Il fumettista di Imola si racconta: “Sono 53 anni che faccio l’handicappato: qualcosa avrò imparato”. Dalla sua esperienza sono nati la serie dei calendari e il gioco di società “Trovo amici”

Laureato presso il Dams di Bologna, Alessandro Casadio, 53 anni, fumettista di Imola che dal 2006 collabora con l’associazione onlus “Gruppo Amici Insieme”, segue corsi di disegno all’Accademia di Belle Arti. Esperienza, ma anche tanta sensibilità che gli deriva dal suo stato di disabilità. Poliomelitico fin dalla nascita, Casadio usa le mani, la testa e la fantasia su una serie di calendari i cui protagonisti sono supereroi disabili: paraplegici, non vedenti, persone con sindrome di down diventano qualcosa in più grazie a superpoteri. Dal 2007, poi, si concentra sul personaggio di Sitgirl, una ragazza disabile, dolce ed impulsiva, la cui carrozzina ha acquisito superpoteri, tra cui quello di volare, in seguito ad una esplosione nucleare. Infine, quest’anno è sempre sua la mente creativa che c’è dietro al Gioco da tavola “Trovo Amici”, finanziato da Volabo e realizzato in collaborazione con l’associazione onlus “Gruppo Amici Insieme”. Il patrimonio di quanto scritto, disegnato ed elaborato su www.fumodicasa.net/
Un gioco da tavola, un calendario illustrato, un cartoon, ma anche un cd musicale: si mormora che dietro tutta l’attività creativa e di promozione della diversità dell’associazione Amici Insieme onlus ci sia lei…

I maldicenti, purtroppo, sono dappertutto (ride). A parte gli scherzi, l’idea, da cui sono scaturiti questi progetti, è un po’ il frutto della mia esperienza – sono 53 anni che faccio l’handicappato: qualcosa avrò imparato. Pensando ad essa, alle fatiche ma anche alle gioie di questo esito di poliomielite, sono riuscito a sintetizzare una massima, divenuta ispirazione della mia vita, ovvero “Beato l’uomo che sa ridere di se stesso, non finirà più di divertirsi”. Applicata alla realtà, con gli Amici Insieme, abbiamo scoperto quanto aiuti le relazioni, in cui è coinvolto un disabile, l’abbattimento di qualsiasi barriera psicologica, spesso più invisibile e più difficilmente riconosciuta. Una delle cose che maggiormente polverizza tali barriere è proprio l’umorismo.
Come nasce questa collaborazione e dove volete arrivare?

Sappiamo dove siamo partiti. Cioè, dal desiderio di condividere quello che siamo, limiti compresi, la cui consapevolezza e conoscenza ci aiuta, ogni giorno, nel cercare di superarli, laddove è possibile. Dove arriveremo potremo scoprirlo alla fine: senza pretese, ma anche senza porci dei limiti.

Nello specifico, il gioco da tavola “che aiuta ad essere migliori”. Ci spieghi come nasce l’idea, come è stata sviluppata e dove è possibile reperirlo…

L’idea del gioco nasce dal quotidiano, dal dover girare mezza città con la tua carrozzina per trovare il negozio a cui puoi accedere senza problemi, dal come accedere a una proiezione a come una normale vita di relazione. Perché è qui che incontri la gente e crei amicizia. Questa è la simulazione del gioco: girare per il quartiere per trovare amici in una dinamica dove essi hanno qualcosa da darti, ostacolati sia dalle difficoltà personali che dalla scarsa attenzione civica di tanti concittadini  che i problemi li creano anche dove non esisterebbero. Nel gioco, come nelle realtà, è possibile essere bloccati da una porta girevole, da un parcheggio disattento o dal proprio essere permalosi o superficiali.

Secondo lei quanto ancora deve essere comunicato alla e per la disabilità, in generale? Di che cosa si ha maggiormente bisogno e quali pregiudizi ancora gravano su tante persone con disabilità?
Abbiamo tutti, disabili compresi, ancora molto da imparare: nella consapevolezza e nell’accettazione di sé, nell’autostima. Soprattutto coloro che non hanno conosciuto o vissuto a fianco di un disabili. Si tratterebbe semplicemente di vivere un po’ meno concentrati su se stessi e un po’ più aperti agli altri. Ma soprattutto aiutare i disabili a combattere il proprio malessere endemico di sentirsi un “essere inferiore” ogni volta che si confronta con qualcuno. Per questo l’avvicinamento informale, magari a base di autoironia, diventa un’arma segreta efficacissima.

Lei vive sulla sua pelle la disabilità, ma ha avuto una formazione stimolante e un matrimonio arricchito da ben 4 figli. Liceo, università, amici, mondo del lavoro, collaborazioni, famiglia, figli: qual è il segreto e che consiglio si sente di dare ai tanti giovani disabili che intendano affacciarsi all’arte dell’illustrazione?

Disegno, musica, poesia sono un’occasione unica per esprimere qualcosa di importante di sé; nell’ipotesi di una forma di sofferenza hanno anche una valenza terapeutica psicologica. Consiglio di cercare e sperimentare la forma artistica che ci è maggiormente congeniale per poter gustare il piacere – estremamente gratificante – di donare qualcosa di noi agli altri. Per noi disabili, che magari ci siamo sentiti in troppe occasioni inutili, se non di peso, è un’esperienza bellissima e scopriremo, al di là del successo vero e proprio, che forse non arriverà mai, quale servizio all’umanità possa essere anche un artista underground, che allieta una serata con la chitarra o disegna la copertina del libretto per amici che si sposano.
Le sue opere vanno oltre il fumetto e spaziano dalle canzoni alle poesie, finanche a pubblicazioni ricche di ironia: c’è un filo conduttore o si affida a stimoli ogni volta differenti?

C’è un filo conduttore, che spesso scopro a posteriori. Un anelito romantico, che sento dentro di me, che mi aiuta a prendere con filosofia le molte sconfitte della vita, quelle che poi mi hanno fatto crescere fin da bambino: è la soddisfazione o, se così la vogliamo chiamare, la pace del cuore, che ogni mattina e ogni sera spinge la mia sedia a rotelle, non senza fatica, di fronte allo specchio del bagno e sorride, perché di fronte a lei c’è qualcuno che ci ha provato a vivere e, se Dio vuole, ci proverà anche domani. (eb)

(13 settembre 2010)

Fonte: superabile.it – m.p.