Ha vinto l’onirico e sognate Sleeping Wonder (filmato realizzato con l’aiuto di una comunità di persone con disabilità intellettive che strizza l’occhio ad Alice nel paese delle meraviglie) mentre il voto del pubblico on-line è andato a Viola, dove si narra il “prima e il dopo” di un drammatico incidente stradale di cui è vittima un giovane ragazzo. Così si è conclusa la seconda edizione del concorso di cortometraggi FilmAbile, ideato da Eurolavoro e dal Rotary club di Linate: una bella rassegna che costituisce un’occasione in più per affrontare la disabilità, declinata quest’anno nel tema dell’incontro inteso come manifestazione del contatto tra modi di vivere, apparentemente differenti, che tuttavia convivono a volte nella consapevolezza e altre volte nell’indifferenza.VINCITORE FILMABILE

Per la cronaca secondo e terzo classificati sono stati Malatedda e Prove d’Incontro. Sono stato chiamato a fare da giurato alla manifestazione e ammetto, quindi, un pizzico di delusione che traspare nei miei giudizi. Quattordici filmati da visionare, in cui ho dovuto registrare l’assenza del guizzo che mi sarei atteso. Occorre coraggio e voglia di osare per abbattere le barriere culturali. Invece nei filmati sono emersi stereotipi per contrastare gli stereotipi, un uso dei classici temi del video per raccontare la diversità. Così troviamo il bianco o nero e la poesia per parlare della disabilità intellettiva o della malattia, i disegni animati e la matita per addolcire l’immagine cruda e difficile da digerire della fuga dei migranti dalla guerra («un po’ fuoritema» hanno concordato i giudici).

Guardateli anche voi: mi piacerebbe avere la vostra opinione. Le mie aspettative erano alte. Mi sarei immaginato più cuore, ma in tanti hanno raccontato l’esistente un po’ troppo ingabbiati nel “compitino” da svolgere con il timore di mettere il piede in fallo se avessero superato il recinto del “politically correct”. Ci hanno provato i ragazzi dell’ istituto Statale “F. Paolo Neglia” di Enna che in un Passo Avanti, hanno usato il registro dell’ironia anche se con qualche caduta di stile.

Quotidianamente vediamo sdoganati temi che erano tabù fino a qualche anno fa, ma la disabilità fatica a trovare uno spazio. La disabilità relazionale e intellettiva fa paura: «Perché ci si rende conto che  tutti viviamo sul ciglio di un burrone – mi racconta in una chiacchierata Anna Rastello, mamma di Marcella e protagonista dei Cammini di Marcella – basterebbe un piccolo passo per andare oltre». La frase di Gaber mi risuona nella testa: «Da quale parte del cancello… ». Già da quale parte?

La disabilità fisica invece è troppo evidente e, in un mondo che tende al bello e perfetto, allontana. Si guarda la superficie… non c’è il tempo per approfondire. Si guarda lo specchio dell’acqua di un lago che riflette il mondo esterno e solo talvolta permette di guardare il fondale, il celato.

Io disabile quindi perché faccio paura? Perché non riuscite ad entrare nel mio mondo fatto di piccole cose, battaglie quotidiane vinte e perse… di normalità? Già sento Antonio Giuseppe Malafarina andare su tutte le furie… ma la mia normalità quotidiana è la conquista più grande che ho ottenuto. Perdermi tra la gente, diventare invisibile perché sono uno tra i tanti. Un diverso tra mille diversi. Un pensiero sterilizzato che obbliga una perfetta standardizzazione delle persone, quasi fossero bambolotti in plastica stampati tutti uguali, genera un’umanità Ogm, un’ umanità chimica e innaturale. Raccontare i punti di uguaglianza umana, di contatto (perché non torniamo a parlare d’amore disse Franco Bomprezzi al termine di una riunione di Invisibili), piuttosto che quelli fanno la differenza, forse sarebbe stata la chiave giusta per parlare di disabilità.

Fonte: invisibili.corriere.it
(e.v.)