Con nove writer affresca la storia di Milano sul muro di San Lorenzo alle Colonne. “Se in tre ore non avessi perso l’uso delle gambe, fra un mese non sposerei Maryluz”.

Sulla spalla destra reca inciso il simbolo del biohazard, rischio biologico, il pittogramma di pericolo stampato di solito sui contenitori dei rifiuti speciali dannosi per la salute. Sulla spalla sinistra tre stelle che s’è fatto tatuare nel luogo più insolito al mondo per questo genere di pratiche: Lourdes. Andrea Casillo dice di aver cercato risposte in alto, «senza trovarle», per il virus o il batterio o l’ignoto agente patogeno che gli è entrato silenziosamente in corpo nove anni fa, condannandolo per sempre, dalla sera alla mattina, alla sedia a rotelle.

Ma poi ha pensato che, oltre alla propria pelle, aveva a disposizione i muri di tutto il mondo per tracciarvi sopra qualcosa che potesse dare un senso a questa maligna fatalità.

C’è riuscito? Penso di sì, almeno a giudicare da ciò che mi ha scritto un direttore di giornale. Il quale, passando un giorno davanti a una pertinenza esterna della basilica paleocristiana di San Lorenzo Maggiore, quella delle Colonne, nel centro di Milano, si è soffermato estasiato ad ammirare Casillo che, insieme ad altri nove graffitisti armati di bombolette spray, la stava riempiendo con i personaggi della storia cittadina: Sant’Ambrogio, Attila, Carlo Magno, gli Sforza, i Visconti, Leonardo da Vinci, Napoleone, Alessandro Manzoni, Giuseppe Verdi, l’arrivo dell’esercito americano nel 1945. E mi ha scritto: «Chiamare graffiti queste opere non ha senso. Uno degli artisti è un ragazzo in carrozzella, che si fa issare sull’impalcatura dagli altri. È gente a livello dei grandi pittori del Cinquecento. Invece i preti à la page affidano le decorazioni delle chiese a miscredenti ammanicati, astrattisti solo perché non riescono a essere veristi. Che sciupio! Dovresti vedere i giovani sciamannati che frequentano la movida delle Colonne di San Lorenzo e, rintronati da birra e bongo, si trovano d’improvviso di fronte ai dipinti. Si bloccano, li guardano in silenzio, attoniti. Sembrano fedeli davanti a un’elevazione».

Non è stato facile rintracciare Kasy 23, alias Casillo, perché i writer fra loro usano soltanto il tag, la firma, e spesso si riconoscono soltanto per quello, non sanno i rispettivi cognomi. L’idea di contattarlo per affidargli un soggetto figurativo che narrasse la storia di Milano dalle origini ai giorni nostri è venuta all’anziano parroco di San Lorenzo Maggiore, don Augusto Casolo, prete da mezzo secolo. Kasy 23, aiutato dall’amico Jacopo Verdesca, ha subito messo insieme la squadra: Arsen, Encs, Acme 107, Gatto Nero, Gatto Max, Gep, 750 ml, Mr. Blob, Neve. Una committenza dettata da motivazioni molto prosaiche: il popolo della notte che si strafà di alcolici e spinelli tra le Colonne e il Parco delle Basiliche aveva scambiato quella parete di via Pio IV per un orinatoio. Da quando i writer l’hanno trasformata in opera d’arte, nessuno ha più osato sfogarsi lì. E del resto sarebbe il colmo del sacrilegio violare un murale che termina con un’immagine della Madonna e che su una porta intermedia riporta a caratteri gotici il Paternoster, scritto con vernice d’oro da Gep, al secolo Giuseppe Caserta, il calligrafo del gruppo.

Andrea Casillo è nato nel 1980 a Seriate, nel Bergamasco, e oggi abita poco distante, a Chiuduno, con la compagna Maryluz Bella, boliviana di La Paz. Il padre Antonio emigrò 50 anni fa in Lombardia da Salerno a cercare fortuna con la moglie Angela, siciliana. S’ingegnò prima come sarto e poi come barbiere. La coppia ha avuto due figli. Tiziano, il più grande, ha una pizzeria a Treviolo. Kasy, pur essendo diplomato in chimica alimentare, aveva seguito le orme del fratello. Già a 14 anni, per non gravare sulle finanze del babbo, faceva il pizzaiolo nel ristorante Da Gina a Seriate. Nel 2001 s’era aperto un negozio a Chiuduno, Planet pizza. Nonostante il successo conseguito con margherite e capricciose, quattro anni dopo gli era venuta voglia di mettersi alla prova come tecnico di laboratorio. «Sognavo di essere assunto alla Coca-Cola, che in quel periodo era l’ossessione della mia vita. Ne bevevo fino a 2 litri al giorno, mi alzavo persino di notte per scolarmela e al mattino era la prima cosa che mi versavo nel bicchiere appena sveglio. Una vera e propria dipendenza». Sostenne invece un colloquio alla Italcanditi di Pedrengo, che si concluse con la frase di rito: «Le faremo sapere». Ma quando, dopo un mese, gli fecero sapere che l’avevano assunto, era troppo tardi: Andrea giaceva inchiodato in un letto degli Ospedali Riuniti di Bergamo. «Ero diventato paraplegico».

