Va bene, diciamolo subito: non capita spesso di iniziare un’intervista su William Shakespeare e finire immersi negli aneddoti di “Star Wars”,oppure fra i personaggi dei libri di Chuck Palahniuk.Ma dal trentasettenne lucchese Dimitri Galli Rohl c’è sempre da aspettarsi di tutto e d’altronde il suo curriculum glielo permette: diplomato nel 2009 a Roma presso la prestigiosa Accademia nazionale d’arte drammatica “Silvio D’Amico” – primo disabile nella storia della scuola a raggiungere quel traguardo -, nello stesso anno ha vinto il “Premio Sipario” per il suo saggio di diploma“U.s.d.e.”una rivisitazione in chiave moderna (e politica) dell’Amletoprodotto dall’accademia stessa. Tralasciando tutto il resto (che non è poco), si accinge adesso – sempre da Shakeaspeare – nella coraggiosa impresa di vestire i panni del Re Lear, che andrà in scena presso il Teatro Studio Eleonora Duse di Roma dal 14 al 21 dicembre per la regia di Giacomo Bisordi. Abbiamo scritto“impresa coraggiosa” non a caso: Dimitri è infatti il più giovane interprete della storia a vestire i panni del leggendario monarca britannico, che solo un gigante comeLaurence Olivier aveva avuto l’ardire di portare in scena in giovane età. Il grande attore però al tempo aveva 38 anni, uno in più del nostro, e tutti i suoi successori (anche italiani, uno su tutti? Glauco Mauri) non hanno mai tentato l’impresa prima dei settanta anni. E così il personaggio di Lear è divenuto quasi un ruolo da intraprendere sulla via del tramonto di qualsiasi carriera, anche la più prestigiosa. Una vera rivoluzione, almeno nell’approccio, che ne porta in sé altre. Come vedremo nell’intervista, infatti, “King Lear” si presenta come il lavoro d’esordio per un connubio artistico – quello fra Galli Rohl e Bisordi – che aspira ad altre grandi imprese, come la fondazione di una compagnia per “dichiarare guerra” agli stati generali del teatro italiano che – come sappiamo – adesso si muovono, soprattutto nell’erogazione dei fondi statali alla cultura, sul binari legati a tutto fuorché alla meritocrazia. Ce la faranno i nostri eroi? Vedremo. Intanto iniziamo la nostra intervista con l’unica prima domanda possibile.

Non è troppo giovane per interpretare King Lear?

“Assolutamente no. Penso infatti che un attore anziano stia a Lear come un premio alla carriera sta a qualsiasi gesto scaramantico. Infatti quando ricevetti il ‘Premio Sipario’ c’era anche Mauri, a cui fu conferito appunto quello alla carriera. Nel suo discorso semiserio ai presenti disse che viveva quel riconoscimento come un biglietto per il viale del tramonto. Glauco aveva già intepretato il Re di Britannia due volte, altri ‘grandi vecchi del teatro’ come Gabriele Lavia hanno recentemente dichiarato di volersi cimentare in quel ruolo e questo fa capire come esso venga vissuto dagli attori. Io e Giacomo invece eravamo convinti che Shakespeare avesse scritto il personaggio per interpreti più giovani, visto che la sua inclinazione alla rabbia richiede una prestanza fisica ben diversa da quella di un anziano, anche se quest’ultimo ne guadagna in presenza scenica. La nostra via, chiamiamola così, pescava anche da quel poco di storia che si evince dalla leggenda alla base del personaggio shakespieriano: si dice che il Re sia vissuto in epoca pre-romana, ossia in un periodo in cui non si viveva poi così a lungo e difficilmente si arrivava all’età degli attori che hanno calcato negli anni il palco di quella storia”.

