Presentato al cinema Massimo di Torino il film di Soldini e Garini sulla vita quotidiana di dieci persone che hanno deciso di reagire alle sfide della disabilità visiva.

«Attraversare la strada può essere una lotta fra te e il mondo. E spesso tu perdi». E’ la voce di Piero, consulente informatico e uno dei protagonisti di «Per Altri Occhi», il tentativo di Silvio Soldini e Giorgio Garini di raccontare il mondo come lo vedono dieci persone non vedenti.

La seconda proiezione torinese del film-documentario ha avuto luogo il 24 febbraio al cinema Massimo, organizzata dal Museo Nazionale del Cinema e da «La Stampa», ed erano presenti i due registi, insieme a Mario Calabresi, direttore de «La Stampa», e Alberto Barbera, direttore del Museo Nazionale del Cinema.

Premiato dal Sindacato Nazionale di Giornalisti Cinematografici Italiani con il Nastro d’Argento per il miglior documentario, «Per Altri Occhi» ci porta dentro un mondo fatto di tante piccole sfide quotidiane, come girare una spinacina nella padella, a cui la maggior parte delle persone non fa nemmeno caso, ma che possono rappresentare ostacoli a volte insormontabili per chi non vede. In alcune scene, la telecamera si spegne anche per qualche secondo, o minuto, e lo spettatore entra in modo ancora più immediato nella realtà di chi cerca di prendere la metropolitana, o fa una regata in barca a vela, nel buio più assoluto.

Il film ruota però soprattutto intorno alle passioni e alle ambizioni di queste dieci persone, che hanno deciso di non arrendersi di fronte alla propria disabilità. Conosciamo Enrico, fisioterapista appassionato di barca a vela la cui storia ha ispirato Soldini a girare questo film-documentario, Luca, musicista e fotografo che riesce a ritrarre il mondo in scatti incredibili perché sente l’imponenza della natura o dei monumenti di fronte a lui, Gemma, che suona il violoncello cantandosi le note in testa ed è campionessa di sci, di Felice, scultore con la passione del baseball, e tante altre.

«I protagonisti che abbiamo trovato erano tutte persone che riuscivano a vivere il loro handicap in modo vitale, coraggioso, e curioso. Tutte persone che hanno qualcosa da insegnarci», ha detto Soldini in un’intervista a «La Stampa» prima della proiezione.

Vederli compiere certe “imprese” sullo schermo stupisce, e fa pensare a quanto le vite delle persone afflitte da questo handicap, rese così visibili dai bastoni bianchi o dai cani-guida, rimangano in realtà ignorate e poco approfondite dalla maggior parte delle persone.

«In realtà la performance è la parte più facile» dice in una scena Claudio, che insieme a Michela è parte dell’unica coppia di non vedenti tra i protagonisti del film. «Sei preparato per questo: giochi a baseball e fai una partita stupenda, poi magari vai al bar e inciampi perché non vedi e fai cadere il vassoio per terra».

Tanti sono anche gli stereotipi e i pregiudizi nei confronti dei non vedenti riportati sullo schermo – per esempio quello della sensibilità, di cui parla Luca, il musicista e fotografo, durante il film.

«Sono convinto che se vedessi sarei lo stesso, non è che sarei meno sensibile. La malattia di certo ti insegna qualcosa, ma se sei una pietra non ti insegna niente. Alcuni di noi sono sensibili come scarponi su delle uova». E aggiunge: «Anche questo “noi” è sbagliato, non è che siamo tutti uguali. Siamo solo persone».

«Non è un film sui non vedenti questo», ha detto in proposito Garini, co-regista del film, nel dibattito tenutosi in seguito alla proiezione. «E’ un film per far capire a chi ci vede che possono esserci anche altri mondi, ma che non sono né così straordinari, da un lato, né terrificanti come magari ci si può immaginare come quando ancora non li conosciamo bene».

Con molta allegria ed ironia, cercando di evitare i luoghi comuni, il pietismo e senza fare di queste persone degli eroi, «Per Altri Occhi» trasmette soprattutto il senso di un grande attaccamento alla vita.

«Raccontare come si può continuare a vivere è fondamentale», ha commentato Calabresi alla fine della proiezione, in conversazione con i due registi e Barbera, «perché altrimenti la società ci incasella: ‘Ha una disabilità, di un tipo o di un altro, e quindi è un cittadino di serie B, che rinuncia.’ Ma è lo stesso in tante altre situazioni», ha aggiunto, riferendosi anche alla propria esperienza personale e ad un’infanzia vissuta come ‘diverso’ in quanto ‘la vittima del terrorismo, quello senza padre.’ «Il pregio di questo documentario è di dirci ‘guardate quali difficoltà ci sono, ma guardate anche quante risorse può avere la vita’».

 

di caterina clerici (agb)
(s.i./m.p.)