L’Art Brut, arte della non-cultura, nell’opera di un artista colto ed ecclettico, anticipatore di un nuovo modo espressivo.

“L’art Brut ha in sé tutti gli elementi che richiede un’opera d’arte: una bruciante tensione mentale, invenzione senza freni, libertà totale. Pazzi? Certamente. Potreste concepire un’arte che non fosse un poco folle? Nietzsche diceva: -noi vogliamo dell’arte che danzi.”
Jean Dubuffet è una delle personalità più interessanti dell’arte europea del periodo postbellico, per la complessità del suo linguaggio insieme colto e primitivo, intellettuale ed istintivo, coerente ed imprevedibile.
Animato da una insaziabile curiosità e da una vastità di interessi che lo porta a sconfinare nei campi più disparati dell’arte visiva, questo artista ecclettico è attratto dalle manifestazioni grafiche dei popoli primitivi, dalla produzione istintiva e spontanea degli artisti di strada, dei graffitisti, dei bambini e dei pazzi: lo interessano le persone prive di formazione culturale, che vivono ai margini della società, autodidatti, estranei ai circuiti dell’arte tradizionale, dal linguaggio figurativo personale che esprime un proprio mondo dell’immaginario, talvolta sconcertante, riconoscendo alla tensione emotiva che si accompagna alla creatività febbrile del vero artista la possibilità di rompere i contatti con la realtà e portare alla follia, stato mentale favorevole alla creazione artistica.

Innumerevoli sono le tecniche inventate ed impiegate da Jean Dubuffet per esprimere il vasto repertorio della sua attività creativa, svolta per grandi cicli, nella quale si possono identificare echi surrealisti, per la componente onirica e l’automatismo, cenni astrattisti, richiami netti all’informale di Fautrier, elaborazione personale di un linguaggio desunto dalle manifestazioni non colte dell’arte figurativa, complesse esperienze volte a sondare le possibilità della materia e dell’espressione spontanea, che lo condurranno all’informale materico.
Sono tecniche inusuali e personali, i collages, realizzati con i materiali più impensati, giornali, elementi vegetali e animali, ali di farfalla, la haute pâte, di grande pregnanza materica, dove il segno affonda deciso nel colore spesso, il graffitismo, come nel caso del dipinto in esame, dove Dubuffet dispiega la sua pennellata fresca e fluida, la sua esuberanza cromatica, giocata sui toni decisi dei colori primari, blu, giallo, rosso, aggressivi, violenti, urlati.
E’ una pittura di grande maestria, colta, sapiente, che pure si muove con naturalezza nel solco di un’arte primitiva, apparentemente rozza e barbara.

Nel 1945 Jean Dubuffet conia il termine “Art Brut”, teorizzata poi nei suoi “Cahiers de l’Art Brut”, per definizione un’arte dei non-acculturati, come la definisce anche Renato Barilli, che sfugge ai condizionamenti sociali e al conformismo borghese, al di fuori della tradizione e delle mode, al di fuori del sistema delle arti, delle scuole, delle gallerie, dei musei ed anche delle convenzioni estetiche, genuina ed immediata, che recupera il substrato primitivo dell’arte arcaica, con selve di segni e disegni casuali, incontrollati e liberi.

Questo Mire G21 (Kowloon), un acrilico su carta, può considerarsi antesignano di tutta quella che sarà la cultura del graffitismo metropolitano nel mondo, in delicato equilibrio tra un’arte di strada, che proviene dal basso e, in un certo senso, dal passato, e l’espressione cosciente di un intellettuale che ha bisogno di creare nuovi lessici per narrare a modo suo un grande racconto popolare.

di Vilma Torselli
pubblicato il 28/04/2007
Fonte: artonweb.it – m.p.