Ogni individuo dispone di infiniti itinerari espressivi. Sono lì, a portata di mano, si tratta solo di diventarne consapevoli e praticarli.

Quel percorso di scoperta può essere casuale o cercato, può procedere a scatti o in modo lineare, ma quando accade è sempre uno svelamento da cui è impossibile tornare indietro, per fortuna.

Pochi giorni fa, sul secondo canale della Radio Svizzera italiana è andata in onda nella trasmissione Laser un’intervista, riascoltabile in podcast, di Tiziana Conte a Thierry Thieû Niang, celebre coreografo e danzatore franco vietnamita. Niang, famoso per la sua ricerca sul movimento e la danza e per aver collaborato con registi come Patrice Chéreau, racconta come a un certo punto la semplice danza non gli è più bastata e ha sentito l’urgenza di esplorare un’altra estetica e poetica del movimento che si nutre dell’incontro con l’altro. La più recente testimonianza di quel percorso è il film Une jeune fille de 90 ans, diretto da Valeria Bruni Tedeschi e Yann Coridian, girato in un ospedale della periferia parigina che ospita malati di Alzheimer. Di quel film e della sua forza espressiva abbiamo già parlato, ma la verità racchiusa nelle parole di Nyang merita di essere ripresa perché è essenziale e salvifica, soprattutto in un’epoca coì avara di empatia come quella che viviamo.

Dalla metà degli anni Novanta, Nyang sviluppa progetti e atelier partecipativi che coinvolgono danzatori, ma anche non professionisti come detenuti, autistici, bambini, anziani, disabili mettendo etica ed estetica al centro della sua ricerca. «A un certo punto della mia storia – ha detto Nyang – mi sembrava di essere troppo dentro un mio sé, in una danza contemporanea francese in cui avevamo tutti più o meno la stessa tecnica, eravamo della stessa generazione e con la stessa storia. Avevo bisogno di un altro corpo che mi facesse inventare la mia danza»|. Da lì in poi Nyang ha cominciato a interessarsi dei corpi degli altri, danzatori, attori, ma anche persone con impedimenti o meno. «Il mio movimento – ha aggiunto – lo cerco nel movimento di un altro e può essere un bambino che non riesce a smettere di muoversi, o un detenuto che ha movimenti limitati».

C’è un universo di possibilità dentro di noi e ognuno può raccoglierle perché le barriere dentro le quali ci muoviamo sono prima di tutto mentali e indotte. Viviamo dentro abiti, spazi, comportamenti e abitudini dominati da regole e il nostro corpo è la prima vittima di quelle regole. Se il movimento, come dice Nyang, è una forma di linguaggio universale, circoscriverlo è come uccidere o mutilare le infinite aperture di espressione.

Quando, ormai molti anni fa, per un paio di anni insegnai educazione musicale in una scuola media, misi in pratica quello che avevo studiato in conservatorio nel corso, allora sperimentale, di Didattica della musica. Appena arrivai in classe dissi ai ragazzi di mettere da parte l’orribile flauto di plastica che allora quasi tutti i miei colleghi usavano perché avremmo lavorato con gli strumenti che tutti avevamo fin dalla nascita, ovvero le mani, i piedi e la voce. All’inizio mi guardarono come fossi una pazza e molti mi dissero: «Ma io non so cantare». «Fa niente – risposi – proveremo a fare con la voce tutto quello che ci viene in mente, compreso gridare». Non fu facile spingerli a mollare gli ormeggi e non tutti riuscirono a superare certi blocchi. Alla fine dell’anno qualcuno mi disse che avrebbe voluto studiare musica. Non so se lo hanno fatto, ma poco importa. Quel che contava, e conta, è scoprire che molto altro è possibile ed è lì, a porta di corpo.

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Fonte: ilmanifesto.it