Il 18 Ottobre è stato il quarto anniversario di matrimonio tra me e mia moglie. Questo potrebbe già di per sé considerarsi un evento, visto i tempi che stiamo attraversando. Ormai da qualche anno l’instabilità economica e sociale del Paese va a braccetto con l’instabilità di coppia. Vogliamo però aggiungere un altro carico di difficoltà che rende questa data ancor più un evento: io sono disabile.

Detto ciò, come diceva qualcuno, la domanda sorge spontanea: e allora? In effetti, di per sé non è niente di straordinario, se si è dell’idea che l’unione nel tempo fra due persone abbia bisogno solo dell’amore come collante. Non tutti però la pensano in questo modo. Il padre di mia moglie quattro anni fa disse a sua figlia che rischiava di andare incontro a una vita da infelice e che comunque, con ogni probabilità, sarebbe stato un rapporto di breve durata. Lo stesso padre che, nel giro di pochi mesi, mi ha accolto in famiglia alla pari di tutti gli altri membri. La famiglia di mia moglie però non è venuta al matrimonio e questa è una ferita che non si rimarginerà facilmente.

Ma è, soprattutto, un evento per tutte quelle problematiche materiali che dobbiamo affrontare, aggravate dalla mia disabilità. Non ho mai fatto particolare affidamento sull’aiuto da parte della società e dello Stato in cui vivo. Del resto, proprio in questi giorni, si legge che l’Italia è fanalino di coda per gli aiuti alle persone disabili. Noi che viviamo questa realtà, lo sappiamo da sempre che è così. Hanno pure provato a far di meglio, nel loro peggio, proponendo tagli per la pensione, l’indennizzo d’invalidità e aiuti alle famiglie con figli disabili. Poi una repentina marcia indietro. Forse speravano che gli italiani fossero anestetizzati dalla crisi e che non reagissero più nemmeno verso infamie del genere. Per fortuna siamo ancora capaci d’indignarci.

Non ho mai fatto affidamento sulle istituzioni ma non ho mai perso il desiderio di credere nelle persone. Forse la comunità in questo periodo storico non è riuscita a produrre niente di buono ma molti singoli cittadini qualcosa sì. Dobbiamo farci contagiare da loro.

Adesso vivo con mia moglie in un appartamento nel centro di Bologna. E’ in affitto. 800 euro il mese. Mia moglie lavora part-time. Non potrebbe far di più, non riuscirei a stare 8 ore senza di lei. Non solo sentimentalmente parlando ma anche fisicamente: non ho l’autonomia fisica per tutto questo tempo. Lei guadagna 700 euro il mese. La mia pensione, più l’accompagnamento, arriva a 750 euro il mese. Fate voi i calcoli di quello che ci rimane, sottraendo pure cibo, luce, gas, telefono etc.

Come campiamo? Alzandoci ogni mattina con il desiderio, la speranza, la certezza che “volere è potere” e che lamentarsi va bene ma solo se porta a essere combattivi e propositivi per superare il motivo dei nostri disagi. Non possediamo la macchina. Ci spostiamo solo con i mezzi pubblici. Lavoro nel web, m’ingegno in ogni modo per arrotondare. Faccio il freelance. Che tradotto, vuol dire che in un mese posso guadagnare e in altri tre no. E’ tutto precario. E quando cammini (o ruoti, come me) su questo filo sottile tra il vivere e il sopravvivere, non puoi permetterti neanche di ammalarti. Scherzi? Troppi soldi da spendere.

Ecco perché per me questo giorno è un evento speciale da festeggiare e che ritengo, forse, utile condividere con tutti voi. Le parole nella vita possono aiutare ma gli esempi molto di più.

Forse potrò fare ancora a meno di sperare nelle istituzioni, nello Stato. Forse il mio carattere e, non di meno, mia moglie, mi aiuteranno ancora a vivere e non solo sopravvivere. Ma non tutti hanno questa forza. Per tutti quelli più deboli, lo Stato deve essere presente.

Se una nazione non sa prendersi cura di loro, non può prendersi cura di nessuno.

 

Fonte: ilfattoquotidiano.it