“Brutti e Cattivi”, l’esordio dietro la macchina da presa di Cosimo Gomez: il ritratto nero, palpitante e scorretto della disabilità, di cui avevamo bisogno.

Più che un film è una girandola l’esordio dietro la macchina da presa di Cosimo Gomez, “Brutti e Cattivi”.

Un hunger game in cui alla fine, forse, ne sopravvive uno solo; una sfida alla ghettizzazione ed al politicamente corretto. Ne è protagonista, infatti, una di certo assortita ma poco empatica banda di freaks, disabili finalmente spogliati di quella patina di pietismo ed eroismo retorico da rotocalco di sinistra della domenica pomeriggio.

Prima che il rappresentante di una categoria, il disabile è una persona che, come tale, può scegliere che direzione dare alla propria vita od al suo modo di relazionarsi con gli altri.

Mi spiego meglio, caro amico normodotato: il fatto che io sia costantemente appoggiato sul mio sedere, non significa che non posso darti due schiaffi quando mi saluti accarezzandomi il mento neanche fossi il cane della tua vicina zitella!.

I “Brutti e Cattivi di Cosimo Gomez vivono la loro disabilità come fosse un superpotere arrivando, perché no, a sfruttarla. E’ così che si inventano il colpo del secolo: rapinare una banca in cui sono stati appena depositati i “risparmi” della mafia cinese.

Cos’è che fa il gioco dei nostri antieroi?: la visione che il mondo esterno ha di loro.

Detto francamente, chi tra i benpensanti si aspetterebbe di vedere un amputato che impugna una pistola, o un nano che  scassina una cassetta di sicurezza con la stessa facilità con cui io apro una bottiglia?

LA BANDA DI “BRUTTI E CATTIVI” CHE HA CONQUISTATO VENEZIA
Il Papero (Claudio Santamaria), la Ballerina (Sara Serraiocco), Plissè (Simoncino Martucci) e Il Merda (Marco D’amore) non sono disabili ai quali l’unica trasgressione concessa è non pagare al cinema, saltare la fila alle poste o ridurre i tempi d’attesa per lo svolgimento di un esame all’università.

Il loro handicap diventa attenuante durante un processo per rapina a mano armata, argomento principale di una criminale captatio benevolentiae (in questo senso è parecchio incisiva la scena in cui la Ballerina cerca di convincere la mafia cinese, facendo leva sulla propria condizione, a risparmiarle la vita).

I nostri possono addirittura permettersi di trattare le proprie donne come simulacri perché, si, anche un amputato fa sesso, o tradire. Tradire un ideale, tradire un progetto comune.

La seconda parte del film, si apre, idealmente, con Il Merda che getta in aria la carrozzella del Papero, creduto morto, come un re spodestato dal suo trono, Ciò è simbolo di un vuoto di potere che innesca una lotta intestina nella quale l’unica caratteristica che conta è l’ambizione.

Da lì in poi i colpi di scena si susseguono somigliando, grazie anche al montaggio al cardiopalma di Mauro Bonanni, ad una sparatoria in pieno centro cittadino la domenica mattina.

“BRUTTI E CATTIVI” ALLARGA IL CONCETTO DI DISABILIITA’

Non mi ha mai dato fastidio più di tanto sentir pronunciare la parola handicappato. Ho sempre creduto, infatti, che tra il disabile e l’handicappato ci sia una sostanziale differenza. Gli handicappati li crea la società.

“Brutti e Cattivi” è un film vincente anche per questo: perché non fa vedere alcuna differenza tra l’amputato e la donna straniera costretta a prostituirsi; nessuna differenza tra un nano ed un drogato dal quale, i più, non accetterebbero neppure da bere.

Sono tutti handicappati, perché la società nella quale vivono, spesso, non dà loro la possibilità di un riscatto o, quantomeno, di una vita dignitosa.

Fonte: zon.it

(l.v./m.p.)