata in sessuologia, insieme al contributo del centro documentazione Handicap e di Handygay Roma, nato nel 2004 all’interno dell’arcigay capitolino. Tutto questo accadeva dopo che nel 2004 in un seminario a Pistoia per la prima volta si discuteva pubblicamente delle difficoltà delle persone lgbt con disabilità.
Da quell’incontro è nato un gruppo virtuale che ha preso il nome, 17 giugno, dalla data della riunione. Solo un paio di anni prima, nel 2005, cita il report, l’Arcigay deliberava di individuare nel consiglio nazionale una persona che coordinasse le persone interessate al tema della disabilità per fotografare la situazione fino ad allora mai indagata.
Si decise quindi di attribuire una delega specifica sui temi della diversa abilità per promuovere iniziative, mentre all’epoca nel nostro paese era quasi inesistente una letteratura scientifica al riguardo.

È in questo quadro che s’inserisce la ricerca avviata nel 2007 per esplorare la condizione di due categorie sociali stigmatizzate e dare visibilità a un tabù, smontando l’idea che i disabili siano soggetti asessuati.
L’obiettivo è provare a migliorare la qualità della vita dei portatori di handicap e far vivere loro appieno una vita sessuale, affettiva, relazionale, sentimentale, pur nella consapevolezza di trattare un tema che rappresenta una minoranza nella minoranza.
Il lavoro è stato possibile anche grazie a Raffaele Lelleri, allora responsabile nazionale per Arcigay del settore salute e diversità. La ricerca ha fatto emergere storie e vissuti di persone fino ad allora sole ed invisibili, oltre al rischio di marginalizzazione sentito sia nelle associazioni per disabili che in quelle lgbt. Fra le conclusioni a cui approda la ricerca, la difficoltà pratica e relazionale nella vita quotidiana per chi vive la compresenza di una condizione di disabilità e omosessualità.

Alcuni soggetti intervistati, fra i venticinque di età compresa fra i ventiquattro e i sessant’anni, sentivano la discriminazione da parte della comunità gay per il loro corpo imperfetto e spesso la frustrazione per barriere architettoniche che rendono difficile l’accesso ai luoghi di socializzazione. In questo senso la rete e i media hanno giocato un ruolo importante nel semplificare le cose. I risultati del lavoro evidenziano la necessità di una formazione mirata di operatori lgtb e disabili, e dei servizi pubblici, la divulgazione per rompere i tabù, la comunicazione per infrangere l’isolamento e la solitudine oltre alla volontà di creare un contatto fra mondo degli lgbt e dei disabili.
A questo lavoro è seguita la realizzazione di un’interessante documentario.

Viaggio in Italia e nelle persone di Adriano Silanus, curato da Priscilla Berardi, con la collaborazione di Raffaele Lelleri, Valeria Alpi e Jonathan Mastellari, presentato nei mesi scorsi a Bologna al festival Gender Bender.
Il progetto, nato più di due anni e mezzo fa, ha raccolto più di trenta interviste filmate di «persone che accettavano di mostrarsi fisicamente ed emotivamente», spiega il regista Silanus, che ha percorso 9 mila chilometri lungo tutta la penisola.
Il manifesto di questa indagine potrebbe essere questo: «Non c’è una sessualità normale e una disabile, c’è la sessualità», come recita la voce fuori campo nel documentario.

Gabriele Viti, trentacinque anni, dice senza giri di parole: «Nell’atto sessuale essere disabile ha un peso relativo perché a letto l’handicap sparisce, nel senso che se sei a letto con una persona vuol dire già che tante barriere sono cadute».
Molti dei protagonisti parlano della diversità e della disabilità come condizioni che arricchiscono, Valentina di un partner ricorda il fatto che la facesse sentire normale.
Il video dà voce a chi ha disabilità fisiche o sensoriali, ma anche ad assistenti, operatori, sessuologi, andrologi, fisioterapisti, educatori, genitori.

Oltre a raccontare tante storie affronta il fenomeno dei devotee, ovvero di normodotati che prediligono rapporti sessuali con persone in carrozzina o amputate. Non manca un accenno a ciò che succede in Svizzera, Germania, Olanda, dove da anni esiste la figura dell’assistente sessuale. Battaglia che Maximiliano Ulivieri, protagonista del documentario, vuole portare avanti creando un comitato promotore che raccolga le firme per chiedere un decreto legge regionale per riconoscere una figura professionale formata come terapista. Un altro tema spinoso che affronta il documentario è la condizione di omosessuale e portatore di handicap: «Se essere gay è già faticoso, essere gay e disabili raddoppia le difficoltà. Significa essere soggetti a più discriminazioni, sentirsi o essere considerati diversi nella diversità. Sono ancora poche le persone omosessuali che decidono di dichiararsi per paura di perdere l’assistenza, le cure, il sostegno necessario alla propria disabilità. Con il silenzio si tenta di non aggiungere un’ulteriore peso alla famiglia».

Non mancano gli esempi positivi di coppie sposate e con figli che hanno un percorso più difficile di altri, ma che non hanno rinunciato ad una vita affettiva gratificante. Francesca invece, fidanzata da sei anni, ogni giorno si scontra con il pregiudizio che il suo ragazzo senegalese sia scambiato per il suo badante, come se fosse impossibile accettare una storia d’amore fra loro. Sofia, studentessa di filosofia e musicista, è una ragazza dinamica, entusiasta. Dopo un intervento è rimasta paralitica e ora si muove in carrozzina. «È una mia caratteristica», spiega, «come avere gli occhi azzurri e i capelli biondi. La sessualità può esprimersi in mille modi, con la musica, il ballo, non è necessariamente l’atto fisico in sé. Non c’è una gran differenza fra disabili e normodotati».

Priscilla Berardi, che nel suo lavoro di sessuologa e psicoterapeuta spesso si occupa di queste tematiche, è a sua volta disabile e di sé, rispetto agli altri intervistati, dice: «Mi sento molto più libera su molti aspetti della sessualità. Ho avuto molte occasioni di relazioni, ho una fragilità ossea, ma sono avvantaggiata rispetto a molti perché non ho parti del corpo insensibili.
«Purtroppo», aggiunge, «c’è un’idea culturale ancora molto radicata della virilità e della sessualità viste sotto forma di potenza e forza». Dei protagonisti dice che «sono tutti uguali nelle loro differenze», e aggiunge: «Se fossi stata intervistata io, avrei raccontato un’ulteriore storia, sicuramente più felice e fortunata di altre, ma non povera di ostacoli e comunque in evoluzione continua. Ogni disabilità impone di affrontare una serie di difficoltà diverse ed ogni persona, anche se vive la stessa disabilità di un’altra, ha risorse e atteggiamenti diversi, il campionario sarebbe vastissimo. Ma è soprattutto come si percepisce se stessi a condizionare le relazioni con gli altri, non solo come la società ci vede. Noi stessi siamo frutto di questa cultura e siamo i primi a doverci liberare dagli stereotipi. Sono una professionista che si occupa di questi temi e come tale vorrei essere considerata, la mia disabilità non c’entra se non nel fatto che mi è stato più facile che per altri approdare a questi argomenti.
Forse alcuni si sono fidati di me anche grazie alla disabilità. Sono arrivata a certi livelli nonostante la disabilità, ma se questo è considerato un atto di eroismo non si entra mai nella normalità». Valentina aggiunge: «Spero che in futuro non sia più necessario fare studi specifici su questa tematica, ma diventi la normalità senza più distinguere rispetto ai normodotati. Più si è specifici più si tende a discriminare perché si cerca di differenziare».

Fonte: controlacrisi.org