Un’arte istintiva senza intenzioni estetiche, frutto della personale ed incontrollata pulsione emotiva dell’artista.

L’Art Brut nasce da una definizione di Jean Dubuffet che nel 1947, assieme ad André Breton e altri, fonda una “Compagnie de l’art brut”: il termine definisce l’attività creativa di “artisti loro malgrado”, che creano senza intenzioni estetiche, per una personale pulsione emotiva confluente in una comunicazione immediata e sintetica, di grande efficacia pur nell’estrema esiguità dei mezzi.
Non esistono più convenzioni formali, ciò che predomina è il puro istinto, un linguaggio arcaico e primitivo, uno stile semplificato, infantile, irrazionale, quello dei bimbi, degli ignoranti, dei malati di mente: il risultato è una pittura di grande originalità di forme, di modi espressivi, di tecniche , di materiali, di assemblaggi, dove il colore viene sommariamente trattato, con libertà ed esuberanza, le linee sono casuali ed elementari, i soggetti enigmatici, talvolta indecifrabili, nel nome della più assoluta spontaneità ed immediatezza, sia contenutistica che formale.
Entro questo ambito ritroviamo le prime sperimentazioni di graffitismo, lo stesso Dubuffet realizza un vasto ciclo di lavori, i “Mires” e i “Non-lieux” eseguiti con questa tecnica, producendo un graffitismo urbano tutto sommato raffinato, con notevoli valenze estetiche che ne fanno inevitabilmente l’espressione “ricercata” di un’arte di frontiera.
L’Art Brut (Arte Grezza), che prenderà anche il nome di Raw Art e, oltreoceano, di Outsider Art, vuole affermare che la capacità espressiva è una caratteristica potenzialmente presente in qualsiasi persona, indipendentemente dalla sua cultura, intelligenza, razionalità, anzi è tanto più libera di esprimersi quanto più esse mancano e l’ingegno creativo non è mortificato da pastoie accademiche o da precostituiti modelli culturali, non è sottomesso alla logica del mercato, non deve rispondere a nessuno né compiacere nessuno.

Lo stesso Dubuffet definisce l’Art Brut come “L’arte che si ignora, che non conosce il proprio nome, prodotta dall’ebbrezza creativa senza alcuna destinazione”, e raccoglie disegni di bambini, di malati di mente, di emarginati, ricercando rapporti ed analogie con la pittura arcaica ed i graffiti dei popoli primitivi, dando vita ad una collezione che oggi è inclusa nel Museo dell’ “Art Brut” a Losanna, in Svizzera (più di 5000 opere realizzate da quasi 500 artisti).

Essendo in realtà Jean Dubuffet un uomo estremamente colto, di raffinata sensibilità, è evidente una sua posizione di tipo intellettualistico, tesa alla ricerca di un nuovo linguaggio della rappresentazione, un linguaggio totemico, libero da ogni tipo di acquisizione culturale, imperniato sulla creazione artistica e non già sul prodotto artistico, sull’atto del fare e non sul manufatto, una ricerca che può essere condotta solo in situazioni estreme, fuori da ogni controllo, nel mondo dei folli, o degli ignoranti, o dei primitivi.
Egli stesso sperimenta nuovi possibili linguaggi e, per sottrarsi alla concettualità del disegno, la forma grafica più pura e più lontana dalla materia, si avvicina appunto al graffitismo, dove la forza del segno e la violenza dell’incisione meglio esprimono l’impulsività e l’energia “bruta” dell’atto creativo, scopre e sostiene artisti originali come Adolf Wölfli o Jeanne Tripier, altri ne rifiuta proprio a causa della loro “cultura”, tuttavia, mentre proclama la più assoluta libertà dell’espressione, in qualche maniera codifica un linguaggio dell’Art Brut che finirà per avere inevitabilemente caratteristiche proprie, non estranee all’automatismo psichico della poetica surrealista o alla violenta aggressività dell’Espressionismo, vicine a quelle del gruppo Cobra ed ai modi espressivi di Karel Appel.
“Art Brut” come antitesi a “Beaux Arts”, un’estetica del “brutto” in contrapposto ad un’estetica del “bello”, ma sempre un’estetica.

di Vilma Torselli
pubblicato il 28/03/2007
Fonte: artonweb.it – m.p.