Un irriverente schiaffo all’Italia, un Paese che non vuole vedere al di là della crisi o «delle crisi visto che dagli anni ‘70 non ce ne siamo persa nemmeno una» chiosa Gianfranco Berardi, attore tarantino non vedente che, con la sua compagna di vita e di palcoscenico, Gabriella Casolari, ha portato in scena lo spettacolo In fondo agli occhi (teatro della Cooperativa – Milano – fino al 27 ottobre ). La coppia, sul palco, ha deciso di mescolare generi (drammatico, cabarettistico, metateatro), e registri, (realistico con un italiano colloquiale e concettuale con una prosa più ricercata, forbita e a tratti poetica) e di sfruttare la disabilità come lente attraverso cui leggere l’italianità. La cecità così diventa «un filtro con cui analizzare il contemporaneo – spiega l’attore – la condizione di un intero Paese, rabbioso e smarrito, che brancola nel buio alla ricerca di una via d’uscita».

Rabbia e rassegnazione, affetto e odio, molti sono gli spunti – e le storie di vita brevemente accennante – dei 55 minuti di spettacolo, ma su un paio mi sono soffermato a pensare maggiormente: la rabbia e l’eterna lotta interiore tra la voglia di autonomia e il bisogno di protezione e accudimento. Due caratteristiche che – a mio avviso – descrivono molto dell’intimità delle persone con disabilità. E che lo spettacolo di Berardi mette in particolare luce attraverso riferimenti autobiografici. L’attore infatti è diventato cieco all’età di 19 anni a causa di una mutazione genetica. La disabilità che ne è derivata è stato uno stimolo per l’introspezione, per rimettersi in gioco, cambiare radicalmente la propria vita. Se da una parte nutrivo la «forte volontà di spiccare il volo dal nido creato dalla famiglia dall’altra c’era la paura di mettere il bastone fuori dall’uscio di casa» – spiega Berardi. Berardi ha varcato quella soglia e ha incontrato il teatro.

E ora, dopo 15 anni, in un processo catartico, per lui e per il pubblico, libera la sua rabbia ma anche la sua carica di vitalità sul palco. «La rabbia è un sentimento negativo che si alimenta anche grazie a domande autolesioniste che tutti, per un motivo o per un altro ci poniamo – perché proprio io?. Contribuisce poi l’immaginazione e la supponenza che ci fanno più grandi di quello che siamo – prosegue l’attore -. Il famoso “se avessi la vista sarei riuscito a…”, “se la mia disabilità non mi avesse limitato sarei diventato…” sarei che?». Domanda retorica che non conduce a nulla se non all’insoddisfazione, alla nevrosi o alla rassegnazione.

E ancora una volta la disabilità – un po’ come accade nello spettacolo – diventa specchio di una società sempre più incattivita. Guardatevi intorno e scorgerete che questa nevrotica insofferenza affiora vigorosa in tutti gli ambienti. E sempre più spesso accanto alla maleducazione. Se nella disabilità il voglio ma non posso è costituito da limitazione di carattere fisico, sensoriale o intellettivo per la società ha un carattere differente. Siamo attorniati da stimoli e vere e proprie pulsioni che non riusciamo a soddisfare: l’handicap è il non avere il riconoscimento e il successo che, nella nostra mente, ci spetta di diritto. La presunzione del diritto, mi verrebbe come slogan.

Come il diritto all’amore, genitoriale o di un compagno o compagna.Una forza distruttiva che troppo spesso tiene lontano anche chi vorrebbe avvicinarsi o che lo fa in punta di piedi per poi ritrarsi. Un po’ come accade quando si vuole accarezzare un cane e questo per paura mostra i denti. Semplice autodifesa istintiva in questo caso. Ma non giustificabile nel caso di persone pensanti. Una rabbia che non si riesce, o non si vuole, reprimere con la scusa che la disabilità giustifica tutti i comportamenti. «Ogni tanto passeggio con un amico non vedente come me – racconta Berardi – Una persona che non ha ancora trovato il modo di sfogare quella cattiveria interiore che lo divora. Basta che qualcosa si frapponga al suo cammino – fosse anche un semaforo, che esplode in improperi. E io mi diverto a prenderlo in giro tanto per esorcizzare questo sentimento».

di Simone Fanti

Fonte: invisibili.corriere.it

(r.b./m.p.)