Sospiro (Cremona) Unica istituzione italiana dedicata all’Arte Irregolare, il MAI museo nasce nel 2013 al fine di conservare opere di autori presenti nelle collezioni dei più importanti musei europei e italiani, al fianco di opere contemporanee di artisti inediti, attivi nei luoghi della cura, nei centri di riabilitazione psichiatrica e neurologica, in atelier, in centri diurni o in situazioni atipiche e originali[1].
Oggi chiude. Un progetto museale reso possibile molto tardi in Italia, se ci si confronta con i virtuosi esempi europei, molti dei quali attivi dalla fine degli anni Settanta ed oggi perfettamente integrati nel sistema della cultura contemporanea dei rispettivi Paesi[2].
Un progetto profondamente necessario: per la valorizzazione del patrimonio di Arte Irregolare[3] italiano e per il naturale inserimento delle opere irregolari nel loro ambito di produzione, vale a dire quella cultura italiana che spesso fatica a considerarle parte di sé. Un inserimento nel contesto storico artistico ‘ufficiale’ che avrebbe (e in parte ha) stimolato un dibattito vitale per l’aggiornamento di sistemi museali, di pratiche curatoriali, espositive e comunicative, nonché di riflessioni estetiche e critiche, dato il materiale così difficilmente ascrivibile a categorie accademiche, ma allo stesso tempo così in linea con le ricerche artistiche contemporanee.

Nei fatti «la raccolta delle opere, la loro selezione critica, il loro studio comparato con i testi visivi più significativi del contemporaneo, la loro conservazione, implica un lavoro enorme che, insieme ad altre voci di bilancio determinerebbe un budget, nel caso di Sospiro modestissimo.» ricorda Bianca Tosatti, anima del progetto.
Nonostante ciò, dati gli epiloghi, pare siano mancati a livello comunale la chiara definizione della governance e il piano di sostenibilità economica del museo nella gestione e nello svolgimento delle attività fondamentali, mettendo in discussione la stessa logica su cui si basa l’istituto giuridico scelto, la «fondazione», ovvero il legame a tempo indeterminato tra un patrimonio e uno scopo.
La direttrice, nella conferenza stampa in cui ha rassegnato le dimissioni, pone in evidenza una interpretazione del museo, da parte dell’ente pubblico, che lo assimila nelle attese di gestione a modelli aziendali che mal si adattano ai tempi dilatati delle istituzioni culturali, richiesti soprattutto nella fase di avvio dell’impresa. Nello specifico «devo lamentare una caratteristica comune a tutta l’Italia, che vede come membri dei Consigli di Amministrazione delle istituzioni culturali figure politiche, spesso non preparate a capire né tantomeno a giudicare i progetti culturali che vengono proposti», afferma ancora Tosatti.

Il museo – pensato come «un vero museo di Arte Contemporanea in cui la sfida era quella di svincolare il prodotto artistico dal suo valore finanziario che in genere rischia di essere prevaricante su tutto il resto» -avrebbe dovuto autosostenersi dall’avvio? Utopia. Viene da pensare che un’Italia tradizionalista nella gestione degli affari culturali, non sia ancora pronta ad accettare un modello sperimentale, seppur solidamente costruito su ricerche, esperienze e alte professionalità[4] come il MAIMuseo di Sospiro e dedicato allo studio di opere che spostano i limiti dell’arte contemporanea, ma anche del sentire comune di quel pubblico potenziale e fatto di cittadinanza attiva.

Il MAI Museo dunque, come esempio paradigmatico di una situazione diffusa e patologica tutta italiana? Ma allo stesso tempo esemplare in termini di scelte operative in grado di attivare la mente locale: il museo occupava infatti gli spazi dell’ala Ponzone di Villa Cattaneo[5] sede della Fondazione Istituto Ospedaliero di Sospiro Onlus, e aveva visto sin da subito la creazione di opere site-specific a cura dell’Atelier dell’Errore, guidato dal video artista Luca Santiago Mora che «ha impostato il lavoro dei suoi ragazzi come un’opera di scultura sociale».
Un luogo dove la produzione, la conservazione e la valorizzazione dialogavano in sinergia e nel rispetto delle specifiche competenze: l’atelier Manica Lunga Officina Creativa con sede nella stessa Villa Cattaneo e dedicato alla ricerca artistica degli utenti dell’Istituto Ospedaliero, era diventato infatti punto di riferimento per la formazione e la ricerca sulla figura del conduttore di atelier, non ancora definita professionalmente in Italia, ma fondamentale nella scoperta e valorizzazione dell’autorialità degli utenti.
Per molti anni Tosatti ha lavorato come consulente all’atelier «ottenendo nel corso del tempo passato – e con altre amministrazioni dell’Ente ospedaliero – che l’atelier fosse frequentato tutti i giorni dagli artisti residenti, in particolare da coloro che avevano dimostrato una indiscutibile e continuativa attitudine al lavoro artistico. Da questo atelier sono uscite personalità formidabili che soltanto nel MAImuseo avrebbero avuto l’occasione di incontrarsi con altre grandi personalità, conosciute o meno, dell’arte irregolare. Ogni mostra, ogni iniziativa culturale sarebbe servita anche a valorizzare un lavoro di altissima qualità che da anni viene condotto in Italia all’interno dei laboratori di creatività artistica non convenzionale».

