Bellezza e disabilità. Imparare a prendersi cura di sé

«Mia figlia non ha bisogno di truccarsi, le priorità sono altre»: questa è l’obiezione che si sente spesso quando si introduce il tema del corpo, della bellezza, della cura di sé e – in prospettiva – della sessualità, con le famiglie e gli operatori che vivono la disabilità da vicino. Perché le parole “bellezza” e “disabilità” risultano difficilmente accostabili? A questa domanda hanno provato a rispondere al Centro Documentazione Handicap di Bologna, attraverso un percorso laboratoriale sulla cura di sé. Martina Tarlazzi, educatrice e esperta di cosmesi e trucco, ha accompagnato gli animatori con disabilità del Progetto Calamaio, e gli educatori, in un viaggio tra la conoscenza del proprio corpo e la scoperta della bellezza.

 

La centralità del corpo

Molto di ciò che siamo come persone deriva dal corpo, è il corpo il nostro primo “strumento” di conoscenza della realtà. Essere estroversi, vivaci, allegri, tristi, depressi, rinchiusi in se stessi, avere fiducia in sé e negli altri sono tutti modi di essere e di agire che ci derivano dall’avere un corpo fatto in un certo modo o dalla percezione che abbiamo del nostro corpo. Quando su un corpo intervengono dei limiti oggettivi come i deficit, la persona può avere meno fiducia in se stessa, o essere demotivata, o provare un senso di rifiuto per il proprio corpo percepito come non bello perché non simile ai corpi degli altri. Non dimentichiamo, inoltre, che il corpo della persona disabile viene solitamente visto solo nella sua disabilità e non nella sua interezza. Spesso l’intervento sul corpo è mirato alla “cura” del deficit, in termini sanitari-riabilitativi, tralasciando un’idea di cura di sé che aiuti la persona a “stare bene” in primis con se stessa e poi con l’Altro da sé. Per questo motivo, il prendersi cura della propria dimensione esterna è necessario e funzionale al nostro adattamento nella realtà in cui viviamo e non rappresenta uno step da tralasciare. «Dal punto di vista dell’immagine – afferma Stefania, una delle partecipanti al laboratorio – noi disabili viviamo costantemente ai confini del paradosso: lo si percepisce con chiarezza quando il nostro corpo si immerge nella socialità o, più semplicemente, cammina e si muove per strada. La gente o non fa caso a te o punta il dito dritto sulla tua carrozzina».

 

L’identità corporea

È infatti dallo sguardo degli altri che noi riceviamo uno specchio di noi stessi. Se frequentiamo una persona disabile rischiamo di vedere solo la fragilità, la dipendenza, e non il suo essere uomo o donna, ed è questa immagine parziale che trasferiamo nella persona con deficit, ed è questa immagine mentale che sedimenta la nostra cultura. C’è da aggiungere che a causa di patologie che compromettono molto l’autonomia fisica, le persone disabili crescono senza la possibilità di conoscere pienamente il proprio corpo e di sperimentarlo: sono gli altri che conoscono il tuo corpo, perché lo toccano e lo maneggiano continuamente per le attività della vita quotidiana. Le persone che maggiormente “intervengono” sul corpo con disabilità sono i familiari, che diventano quindi il primo specchio di quel corpo: una famiglia che è squalificante verso un corpo, o addirittura rimuove la presenza di un corpo, favorisce anche nel figlio la rimozione del corpo, e questo vale per tutti, non solo per le persone disabili. Lo sguardo dei familiari è quello che costruisce l’identità corporea, o ne favorisce la costruzione. Nelle famiglie subentrano anche tante dinamiche, ad esempio i sensi di colpa sul fatto che il figlio possa rappresentare una produzione non ideale, ma soprattutto tante paure legate al tema della sessualità e dell’affettività, e alle possibili delusioni. Facciamo fatica a vedere una persona disabile come potenzialmente attraente, ma questo ci avvantaggia perché ci permette di rimuovere le paure.

«Prima d’ora – racconta Danae, un’altra partecipante – non mi ero mai truccata in tutta la mia vita. Ci ho pensato un po’ quando ero al liceo ma poi ho lasciato perdere, non avevo il coraggio né di provare né di chiedere a qualcun altro di farlo con me. Ancora oggi a casa mia non ci sono strumenti per il trucco. L’esperienza che ho vissuto al laboratorio, però, mi ha fatto capire che si può apparire belli agli occhi altrui solo se noi per primi ci sentiamo belli. Nel partecipare mi sono divertita tantissimo e ho riso molto, anche quando sono tornata a casa e i miei genitori sono rimasti così di stucco nel vedermi che quasi si sono spaventati».

 

Il laboratorio

«Questo laboratorio – racconta Martina Tarlazzi, che ha proposto il progetto – non nasce con lo scopo di omologare le persone con disabilità all’ideale di bellezza proposto dai mass media, ma con quello di aiutare queste persone a vedere la parte migliore di sé. Nel primo incontro che ho avuto con gli animatori del gruppo Calamaio, mi sono resa conto che alcuni di loro non avevano le conoscenze basilari relative agli strumenti da utilizzare per la cura del proprio corpo, ma soprattutto la loro rappresentazione mentale di bellezza era del tutto idealizzata. Così, tra massaggi al viso e alle mani al profumo di lavanda e un tocco di mascara, i partecipanti al laboratorio hanno avuto la possibilità concreta di sperimentarsi con la parte più nascosta di sé, arrivando ad affermare: ‘anche io posso essere desiderabile».

«Quando mi sono vista allo specchio – conclude Lorella – mi sono sentita trasformata: quel giorno, infatti, mi ero svegliata con le occhiaie che ora non c’erano più, ero bella e stavo bene con me stessa… Peccato che quella sera non sia uscita… ero pronta per ballare!».

 

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  • mercoledì, 15 Luglio 2015