L’ARTE esprime la vita che fluisce oltre gli ostacoli. L’artista è colui che sovrasta le barriere mentali e culturali, respira l’infinito in tutto ciò che sviluppa. Il dipinto è per Domenico De Palma uno spazio interiore, visibile attraverso il tratto deciso e il colore caldo e avvolgente. Infinitamente Smood è una storia vibrante di sfida, uno schiaffo alla babilonia di parole che imprigionano l’essere umano in categorie sterili e in luoghi comuni. Il figurativo e l’astratto rendano giustizia alla verità soffocata che soggiace in ognuno.

SQ- Infinitamente Smood, chi è?
D– Il contrario di Dom, cioè Domenico, ho aggiunto la O finale, mentre la S richiama in alcune culture antiche l’arcano e il valore malefico. Inoltre la S ha un suono stridente. E’ il mio nomignolo, il mio nome d’arte, la firma stessa del mio essere così come sono. Cioè infinito.

SQ- L’arte è infinita perchè esprime l’uomo, unità infinita, compagna di vita, un’esperienza interiore, che filtra anche la finitudine, un inizio e una fine delle varie tappe dell’esistenza. Dipingi da sempre?
D– Da quando avevo 14 anni, quindi quasi da 10. Ero un writer, dipingevo sui muri, proprio perché non ho confini, sono infinito. Lavoravo al mercato ortofrutticolo con mio padre per comprare le bombolette e frequentavo il Liceo Scientifico.

SQ- Quel volo sull’asfalto, il coma, poi un anno a Torino, la gabbia del finito, ma il tuo estro ne esce rafforzato, la tua creatività è intrisa di messaggi sociali efficaci, che pizzicano le coscienze. E lo spaventapasseri?
D– Tornavo dal lavoro quel giorno, avevo 17 anni, ero in sella alla vespa, quando un urto alle spalle mi fa volare per tre metri. Ricordo tutto, vedo l’asfalto, il colore dell’auto che non si è fermata. Poi il buio. Nulla. Il coma per 33 giorni. Poi un anno a Torino. Sono io lo spaventapasseri, perché da ragazzo la gente aveva paura di me, avevo i capelli rasati. Vestivo in modo strano e disegnavo sui muri. E’ il simbolo di chi teme il diverso. Vedi i frutti dell’ignoranza, la gente muore impiccata sull’ albero, l’albero del pregiudizio, della paura, dell’indifferenza. La gente è stolta, guarda me e giudica. Lo spaventapasseri resto sempre io.

SQ- Vieni avanti cretino è un’altra opera -denuncia che richiama l’attenzione sulla segnaletica stradale a favore dei disabili, quando i veri inabili sono coloro che parcheggiano e ostacolano il passaggio con le auto nelle zone riservate. Un fenomeno diffuso. La tua richiesta come cittadino, come persona.
D– Vieni avanti cretino è un’opera che descrive l’abuso di spazi che sono riservati a coloro che hanno difficoltà motorie. Vedi ci sono due mani nel quadro, una sul volto e l’altra sulle gambe meccaniche della carrozzella. Una mano che ferma il passaggio, la mia libertà personale, che indica allo stesso tempo un invito: vieni avanti cretino, tu che parcheggi in zone vietate. La carrozzella ha figura di gambe, umanizzata, uno strumento a favore dell’uomo, che sostituisce le sue gambe per continuare a camminare.

Opera, Vieni avanti cretino (ST)

SQ- Attraverso l’Associazione Occhi felici, continui a dipingere, ad esprimerti, cosa manca ancora alla tua vita?
D– “Forse ora vi darà profondamente fastidio sentire un handicappato che si lamenta, ma questa persona attraverso l’Associazione Occhi felici può cercare di rientrare nel mondo. Come? Attraverso l’arte. Ora scatterà una risata generale, ma qualcuno di voi, assessori e non, ha visto o ha mai voluto vedere i miei lavori presenti o passati?

Io Domenico De Palma attraverso l’arte rappresento il mio Io per mezzo di manipolazioni di argilla. Sfortunatamente per voi non faccio solo questo. Dipingo, ma da 32 giorni, questo non mi è più possibile farlo, per assenza di colori, tavole etc.. Signor Sindaco o chi rappresenta le sue veci, chiedo solo un pò di comprensione. Non faccio nulla di sbagliato, non rubo, non mi drogo e non uccido”.

Il linguaggio simbolico di Domenico è segno di una verità che scomoda. Lo spaventapasseri è l’emblema del suo stesso esistere, che interroga, immobile nel suo campo di contraddizioni. La sua anima è invisibile agli occhi, ma ricca di sfumature che la rendono unica, sfuggente agli sguardi invadenti. Mentre la società ha solo conservato il “potere delle parole” che imprigionano gli uomini in etichette da definire e catalogare. L’infinito non si lascia catturare, è libero.

mariapia.telera@statoquotidiano.it (21/07/2011)

Fonte: statoquotidiano.it – m.p.