Com’è potuto succedere?

«Un’infezione fulminante del midollo osseo, di origine sconosciuta. Accadde tutto nella notte del 16 agosto 2005. Mi ero coricato verso le 2 con un leggero mal di schiena. Nei giorni precedenti avevo scalato in bici il monte San Fermo, che presenta pendenze del 18 per cento. Alle 6 ero già sveglio, non riuscivo più a dormire. Sentivo le gambe informicolate. Provai a metterle fuori dal letto, ma ne avevo perso l’uso».

Urlò? Chiamò aiuto?

«No, pensai a un malessere passeggero e telefonai al 118 sotto voce per non svegliare i miei. Si destarono all’arrivo dell’ambulanza. Fui portato all’ospedale di Seriate e subito sottoposto a risonanza magnetica. I medici della neurologia mi dissero: “È mielite. Sarà lunga, ma ti riprenderai”. Io, ingenuamente, chiesi: farò in tempo ad aprire la pizzeria prima di sera? Alle 9 ero già paralizzato».

Da chi seppe che non avrebbe più camminato?

«Lo capii da solo dopo 10 giorni. E per fortuna l’infezione fu fermata con dosi da cavallo di cortisone e antibiotici, perché stava per aggredirmi le braccia. All’ospedale di Bergamo ebbi il verdetto finale: nessuna possibilità di guarigione».

Si disperò?

«Non proprio. Al contrario di chi rimane gravemente ferito in un incidente stradale, il quale deve aspettare la guarigione delle ferite e la rimozione delle ingessature, potei darmi fin da subito piccoli obiettivi di recupero: per esempio riuscire ad andare a letto da solo».

I suoi genitori come reagirono?

«Ancor oggi non accettano la mia menomazione. Sono rimasti fermi alla disgrazia. Non riescono a vedere i progressi compiuti. Ricordo il loro smarrimento quando mia nonna Vincenza mi lasciò in eredità il suo appartamento, che aveva il pregio di trovarsi al pianterreno. Papà e mamma pensavano di venirci ad abitare con me. Rimasero di sale quando gli annunciai che ci avrei vissuto da solo, essendo in grado di arrangiarmi».

Però non poteva più fare il pizzaiolo.

«No, certo, la pizzeria dovetti venderla. Fu a quel punto che mi venne in soccorso la passione per i graffiti. Ce l’ho dall’età di 17 anni, da quando il sindaco leghista di Chiuduno, Piergiorgio Martinelli, stanziò mezzo milione di lire per le bombolette con cui io e altri writer decorammo un orribile muro grigio che faceva da sfondo al campo comunale di calcio e basket. Un rapporto umano continuato con il suo successore, Piermauro Cinquini, e con l’attuale primo cittadino, Stefano Locatelli, che mi ha messo a disposizione la scuola media abbandonata come laboratorio. Prima mi toccava dipingere pannelli e tele in garage».

La street art è diventata il suo lavoro?

«Sì. Con la sola pensione d’invalidità, 290 euro, e l’indennità di accompagnamento, 450, non ce la farei ad arrivare a fine mese. È buffa la vita. Proprio in questi giorni m’è capitata fra le mani la pagella della prima elementare su cui c’è scritto: “Ha difficoltà con il disegno”».

Che cosa pensa dei graffitari che imbrattano monumenti, facciate di palazzi e fiancate dei treni?

«Sono vandali. Ci screditano. Lo strumento, lo spray, è uguale ma loro lo usano nel modo sbagliato».

Lei dove s’è esercitato finora?

«Ho eseguito murali sia per privati che per amministrazioni pubbliche a Milano, Brescia, Forlì, Padova, Trento, Salsomaggiore, Bassano del Grappa, Salerno e al Mau, il Museo d’arte urbana di Torino. Al Motorshow di Bologna la Fiat mi ha commissionato un live painting: dipingevo in diretta i modelli di auto del Lingotto. Da tre anni lavoro nel carcere di Bergamo, il direttore Antonio Porcino mi ha quasi adottato. Con Arsen (Luca Zammarchi, ndr) ho dipinto i parlatori maschile e femminile; abbiamo disegnato Carl Fredricksen e il piccolo Russel, personaggi del film Up, vincitore dell’Oscar nel 2010, nel cortile dove le detenute incontrano i loro bambini: anziché una muraglia opprimente, adesso mamme e figli vedono un cielo azzurro con tanti palloncini colorati».