Una chiave di lettura frutto di uno studio che tiene conto davvero di tutto, come spiega anche il regista Bisordi: “William Shakespeare scrive Re Lear in un’età compresa tra i 40 e i 45 anni; fulcro della tragedia è un re ottantenne abbandonato dalle figlie e dalla ragione. Una distanza di quasi quarant’anni separa quindi l’occhio dell’autore da quello del suo protagonista”. Tuttavia ancora non siamo convinti del tutto, serve un’altra domanda all’attore.

Lei è Lear di Britannia e noi persone qualsiasi, in un luogo qualsiasi. Come ci saluterebbe al momento di un incontro?

“Chiederei subito: ‘Dì un po’, sai chi sono?’. Una delle prerogative principali del vecchio Re, infatti, è quella di continuare ad essere riconosciuto tale anche dopo aver abdicato a favore delle figlie. A un certo punto a lui non importa più di regnare, perché è stanco, ma si preoccupa molto della perdita del suo status regale e quindi tende a cercare ovunque, nella gente, segnali di un riconoscimento del suo titolo ormai perduto. Perché la sua paura è quella di perdere il rispetto dei suoi sudditi, visto che non ha mai vissuto, fino a quel punto, senza che tale devozione gli fosse manifestata in ogni momento. In poche parole, pur desiderando scaricare il lavoro di Re vuole mantenerne i privilegi e questo provoca in lui un ‘cortocircuito’, diciamo, che lo spinge a cercare continuamente conferme”.

Un po’ come qualsiasi anziano, al momento di andare in pensione…

“Esatto. Non c’è bisogno di essere un re per sentire il disagio di essere reputato ormai inutile alla crescita del mondo in cui si vive. E’ per questo che tutti, al momento di andare in pensione, invece che godersi il meritato riposo si gettano nell’inventarsi hobby e impegni, a volte anche immaginari. Chi se lo può permettere assume una badante, altri vanno al parco a leggere il giornale, ma non ci sono finali epici come nei romanzi di Lev Tolstoj per le vite comuni e neanche per quelle non comuni tutto sommato. D’altronde, da sempre, la società tende anche se in modi gentili a mettere da parte chi non produce più e in questo c’è tutta l’attualità del testo shakesperiano: a nessuno, soprattutto ai grandi, piace sentirsi inutile e non apprezzato. La novità è che questo Lear non è un monolito intoccabile, ma vive la sua condizione senza compatirsi troppo”.

Come si è preparato a recitare un personaggio così complesso, tenuto anche conto della sua disabilità?

“Ho vissuto l’accettazione di questo ruolo come un grosso onore, tenendo conto anche del ‘fattore età’ di cui parlavamo prima. Avere la possibilità di recitare Lear così giovani apre – anche dal punto di vista della formazione artistica – prospettive inedite per una persona della mia generazione. Al contrario dei grandi anziani che hanno calcato questa scena, infatti, io ho naturalmente una percezione della vecchiaia diversa, perché non la sto (ancora) vivendo. Mi spiego: in una recente intervista Lavia ha dichiarato che ‘invecchiare è una cosa orribile’, ma io – essendo ancora sotto i quarant’anni – non mi sento ancora ‘corrotto’ da quella tristezza, che credo tolga lucidità alla recitazione. Un King Lear eseguito da una persona meno avanti con gli anni può beneficiare di vantaggi come questo, quindi oserei dire anche qui largo ai giovani, anche perché il personaggio si deve liberare degli stereotipi che lo legano solo a una categoria di attori, precludendone altre. Il valore di crescita che porta all’attore rende imperativo far sì che chiunque sia in grado di poterlo recitare quando si sente pronto. O quando ne ha voglia, più semplicemente. Nel mio caso, poi, ero ansioso di trasformare gli aspetti legati al mio essere disabile nei limiti fisici della condizione senile. Così ho fatto”.

E com’è andata?

“Molto bene, debbo dire. Sia io che Giacomo siamo molto soddisfatti, nonostante i ritmi di lavoro abbiano richiesto enorme energia da parte nostra. Abbiamo provato una media di dieci, dodici ore al giorno a partire dalla metà di ottobre, ma ne è valsa davvero la pena. Questo Lear è fantastico”.