Un cantiere vero e proprio insomma, con un patrimonio di opere e saperi sedimentato nel corso del tempo, ma che inspiegabilmente non riesce ad incontrare la volontà dei decisori politici nel trovare un luogo e un sostegno economico indispensabile per consolidarsi nel tempo e agire a fondo sul e con il territorio. Il tutto nel quadro di un sistema che non lesina importanti sostegni e cifre elevate per eventi blockbuster, privi di incisività e talvolta di sostanza[6], anche nell’ambito di iniziative che trattano gli stessi temi, ma in maniera estemporanea e pubblicistica, senza i dovuti approfondimenti.

Sono molti gli interrogativi sollevati dalla breve ma intensa stagione del MAI, che evidentemente fanno pensare ad una situazione italiana che ha difficoltà a riconoscere le eccellenze locali che ne caratterizzano la cultura e la storia, rappresentati anche da un rete di musei e centri di produzione disseminati capillarmente sulla penisola, in un dialogo serrato sia con il territorio, sia con la rete a livello nazionale. Un doppio scambio che manca evidentemente, data l’attenzione dedicata troppo spesso solo a grandi realtà. Basti pensare al dibattito sollevato sul Decreto Musei[7] relativamente alla scelta di conferire autonomia speciale a soli venti grandi enti museali a livello nazionale: «come se il successo di un turismo culturale intelligente si misurasse dalla lunghezza delle code davanti agli Uffizi, a Pompei o a Brera! Da sempre ci siamo battuti per affermare un modello per nulla rivoluzionario, anzi classico e storicamente documentabile come uno degli esempi più luminosi di viaggio culturale: il Grand Tour. Tutto il nostro territorio dovrebbe rappresentare una geografia minuta di percorsi fuori-strada (…) il pericolo è non solo quello di avere centinaia di meravigliosi musei declassati, ma di averli chiusi, come succede a Bologna con il museo Morandi o con Villa delle Rose; il pericolo è anche quello di cassare intere zone italiane non raggiungibili dai treni ultraveloci e non dotate di strutture ad altissima recettività.», ci ricorda ancora Tosatti.

La chiusura dell’attività di una fondazione dopo soli 15 mesi ci induce a pensare a un’incapacità di investimento in ambito culturale su progetti a lungo termine, che richiedano una fase di ideazione e realizzazione indubbiamente più onerosa, forse più dal punto di vista della capacità progettuale che da quello meramente monetario, rispetto ad eventi culturali. È quanto sembra essersi profilato anche nel caso del Museo di Antropologia ed Etnografia dell’Università di Torino[8].

Stenta ad affermarsi rispetto al tema dell’arte irregolare un approccio storico artistico vero e proprio, slegato da quelle maniere assistenzialistiche, stigmatizzanti e marginalizzanti legate ad una visione naif di un certo tipo di produzione artistica, alla base di un’esperienza estetica del tutto inusuale, di cortocircuiti interpretativi, e che sta a latere del sistema dell’arte mainstream. Questo nonostante il panorama dell’arte irregolare in Italia si mostri vivace e disseminato di centri di studio e ricerca come, per citarne solo alcuni, l’Osservatorio Outsider Art di Palermo diretto da Eva di Stefano e legato alla rivista O.O.A – Glifo Edizioni, o l’omonimo Osservatorio di Verona curato da Daniela Rosi, o l’Associazione Costruttori di Babele, o ancora i numerosi musei di antropologia o della psichiatria che conservano materiale tratto dagli ospedali psichiatrici la legge Basaglia del 1978.

Va da sé dunque che l’irregolarità di questo tipo di produzione sta alla base della sua forza comunicativa ed estetica, ma anche della sua vulnerabilità, a causa di un mancato riconoscimento che ne mette in discussione la stessa conservazione e divulgazione. È in questo gap, che dunque non è solo istituzionale, ma anche conoscitivo da parte del pubblico, così come degli addetti ai lavori, che si inserisce il progetto, tutt’ora in corso a Torino, Mai Visti e Altre Storie, un’iniziativa complessa e dalle molte sfaccettature, che vede coinvolti numerosi soggetti ed enti promotori, nella costruzione di una consapevolezza del patrimonio di arte irregolare piemontese e nella sua valorizzazione.

