Ballare. Recitare. Il linguaggio passa anche dal palco. Basta superare l’imbarazzo. L’esperienza di Adriana a Lettera43.it.

Il mio sogno da piccola era diventare una ballerina classica. I miei genitori erano preoccupati: non sapevano come spiegarmi che non sarei mai stata in grado di camminare autonomamente, né tanto meno di ballare.
È stata la mia fisioterapista a costringermi a mettere i piedi per terra: «Impara a camminare, tanto per incominciare», è stata la frase che ha usato per iniziare a rendermi consapevole dell’impossibilità di realizzare il mio desiderio.
E invece si sbagliavano tutti quanti: avrei ballato (non danza classica). E pure recitato.
GLI INIZI IN PARROCCHIA. Le mie prime esperienze di teatro, molto naïf, sono state in parrocchia. Ero volontaria in un gruppo che organizzava attività ludico-aggregative per persone adulte con disabilità intellettiva e sindrome di Down. Eravamo ‘principianti allo sbaraglio’ e i nostri spettacoli erano libere interpretazioni di fiabe o film di animazione.
Recitare insieme con professionisti, con chi attore lo era per professione, lo avrei fatto molti anni dopo.
L’ACCADEMIA DELLA FOLLIA. Nel 2003 ho frequentato il gruppo della redazione di Ristretti Orizzonti, periodico della casa di reclusione Due Palazzi, a Padova, allo scopo di scrivere la mia tesi di laurea. Graziano, uno dei redattori, un giorno mi confidò di aver collaborato con la compagnia teatrale Accademia della follia, quand’era nel carcere di Trieste.
Il nome e la storia di quella compagnia mi incuriosirono moltissimo e decisi di svolgere lì metà del mio tirocinio post lauream.
I LAVORI CON I CARCERATI. Nata all’interno dell’ex ospedale psichiatrico provinciale di Trieste ed erede della legge Basaglia, l’Accademia della follia lavora con i ‘matti’, ovvero gli utenti del dipartimento di Salute mentale e con le persone in carcere. Con loro, ho recitato nello spettacolo Il dottor Semmelweis, nel ruolo di una puerpera, e anche danzato in un duetto con una ballerina professionista.
A questa importante esperienza ne sono seguite altre, altrettanto importanti: tra tutte, sempre in ambito teatrale, un laboratorio con Francesca Varsori ed Adriana Giacchetti dell’associazione Luna e l’altra teatro e, per ciò che concerne la danza, i corsi di Danceability con Marina Giacometti dell’associazione Ottavo Giorno.

Il corpo diventa uno strumento di comunicazione

Il teatro e la danza, due discipline differenti, sono accomunate da un elemento: il corpo come strumento di lavoro.
Ho sempre attribuito alle mie capacità comunicative verbali il merito di abbattere le barriere delle paure e dei pregiudizi che, alle volte, avrebbero potuto ostacolare i miei rapporti con gli altri. Con le parole me la cavo piuttosto bene. Al contrario, non ho mai considerato il mio corpo come uno strumento di comunicazione né tanto meno ho mai ritenuto che i miei movimenti potessero suscitare emozioni in chi li osservava.
L’EMPATIA COL PUBBLICO. Non sono a disagio nel mostrare come mi muovo e come parlo, non lo sono mai stata: sono abituata al fatto che le altre persone vedano i bruschi scatti che, a volte, rendono difficoltosi i movimenti delle mie braccia e delle mie gambe così come percepiscano la mia fonetica ‘particolare’, ma non ci vedo nulla di interessante o di artistico in queste peculiarità che mi caratterizzano.
Tutte le volte che, dopo aver recitato o ballato, ricevo i complimenti di alcuni spettatori che mi dicono di essersi commossi nel vedermi, rimango sbalordita. Mi chiedo: Cosa ci vedranno di così commovente in una sequenza scoordinata di movimenti?
L’IMBARAZZO A RIVEDERSI. Mi piace molto ballare e recitare, ma quel che non amo è osservarmi mentre lo faccio o rivedermi nelle registrazioni.
È un po’ come se avessi due percezioni opposte: quella che avverto con il corpo, piacevole e coinvolgente, contrapposta all’altra, esperita attraverso la vista, ‘strana’ e imbarazzante.
Francesca, che è ed è stata una maestra per me in ambito teatrale, e Marina, che mi insegna settimanalmente Danceability, sono convinte che la diversità dei movimenti di chi ha una disabilità fisica, così come l’energia differente che i cosiddetti ‘matti’ portano sul palcoscenico, siano elementi che, uniti alla tecnica, possono produrre risultati artisticamente interessanti.

La capacità di apprezzare la particolare motricità

Pur concordando con questo modo di pensare, mi rendo conto di essere ancora ancorata allo stereotipo secondo cui ‘artisticamente bello e interessante’ è solo un certo tipo di movimento: leggero, pulito, morbido.
Quando mi osservo ballare e recitare (nel genere teatrale che mi hanno insegnato, si usa molto il corpo, oltre che la voce), invece, il mio modo di muovermi lo avverto pesante, ‘sporco’, ossia poco preciso, e a scatti.
Grazie alle esperienze teatrali e al percorso di Danceability, sto incominciando a considerare la mia motricità con occhi diversi e sto imparando lentamente ad apprezzarla.
MOLTEPLICI POTENZIALITÀ. Sto scoprendo che le potenzialità del mio corpo non sono poi così ristrette come immaginavo. Certo, è ovvio che ci sono limitazioni chiare, definite e definitive tali per cui, per esempio, non mi aspetterei mai di imparare a fare piroette o plié. Tuttavia, tra ciò che mi è impossibile realizzare a causa dei miei limiti fisici e ciò che attualmente riesco a fare, esiste un’ampia gamma di movimenti di cui ancora non sono consapevole.
Solitamente uso i termini di «creatività motoria» per definire la capacità di inventare nuovi schemi di movimento oppure di utilizzare gesti quotidiani decontestualizzandoli e combinandoli in maniera tale da generare una coreografia interessante.
SERVE LIBERARE LA FANTASIA. Spesso, all’inizio del mio percorso nel mondo del teatro e della danza, mi descrivevo come «povera di creatività motoria», in quanto mi sembrava di ripetere sempre i medesimi gesti o azioni, senza riuscire a inventarne di nuovi.
Ora ho compreso l’importanza della ricerca continua su se stessi, a livello corporeo. Sperimentare le infinite possibilità di espressione del corpo umano, qualsiasi esso sia, è ciò che consente di decostruire i pattern di movimenti usuali e inventare soluzioni nuove e creative. Uniche, in quanto nate dalla fantasia di chi le ha generate.
L’impossibile non è scontato.

di Adriana Belotti

Fonte: lettera43.it

(m.p.)