Eclettico, anticonformista, con una continua e incolmabile voglia d’indipendenza e libertà espressiva, l’attore e musicista italo-cileno è convinto che i sogni possano avverarsi: basta volerlo.

Cileno e italiano. Musicista e attore. Difficile descrivere in poche righe i tanti volti di Fabiano Lioi: chitarrista, pianista, modello per artisti e riviste di moda, interprete di spettacoli e di ruoli cinematografici. Classe 1977, neppure ventenne decide di attraversare l’Atlantico per sbarcare a Roma. I limiti che gli pone l’osteogenesi imperfetta – malattia genetica rara che alcuni hanno soprannominato sindrome delle ossa di cristallo – non lo fermano: dorme per qualche giorno in una stazione, impara a suonare, entra nella band Ladri di carrozzelle. Neppure un incidente in moto può bloccare la sua voglia istrionica di esprimersi, come racconta in questa intervista pubblicata sul numero di giugno 2015 del magazine SuperAbile Inail.

Come sono stati gli inizi nel nostro Paese?
Dopo una forte discussione con i miei genitori presi la decisione di abbandonare la casa paterna a Iquique, in Cile; inconsciamente volevo rompere quel cordone ombelicale immaginario che unisce genitori e figli, e che a volte solo la morte o le lunghe distanze riescono a tagliare del tutto. Ho scelto l’Italia perché ci ero già stato in passato (sono figlio di padre italiano e di madre cilena) e l’Europa mi sembrava un posto abbastanza lontano, dove non avrei potuto chiedere o essere aiutato facilmente dai miei famigliari. La sfida con il mondo, con me stesso, iniziava veramente. Come tutti gli inizi è stato complicato e sofferto, ma se hai in testa una meta basta solo mettere in atto un piano per poterla raggiungere. Le difficoltà, le sofferenze diventano il carburante, la benzina, che ti darà la forza per non fermarti, per avverare i tuoi sogni.

Se volesse definirsi con tre aggettivi?
Ottimista, determinato, ma molto realista.

Qual è la sua idea di arte e di bellezza?
L’arte, nel suo significato, comprende ogni attività umana singola o collettiva di tipo creativo basata su abilità innate o acquisite attraverso lo studio. Su questa base ritengo che l’arte sia comunicazione e come tale abbia la forza per migliorare o rovinare una società. Chi fa arte, in qualsiasi forma, ha una grande responsabilità nei confronti del mondo e delle nuove generazioni. Per quanto riguarda la bellezza, risponderei con due frasi proverbiali molto vere: «Non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace» e «De gustibus non est disputandum».

Il suo genere musicale preferito?
Dipende molto dallo stato d’animo in cui mi trovo. Mi piace ascoltare tutta la musica, dalla classica al tango, dal blues al metal, mi piace capire perché e come nasce un determinato genere musicale o una canzone. Ultimamente sono molto incuriosito da Sixto Rodriguez: la sua storia musicale e la sua vita sono fuori dal comune, come racconta il documentario biografico Searching for Sugar man.

Il suo scrittore e il suo libro preferiti?
La scrittura della Beat generation (da Jack Kerouac ad Allen Ginsberg) mi ha influenzato moltissimo. Altri scrittori americani come John Fante, Charles Bukowski o Ernest Hemingway. Miguel de Cervantes con il suo Don Chisciotte della Mancia, le avventure di El Cid Campeador, scritte da una o più persone anonime che raccontano le gesta di Rodrigo Dìas Conte de Bivar, condottiero valenciano. Oscar Wilde con Il ritratto di Dorian Gray e Fernando Pessoa con Il banchiere anarchico. I romanzi russi di Fëdor Dostoevskij e Michail Bulgakov. Tra gli scrittori italiani contemporanei mi piace Lorenzo Amurri e il suo Apnea. Se dovete fare un regalo, regalate un libro che già avete letto: chi regala un libro, regala una parte di sé.

Ritiene che le persone con disabilità con un talento artistico debbano affrontare maggiori difficoltà per affermarsi?
Se penso a Michel Petrucciani, Ray Charles, Andrea Bocelli, Michael J. Anderson, Simona Atzori, per citare alcuni, a quello che fanno e sono stati capace di fare, ritengo che sicuramente avranno avuto delle difficoltà, come chiunque altro con o senza un handicap. In un mondo dove si parla tanto di integrazione e di abbattimento dei pregiudizi, ma dove a farla da padrone sono il Botox, la chirurgia plastica e i ritocchi con Photoshop, quando c’è da andare in tv o sui mass media si preferisce non far apparire le persone disabili, e se proprio devono andare in onda vengono inserite in un contesto di pietà, pianto e dolore. Quindi per loro l’asticella delle difficoltà per affermarsi come artisti o semplicemente come persone si alza più del normale.

Quali sono state le sue maggiori soddisfazioni professionali finora? E personali?
Sono un insoddisfatto perenne per quanto riguarda il lavoro: voglio sempre di più e il meglio, e per averlo do sempre il massimo di me. Di conseguenza, pretendo altrettanto da parte dalle persone con le quali lavoro. Le soddisfazioni le trovo nelle persone: quando leggo e-mail scritte da gente che non conosco ma che in poche righe mi dimostra affetto, quando mi rendo conto che il mio lavoro piace, che riesco a comunicare e far provare emozioni, lì mi sento ripagato, soddisfatto. Per quanto riguarda la sfera personale, posso dirmi soddisfatto ma ancora non del tutto della mia indipendenza, che può e deve migliorare.

Quali sono i suoi progetti artistici?
Da un paio d’anni – con gli amici Edoardo Dionea, Emanuele e Alessandro Vona – abbiamo dato vita al gruppo musicale Mantic e registrato il disco Mantic EP, disponibile su iTunes e anche su Spotify. E sono usciti film in cui ho lavorato come attore: nel 2014 il thriller In nomine Satan, che mette in discussione un fatto di cronaca italiana. La pellicola Fantasticherie di un passeggiatore solitario ha vinto il Grand Prix de La Samain du cinéma fantastique di Nizza e dovrebbe essere nelle sale nel secondo semestre di quest’anno. L’importante è non fermarsi mai. Progetti artistici e approfondimenti su Fabianolioi.com. (Laura Badaracchi)

Fonte: superabile.it

(m.p.)