 

[1] Si veda l’articolo di Tea Taramino pubblicato sul Giornale delle Fondazioni  il 10 febbraio 2014.

[2] Tra le altre si segnalano istituzioni svizzere (Collection de l’Art Brut, Losanna), austriache (Museum Gugging, Vienna), tedesche (Kunsthaus Kannen, Münster; Collezione Prinzhorn, Università di Heidelberg), ma anche belghe (art & marges museum, Bruxelles) e francesi (Halle Saint Pierre, Parigi).

[3] Si veda a proposito la recente intervista a Bianca Tosatti pubblicata sul blog «Le Buone Culturali».
Segnaliamo inoltre alcune delle principali pubblicazioni:
G. Rovasino, B. Tosatti, a cura di, Lanormalita’ dell’arte, UTET, 1993;
B. Tosatti, a cura di, Figure dell’anima, Arte irregolare in Europa, Mazzotta, 1998;
G. Bedoni, B. Tosatti, Arte e psichiatria: uno sguardo sottile, Mazzotta, 2000;
B. Tosatti, a cura di, Outsider Art in Italia, Arte irregolare nei luoghi della cura, SKIRA, 2003;
B. Tosatti, a cura di, Oltre la ragione, le figure, le storie, i maestri dell’arte irregolare, SKIRA, 2006;
B. Tosatti, a cura di, Ai margini dello sguardo: l’arte irregolare nella collezione Menozzi, Biblioteca Panizzi Reggio Emilia, 2007.

[4] Bianca Tosatti era affiancata da Paola Pontiggia, curatrice della Manica Lunga Officina Creativa; Vanda Franceschetti, responsabile conservazione e restauro; Alessandra Mantovani, responsabile conservazione e catalogazione; Valentina Mantovani, per la parte di comunicazione e relazioni.

[5] Nata come villa privata alla fine del XVIII secolo, ben presto divenne luogo dedicato alla cura e al disagio mentale; ancora oggi è sede dell’Istituto Ospedaliero, a seguito di azioni di rivalutazione e restauro.

[6] «si pensa all’arte non come una disciplina scientifica, ma come una declinazione del gusto; si pensa alle opere come materiale riproducibile in videoinstallazioni interattive di grande impatto ludico» (B. Tosatti).

[7] Decreto Musei, 23 dicembre 2014

[8] «Il Museo di Antropologia ed Etnografia dell’Università di Torino conserva una delle collezioni italiane di Art Brut più ricche e pregevoli, che però attualmente non è fruibile in quanto l’intero Museo è chiuso al pubblico dagli anni Ottanta del Novecento a causa di un ammodernamento dei sistemi di sicurezza della struttura ospitante prima e dell’abbandono della stessa da parte dell’Università in seguito. La riapertura, rallentata dalla mancanza di fondi, è stata più volte rimandata, ma il Museo ha tentato di superare questa delicata fase proseguendo con progetti di ricerca sulla collezione, prestando le opere per eventi espositivi (si vedano, per esempio, la mostra «Oltre la Ragione» curata da Bianca Tosatti e allestita nel 2006 a Bergamo e nel 2007 nel Principato di Monaco; la mostra «Banditi dell’Arte» curata da Gustavo Giacosa nel 2012 a Parigi; la mostra in corso di allestimento presso il Folk Art Museum di New York City), organizzando esposizioni presso altri locali, come nel caso della mostra «L’arte diversa» del 2009 allestita presso i locali dell’ex Ospedale Psichiatrico di Collegno e, infine, aderendo a progetti di valorizzazione quale per esempio «L’arte di fare la differenza» di Anna Maria Pecci curato dall’associazione Arteco e sostenuto dalla Compagnia di San Paolo. Inoltre, l’adesione del Museo al Sistema Museale di Ateneo dell’Università di Torino permetterà il suo spostamento nel corso del 2015 presso il Palazzo degli Istituti Anatomici di Torino dove verrà in seguito riallestito. In questo modo la collezione si troverà vicina a una delle altre importanti collezioni di Art Brut italiane e con cui ha numerosi punti in comune: quella del Museo di Antropologia criminale Cesare Lombroso dell’Università di Torino, visitabile in maniera continuativa oramai del 2009» (Gianluigi Mangiapane, PhD assegnista di ricerca presso l’Università di Torino e socio cofondatore dell’Associazione culturale Passages).

Fonte: ilgiornaledellefondazioni.com

(m.p.)