So che ha lasciato il segno persino a Los Angeles.

«Sì, in una galleria di Downtown e in un garage sotterraneo di Hollywood. Mi sarebbe piaciuto intervenire anche sulla spiaggia di Venice Beach, dove c’è un gigantesco murale che viene rifatto ogni settimana, ma in carrozzella non potevo arrivarci».

Infine San Lorenzo alle Colonne.

«Il parroco mi aveva visto dipingere nella palestra di arrampicata a Pero. Mi ha chiesto se, con i miei amici, ero disposto ad abbellire gratis il muro perimetrale dell’oratorio, soggetto a continui vandalismi, 40 metri di lunghezza per 4 di altezza. In tre giorni, lavorando dalle 10 alle 20, ci siamo riusciti. I passanti erano entusiasti. Solo una persona ha commentato: “Che schifo”. La capisco. Si era soffermata sullo spray, anziché su ciò che era uscito dalla bomboletta».

Quanto colore ha consumato?

«Mi sono portato 70 bombolette. Il minimo. In laboratorio ne ho 700».

Senza usare la mascherina protettiva, a giudicare dalle foto.

«Devi scegliere se morire asfissiato dal caldo o dai solventi. Meglio i secondi».

Che mi dice dei suoi compagni?

«I migliori in circolazione nell’arte figurativa. E anche come persone. Magari non credenti, ma umili. Un pittore può essere bravo finché vuole, però quando se la tira diventa insopportabile».

Però dentro le chiese non vi fanno dipingere.

«È capitato una sola volta. Eron (Davide Salvadei, ndr) ha affrescato con lo spray San Martino in Riparotta, a Rimini».

Lei è credente?

«Sì. Mi ero allontanato dalla Chiesa per gli scandali, ma con Papa Francesco mi sono riavvicinato».

Credevo che si fosse allontanato per la malattia.

«No, quella è stata il motivo per riprendere il dialogo. Mi sono chiesto: se nulla accade per caso, perché m’è capitata questa cosa? Siccome Dio non si faceva vivo, nel 2007 ho pensato: provo direttamente in sede, da sua Madre, magari Lei me lo spiega. Così sono andato a Lourdes. Non a pretendere un miracolo: a cercare una risposta».

L’ha trovata?

«No, però davanti alla Grotta di Massabielle, tutto solo dalle 3 di notte alle 5 di mattina, sono stato bene. E ho capito che, senza la paraplegia, starei ancora cuocendo pizze anziché fare il mestiere che più mi piace, non sarei salito sugli aerei per girare il mondo e soprattutto non avrei conosciuto Maryluz».

In Bolivia?

«No, a Chiuduno. Fu adottata quando aveva 4 mesi da una coppia di siciliani, entrambi maestri qui in paese. Abbiamo fatto la prima comunione insieme. Poi lei tornò con la famiglia in provincia di Agrigento. L’ho rivista dopo 21 anni. Aveva appena conseguito la laurea in lingue e letterature straniere a Roma. Era venuta a trovare Angela, un’amica, che l’ha portata a casa mia per un saluto. Usciva da una storia sentimentale durata otto anni. Anch’io, dopo tre mesi di ospedale, ero stato lasciato dalla mia fidanzata».

Che cosa ha fatto scoccare la scintilla?

(Interviene Maryluz: «Tanta ammirazione. Io mi crogiolavo nei miei piccoli problemi e invece Andrea affrontava la vita con coraggio»). «Dopo cinque mesi ci siamo messi insieme. Da due anni vive con me. Il 4 settembre ci sposeremo nella chiesa parrocchiale. Vogliamo dei figli».

Ha fiducia nell’Italia?

«È molto dura averne. Vedo i miei coetanei spenti, sfiduciati. A 20 anni hanno già provato tutto: sesso, droghe, alcol, auto, viaggi… E poi c’è troppa disonestà. Adattare l’auto per un paraplegico negli Stati Uniti costa 250 dollari. Da noi per omologarla la burocrazia pretende 3.000 euro».

Ma che cos’è l’arte, per lei?

«Un posto grigio che diventa colorato. Il più bel complimento me l’ha fatto una signora, dopo che avevo decorato gli esterni e la sala d’aspetto della stazione ferroviaria di Chiuduno con le immagini del film The Lego Movie: “Sono una pendolare e tutti i giorni, quando arrivavo qui per prendere il treno che mi porta a Bergamo, avevo paura. Ora mi sento sicura”».

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

Fonte: ilgiornale.it

(m.p.)