“Delicatezza”, Stephanie chiede delicatezza ad Ali. Non si capisce quel che sono insieme, forse si amano, forse si sono solo trovati. Se due solitudini si incontrano qualcosa può nascere. Stephanie è una Marion Cotillard straordinariamente bella mentre interpreta il viso triste di una donna che si ritrova con le gambe amputate per un incidente con le orche che addestra. Ali un pugile che combatte in “fight club” improvvisati. Chi non ha ancora visto “Un sapore di ruggine e ossa” cerchi di farlo. Come capita a volte, anche film pluripremiati scompaiono presto dalle sale, senza che vi sia un motivo di qualità, solo il fatto che pochi vanno a vederli. Insieme alle gambe, Stephanie sente come se le avessero amputato sensualità e bellezza e voglia d’amore.

Quello di Jacques Audiard non è un film sulla disabilità, ma la tiene dentro facendola parte della vita, come è. Il dramma non nasce da due gambe amputate, ma dalle solitudini di due persone che si incontrano e riescono a cambiare. Qui non si vuole raccontarne trama o farne recensione, che in quel mestiere alla redazione spettacoli del Corriere sono maestri. Solo riprendere delle riflessioni nate da un lavoro che non ha paura a mostrare la disabilità al cinema, a farne parte della trama, a saperne cogliere sfumature e profondità. Non può essere un caso che anche questo film nasca in Francia (coprodotto da una televisione attenta al cinema di qualità come è Canal+) come è già successo per “Quasi amici”, fenomeno cinematografico dell’anno con al centro la disabilità e il rapporto fra due persone molto diverse, riguardo al quale ha scritto su InVisibili Franco Bomprezzi.

La causa della solitudine di Stephanie non è la disabilità sopraggiunta, che si aggiunge a un senso di vuoto che già c’è. Ali sembra rozzo e poco gentile. Effettivamente lo è. Senza accorgersene, senza farlo in maniera studiata, senza averne consigli, fa con naturalezza ciò che spesso naturale non è, ma dovrebbe essere: guarda oltre le gambe che mancano. Non le vede. “Vado a fare il bagno, vieni?” E lei che pensava di non poterlo fare più. “Vuoi scopare?” E lei che “non so se funziono ancora”. La delicatezza che chiede Stephanie è quella che chiederebbe qualsiasi donna, non una donna amputata.

Osservando Stephanie, mi sono tornate in mente le parole che mi disse Giusy Versace, bravissima e bellissima atleta paralimpica, amputata a entrambe le gambe dopo un incidente in auto a 27 anni, lei che il mondo della moda lo conosce bene, non solo per il nome che porta, e che vestiva anche minigonne e tacchi a spillo: “All’inizio ti senti la femminilità mozzata. Le gambe erano la cosa che mi piaceva di più di me stessa. Poi ti accorgi che sbagli. Ho dovuto ritrovare il mio equilibrio: avevo 27 anni e una vita stravolta. Fare i conti con il dolore e la vita di tutti i giorni. Normale si facciano paragoni. Era come prima e dopo Cristo”. Giusy che un anno dopo l’amputazione va alla spiaggia di Scilla dove passava le vacanze e si mostra in costume: “Fu importante”. La scena del primo bagno in mare è fra quelle più coinvolgenti, con quelle parole di Stephanie che fanno da spartiacque della seconda vita: “Voglio fare il bagno anche io”.

Non è un film sulla disabilità, ma sull’amore, la paternità, i rapporti familiari, l’amicizia. Ma la disabilità è lì, al centro, perché è parte della vita, non si può nascondere e non si deve enfatizzare. Vale la pena vedere questo “Un sapore di ruggine e ossa”: 120 minuti ben spesi.

Fonte: invisibili.corriere.it