Cosa significa Vita indipendente? E’ veramente molto difficile per una persona disabile gestire questa situazione da soli, bisogna avere tanto coraggio, armarsi di pazienza e avere determinati ausili che facilitino la vita di tutti i giorni.

Quando devi condividere la tua esperienza all’interno della famiglia, devi dimostrare di sapercela fare a gestire ogni situazione che ti si presenta davanti, soprattutto se devi completamente gestire e prenderti cura di un figlio essendo in condizioni di disabilità. I problemi incominciano quando insieme si decide di fare un figlio, consapevoli delle tante difficoltà che questo comporta, bisogna saper affrontare con tanto coraggio i pregiudizi della società che non è abituata a vedere nella normalità questa scelta nella vita di una donna disabile, e in particolare la sfiducia e l’incredulità dei medici ginecologi che consiglierebbero al giorno d’oggi di non procedere con la gravidanza e affrontare questo passo così difficile e complicato. Ma secondo il mio pensiero il desiderio della maternità nella vita di una donna disabile, ti fa sentire ancora più forte e consapevole, soprattutto se accanto alla persona disabile ci sono persone che condividono le proprie scelte, in questo caso il marito che insieme alla moglie hanno deciso di fare un figlio nonostante tutte le difficoltà che esso comporta.

La gravidanza è una tappa importante nella vita di una donna, per riuscire a vivere bene questo evento è necessario che vi sia un equilibrio tra i cambiamenti del corpo e le conseguenti trasformazioni della psiche, e l’ambiente sociale in cui la donna vive. Nelle donne senza disabilità il percorso è più facile, ma per la donna con disabilità fisica le cose si complicano: la donna avrà maggiori problemi fisici e psicologici più o meno forti e profondi. Secondo me, la paura è molto forte nell’affrontare la gravidanza, e anche dopo la nascita di un figlio la donna si sente incapace di gestire la situazione che si presenta davanti a sé perché sprovvista di esperienza e di aiuto, quindi ha bisogno di un aiuto psicologico.

“I problemi cominciano quando insieme al marito – racconta Maria Castellano – decise che era il momento di fare un figlio “Ero consapevole delle difficoltà e mi sentivo pronta ma, avevo sottovalutato i forti pregiudizi sociali sul mio desiderio di maternità e in particolare il parere dei medici. Prima di avere Claudia, spiega la Dottoressa Castellano, ho vissuto momenti durissimi, invece delle emozioni che preludono all’attesa di una gravidanza. Per i medici ginecologi impreparati lei non era una donna ma un “problema” da rimandare al settore handicap neurologi, fisiatri, ortopedici. Maria Castellano rimase incinta e abortì spontaneamente al secondo mese di gravidanza. Si trattava di un uovo bianco, frequente nelle donne primipare, niente a che fare con la disabilità, ma lei aveva interiorizzato gli schemi preconcetti dei medici che aveva avvicinato, attribuii l’aborto alla mia disabilità e caddi in una tremenda depressione.”

Claudia è nata solo grazie al caso, ad un incontro fortunato con un ginecologo che aveva avuto già molte esperienze con donne disabili e che ha saputo accompagnarla lungo tutta la via, semplicemente trattandola come ciò che è: una donna. Si temeva solo che la bambina imparasse a camminare “ballando”, come le persone spastiche fanno, invece Claudia è una bambina ben radicata al suolo, perché “la madre le ha comunicato la sicurezza del suo diritto ad averla” Sostiene il professor Vezio Ruggeri.

 

Fonte: Mensile Vita Indipendente