Un saggio destinato a fare scalpore svela il lato nascosto del pittore, fratello di De Chirico. L’analisi dei suoi quadri rivela che era affetto da sindrome di Asperger. Ma molti maestri del passato furono influenzati dai propri mali, fisici e mentali. Da Michelangelo a Van Gogh.

Molti grandi artisti sono stati condizionati nella loro opera dall’esperienza dolorosa della malattia. Sindromi, dipendenze da droghe e alcol, schizofrenia, depressione e tutte le patologie registrate dalla scienza medica: il male fisico e mentale ha influenzato in tanti maestri la visione del mondo e la rappresentazione che ne è derivata nei loro dipinti e nelle loro sculture. Michelangelo trasfigurava in alcuni personaggi delle sue opere i molti disturbi che lo affliggevano (nel volto di Geremia, una delle 400 figure che compongono l’affresco della Cappella Sistina, l’artista rappresentò se stesso, un volto per il quale oggi verrebbe diagnosticata facilmente la «sindrome maniaco-depressiva» di cui soffriva il genio fiorentino). Vincent Van Gogh, «il grande malato» della storia dell’arte, epilettico e afflitto da pesanti disturbi psichici, dopo un lungo ricovero in manicomio si suicidò, a 37 anni. Alcuni studiosi ipotizzano che il colore giallo diventato predominante nei quadri dell’ultimo periodo dipendeva probabilmente dall’abuso che il pittore faceva di assenzio, un liquore altamente tossico perché agiva sul sistema nervoso, provocando allucinazioni, attacchi epilettici e la xantopia, ovvero la «visione gialla» degli oggetti.
Toulouse-Lautrec, l’altro «grande infermo» dell’Ottocento, morto alcolizzato e distrutto dalla sifilide nel 1901, soffriva di una rara malattia ereditaria che, causando una fragilità ossea, gli bloccò la crescita delle gambe. La tristezza per la deformità fisica lo portò a frequentare i bordelli di Montmartre. Vi ritrasse la vita quotidiana di ballerine, clown e prostitute diventate il simbolo stesso dell’impressionismo. E secondo uno studio recente del neurologo australiano Noel Dan, proprio alcuni dei grandi capolavori impressionisti potrebbero essere stati tecnicamente influenzati dalla miopia avanzata di maestri quali Monet, Cezanne e Renoir. D’altra parte le figure allucinate e le scene raccapriccianti che popolano la celeberrima serie di incisioni «Il sonno della ragione genera mostri» di Francisco Goya probabilmente dipendono dall’encefalopatia che colpì il pittore spagnolo. Così come più di un quadro della pittrice messicana Frida Kahlo nasce dal dolore, l’angoscia e la sofferenza causatole dal disgraziato incidente che a diciott’anni le fratturò la spina dorsale, facendole subire 32 operazioni…
Ora la «proficua» correlazione fra storia della medicina e storia dell’arte si arricchisce di un nuovo interessante capitolo. Carlo Alessando Landini, ricercatore presso la Columbia University e Past Fellow dell’Italian Academy a New York, ha dedicato il suo recente studio «Lo sguardo assente. Arte e autismo: il caso Savinio» (Franco Angeli) – destinato a far scalpore in molti ambienti dell’arte e della critica d’arte – alla figura e all’opera del pittore e letterato Alberto Savinio (pseudonimo di Andrea Francesco Alberto de Chirico, 1891 -1952), fratello minore del ben più noto Giorgio de Chirico. Per Landini, Savinio prima che un pittore e un letterato, era un malato.
Gli errori di ottica contenuti nei suoi quadri, i tic e gli stereotipi della sua prosa, il suo carattere introverso, la sua cronica incapacità di dar risalto a concetti astratti, l’arresto della volizione, i suoi ritratti che non di rado hanno la parvenza dell’allucinazione, il feticismo d’oggetto, l’affabulazione, gli autoritratti in forma di animale (come gufi e gatti: la sensibilità aberrante della prosopagnosia ossia la difficoltà a riconoscere i volti), hanno condotto lo studioso, sulla scorta di un’ampia letteratura e del parere di autorevoli neuropsichiatri, a formulare un’interessante ipotesi. Ossia che Alberto Savinio era affetto da una forma mitigata di autismo (sindrome di Asperger), la stessa di Albert Einstein, Glenn Gould, lo scacchista Bobby Fischer e molti altri geni. E forse a livello cerebrale qualcuna delle aree che controllano il riconoscimento dei volti, specie quelle relative al campo visivo destro, era lesa («visual hemineglect»). Da un punto di vista più ampio, quello cognitivistico, neurologico, iconologico, il libro di Landini apre nuovi squarci sulla possibilità di curare l’autismo – anche quello non precoce, ossia evolutivo – e proprio attraverso una vasta disamina del rapporto fra arte e pazienti autistici l’autore formula una nuova ipotesi nel campo della «art therapy». E non ha dubbi ad affermare che Savinio, con la sua arte, abbia in certa misura contribuito a curare se stesso. E così il «cerchio» che iscrive arte e medicina, si chiude.

Luigi Mascheroni
(30 luglio 2009)

Fonte: Il Giornale.it – m.p.