In occasione della XXV Edizione del Festival del Teatro Patologico “Upside Down”, il portale Lineadiretta24 ha intervistato Dario D’Ambrosi, attore (“Romanzo Criminale”, “The Passion of the Christ”), regista, Fondatore e Direttore Artistico del Teatro Patologico di Roma. Il Teatro Patologico è nato nel 1992, ed ha come intento quello di far incontrare il teatro e le malattie psichiatriche. Queste le parole di Dario D’Ambrosi: “Da alcuni anni il Teatro Patologico ha trovato spazio fisso presso la sede di Via Cassia 472 a Roma, diventando un punto di riferimento a livello internazionale per chi si occupa di terapia psicoanalitica e di cura per il disabile, di integrazione e di accoglienza, battendo strade nuove ed accogliendo il mio metodo terapeutico come innovativo ed unico al mondo”.

In quella occasione è stata inaugurata la Prima Scuola Europea di Formazione Teatrale per tutti quei giovani disabili affetti da vari disturbi psichiatrici. Dario D’Ambrosi ha il grande merito di essere riuscito a dispensare felicità a tutti quei giovani che soffrono a causa di malattie mentali o che sono affetti da varie forme di disabilità. L’arte, il teatro, la recitazione, permettono loro di sentirsi parte integrante della società, e non ai margini di essa. Quella di Dario D’Ambrosi è una squadra eccezionale, composta da uno staff altamente specializzato di docenti, studenti, assistenti sociali e familiari dei ragazzi. Una realtà al di fuori del tempo e dello spazio, dove si respira un’aria di profonda solidarietà e di condivisione dei problemi, dove non si viene giudicati per l’apparenza, ma per la sostanza. Dario D’Ambrosi ha dato vita ad un’oasi di pace, una sorta di “isola che non c’è”, dove ci si sente un po’ meno soli rispetto al resto del mondo.

Per lavorare con persone speciali bisogna essere un po’ “speciali”, e tu, Dario, lo sei.

Grazie per il complimento! Ma confesso che chiunque, con accanto ragazzi speciali, diventa “speciale” di riflesso. La diversità offre visioni straordinarie e fuori dal comune, i ragazzi hanno una carica incredibile e, se li si ascolta veramente, se li si sente, si riesce a vedere il mondo da una prospettiva diversa e mai immaginata.

Quando è maturata dentro di te l’idea di dar vita al Teatro Patologico?

Il Teatro Patologico è nato così, come una scoperta, grazie ad un laboratorio fortunato fatto nel 1989 presso il Teatro al Parco, in Via Ramazzini. Mi si propose di condurre un progetto teatrale con dei ragazzi disabili e da lì prese il volo il Teatro Patologico.

Cosa ti ha spinto ad avvicinarti a questa realtà fatta di dolore e sofferenza?

La ricerca della disabilità, delle sfumature, della malattia mentale hanno sempre caratterizzato il mio percorso artistico. Da giovanissimo, a 18 anni, mi sono fatto rinchiudere nel manicomio Paolo Pini di Milano, per tre mesi, per studiare la malattia e la disabilità umana calandomi nei panni di chi ne soffre. Bisogna vivere sulla propria pelle e con ogni senso a disposizione per capire veramente il disagio e affrontarlo.

Possiamo definirlo a ragione un teatro d’avanguardia?

Il mio teatro è fatto di punti di rottura, non lo definirei puramente d’avanguardia, è folle e fatto di pancia e di emozioni. Affronta tutto ciò che è sempre stato classificato come diverso, reietto, escluso e vomitato fuori dalla società che si spaventa di fronte a quanto non capisce, rifiuta qualsiasi cosa scardini le false sicurezze in cui tutti ci culliamo.

Come viene affrontata la “diversità” all’interno del Teatro Patologico di Dario D’Ambrosi?

Ognuno di noi è un po’ matto dentro, ed il Teatro Patologico segue una terapia nuova, sentieri mai battuti che ho costruito negli anni ed affinato, considerando la disabilità come un’opportunità, un nuovo modo di osservare il mondo e di dare al diverso una seconda possibilità.

Come reagiscono i ragazzi a tutte queste sollecitazioni emozionali?

I miei ragazzi disabili recuperano la loro dignità e capacità creativa, sfondano il muro di ombre entro cui sono reclusi, vivono il mio teatro e la recitazione terapeutica come un terreno fertile in cui coltivarsi e rinascere continuamente.

Questo progetto terapeutico da te ideato, prosegue attraverso il sodalizio con l’Università di Tor Vergata.

Il Corso Universitario sperimentale creato quest’anno, in collaborazione con l’Università di Tor Vergata, è il primo al mondo ad essere rivolto esclusivamente ad allievi affetti da disabilità psichica e/o fisica. Si tratta di un corso di Teatro Integrato, ed i risultati raggiunti sono una continua conferma della positività di questo lavoro.

Quali sono i frutti più belli di questo lavoro?

Il primo e più grande vantaggio, che sempre confermerò, è quello che ricavano le famiglie dei ragazzi coinvolti nel corso. Se si regala serenità e stabilità ad un solo disabile, non solo lui ne gioverà, ma anche e soprattutto il suo nucleo familiare che ritroverà una dimensione di pace e tranquillità in cui vivere, dopo anni di vessazioni e difficoltà. Una famiglia sana rende più sano un condominio, il suo quartiere, e di questo passo migliora la qualità della vita di intere città. Questo è sicuramente uno dei più bei frutti che mi regala questo lavoro straordinario. Inoltre, vedere un disabile che, grazie al corso universitario, riscopre fiducia nelle proprie capacità e comincia finalmente ad immaginarsi utile e in grado di creare qualcosa, convogliando i propri speciali talenti in un’abilità (nella musica, nel teatro), è una grandissima soddisfazione. Non solo si insegna loro a prendere familiarità con il proprio corpo, ad ascoltare il proprio “respiro”, ma si fornisce loro un valido aiuto che mette in atto un processo creativo che li libera e che ci regala straordinarie emozioni.

Fonte: lineadiretta24.it
(m.p.)