Allora è vero, come diceva Orson Welles, che “Il teatro resiste come un divino anacronismo”.

“E’ vero, resiste. Ma lo fa principalmente alla luce della sospensione della democrazia che si vive in esso al momento in cui ci si mette al lavoro su uno spettacolo. Tutti sanno che bisogna obbedire al regista, senza discutere. E sono proprio queste ‘tossine di autoritarismo’ che rendono grande il lavoro e l’esistenza dei teatranti, perché oltre a servirci sul palco per la nostra arte, fanno lo stesso anche nel resto della nostra vita, fuori del teatro, ossia quando ritorniamo nella società democratica e percepiamo così il senso più profondo del libero arbitrio che ci è stato donato, in quanto uomini. E’ un momento di consapevolezza intima, paragonabile a quello della salute fisica, che si percepisce nel profondo solo quando ci viene a mancare”.

E adesso come sfrutterete, assieme al regista, questo vantaggio? Quali sono i vostri progetti per il futuro di questo neonato connubio?

“Giacomo è stato un mio allievo e questo spettacolo è il suo saggio di diploma nella stessa scuola dove anche io ho studiato, quindi per me è un orgoglio doppio, una doppia emozione mettere in scena questo Lear. Certo, nel tempo siamo cambiati, come è cambiata l’Accademia stessa sotto le spinte della mia generazione, per arrivare al diploma di Gabriele nel suo nuovo corso. Adesso il nostro rapporto è paragonabile a quello che c’è fra Obi Wan KenobiAnakin Skywalker (sperando che non si strasformi in Darth Fener) nel secondo episodio della saga di Star Wars: un allievo e un maestro, entrambi in crescita, che difendono il loro mondo seguendo i precetti di un codice etico e artistico condiviso. Ciò potrà portarci, spero, a fondare una compagnia e usarla per sviluppare nuovi progetti comuni. Magari pescando fra gli studenti di teatro della cui formazione mi sono occupato negli ultimi dieci anni”.

Da come la descrive sembra più una confraternita che una compagnia, esattamente come i Jedi di Lucas.

“Se dovessi azzardare un parallelo penserei di più al ‘Fight club’ di Palahniuk (e diDavid Fincher) laddove io sono una specie di Tyler Durden della riscossa culturale dei suoi singoli appartenenti. E’ un momento difficile, la mia generazione sembra impotente nei confronti del futuro, dopo il tradimento dei padri e dei figli culturali del ’68, che poi sono stati i costruttori di movimenti come il berlusconismo, che ci hanno messo in ginocchio. Adesso stiamo sgomitando per dimostrare di essere capaci di costruire qualcosa, di crescere, di non essere ‘choosy’ e dietro di noi le generazioni più giovani fanno lo stesso. Il segreto per il successo, in questo momento, è non commettere gli errori dei nostri predecessori, isolando chi – con meno anni sulle spalle di noi – vuol farsi strada, ma bensì aprirgli le nostre file e farli passare. Quello di cui sto parlando è una rivoluzione culturale in cui la nostra generazione e quelle che stanno arrivando si alleano insieme contro i padri e i nonni traditori per far rinascere la cultura in un paese dove ormai anche essa è in mano a lobby che la gestiscono e distribuiscono secondo criteri clientelari. Vogliamo muoverci così nel teatro e, se possibile, non solo. Formare tanti piccoli distaccamenti che insieme sono il battaglione culturale per riprenderci la dignità e la speranza attraverso la consapevolezza che sì, possiamo costruire qualcosa di grande. Abbattere il sistema degli stati generali del teatro, forse. E soprattutto senza l’aiuto di nessuno, ma solo con professionalità, volontà e talento”.

Fonte: loschermo.it

(r.b./m.p.)