Viso più giovane o più vecchio? È un gene a decidere il look

Da uno studio olandese le promesse (e i limiti) di un interruttore del Dna.

Nel racconto di fantascienza «La musica del sangue» (vincitore dei premi Hugo e Nebula e poi sviluppato in romanzo) lo scrittore Greg Bear immagina che i linfociti umani – cellule legate al sistema immunitario – comincino ad agire in maniera nuova: anziché svolgere meccanicamente certe funzioni si mettono a interagire fra loro, a istituire una specie di assemblea e a concordare strategie migliorative. Ne beneficia uno scienziato, che in pratica ringiovanisce a 25 anni e, anzi, diventa molto meglio di quanto fosse stato realmente a quell’età, cioè più bello, più sano, più forte e dotato di una devastante potenza sessuale.

L’esperimento degenera in catastrofe perché, alla fine, i cambiamenti che la repubblica dei linfociti considera migliorativi non coincidono con i desideri umani. Ma Bear ha messo in scena, con molti anni di anticipo, un’ipotesi assembleare-interattiva che si è rivelata sostanzialmente giusta in biologia, anche se con una importante correzione: nella realtà questo regime repubblicano non riguarda il funzionamento del sistema linfatico ma quello dei geni del Dna.

Quando fu pubblicato il racconto (nel 1983), si credeva che a ogni gene fossero assegnate una o più funzioni precise, da svolgere in modo determinato e senza flessibilità. Adesso sappiamo che le cose sono molto più complicate. Esistono dei meta-geni che controllano, modificano, amplificano o disattivano il funzionamento degli altri. E i pezzi di Dna – abbiamo scoperto – si scambiano informazioni fra loro, proprio come i linfociti di Bear. I geni fanno questo per verificare se stanno procedendo bene e per decidere, ad esempio, fino a che punto debbano far crescere gli arti di un feto, di un bambino o di un adolescente, salvaguardando l’architettura generale.

Tuttavia i singoli geni continuano ad avere una loro identità, anche se più sfumata di quanto si credesse, e ancora si susseguono annunci sulla scoperta di questo o quel gene, da cui dipenderebbero, in maniera più o meno determinata, questa o quella caratteristica umana: e non solo caratteristiche fisiche semplici, ma addirittura cose complesse come la felicità, la propensione alla criminalità, l’intelligenza superiore alla media, la tendenza all’omosessualità eccetera. In questi giorni si è parlato di un gene della giovinezza (o della vecchiaia), cioè proprio quello su cui ha esercitato la sua fantasia Greg Bear.

La scoperta è degna di nota, anche se ormai siamo consapevoli che in genetica gli annunci mirabolanti vanno presi con le molle. Ecco la novità nelle sue vere proporzioni.

Una squadra di scienziati olandesi ha scoperto che una mutazione del gene conosciuto come Mc1r influenza la maniera in cui gli uomini e le donne percepiscono l’età altrui. Le persone che subiscono una particolare mutazione appaiono mediamente più vecchie di due anni. Invece, «silenziare» tale variazione genetica assicura un viso più fresco.

Nota bene: la ricerca dell’università di Rotterdam, coordinata da Fan Liu, non ha riguardato l’oggettività dell’invecchiamento, ma la sua percezione da parte del prossimo, che in fondo è la cosa più importante.

Quali funzioni ha il gene Mc1r, oltre che prendersi la briga di farci invecchiare la faccia di due anni, quando subisce una mutazione sfavorevole? Mc1r influenza la pigmentazione della pelle e in una percentuale di casi questo gene porta a capelli rossi, lentiggini, epidermide chiara e vulnerabile ai raggi ultravioletti, arrossamenti e rughe. Imparare a tenerlo sotto controllo ci aiuterà a sembrare più giovani.

Però, tutto questo va detto con le cautele di cui sopra: negli Anni 80 si infilava una scheda perforata nel computer, che svolgeva meccanicamente un pezzo di programma, e ci si aspettava che il Dna agisse allo stesso modo, ma ora sappiamo che non è tutto così automatico.

Da segnalare anche un esito marginale, ma curioso, della ricerca: a parità di condizioni, le donne vengono valutate mediamente come un po’ più vecchie della loro età reale (e questo a prescindere che l’osservatore/valutatore sia uomo o donna). Questo – dicono gli scienziati di Rotterdam – dipende dall’ossessione che la società ha per la bellezza e la freschezza del genere femminile. Forse non è una scoperta sorprendente, ma ora c’è la validazione della scienza.

 

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  • martedì, 13 Settembre 2016