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Il film “Ricomincio da noi” in uscita l’8 marzo

Non è mai troppo tardi per imparare a vivere, a divertirsi e a ridacchiare felici come un bambino con un enorme lecca-lecca fra le mani appiccicose, e soprattutto non è mai troppo tardi per indossare un paio di scarpe da ballo ed esibirsi in un mash-up di danze in una palestra, in una strada di Londra e perfino in un teatro di una Roma un po’ da cartolina dove lanciare monetine nella Fontana di Trevi o abbuffarsi di pizza al taglio.
E’ questo il messaggio, forse non originalissimo ma sempre gradito in tempi di poco ottimismo e scarsa prosperità, che trasmette a un pubblico sostanzialmente di over-sixties Ricomincio da noi, il cui titolo inglese (Finding your Feet) significa “rimettersi in piedi” e forse andava lasciato così com’era.

A chi lo trova superficiale e troppo da feel-good movie e a chi da una storia inglese diversa da Notting Hill, o dai film in costume che sembrano dei Bignami dei serial della BBC, si aspettava dinamiche sociali alla Ken Loach e personaggi ingobbiti dalle fatiche del vivere quotidiano verrebbe da dire per prima cosa che le sfumature di malinconia possono essere infinite e che nella dramedy diRichard Loncraine la dura realtà bussa più di una volta ai portoncini delle case disordinate dei vari protagonisti, che pur salvandosi dalla disperazione per via del loro anticonformismo bohemien, non sono affatto esenti da disgrazie in famiglia (a cominciare dall’alzheimer) e dalla difficoltà di elaborare lutti di vario tipo.

Certo, a un primo sguardo Ricomincio da noi appare come l’ennesima storia di una donna tradita dal marito che alla veneranda età di sessant’anni trova l’amore, e sì, il regista non sempre rende giustizia ai suoi attori, incastrandoli in scenette nelle quali sembrano muoversi come cagnolini ammaestrati da un addestratore un po’ burlone. Però, nel nuovo affresco della terza età dell’autore di Alex & Emma – che ci aveva convinto meno di Ricomincio da noi – c’è una bellissima e tenera riflessione sull’amicizia profonda e goliardica, unica vera medicina di questa nostra esistenza che, purtroppo per alcuni, eterna non è. E c’è l’esaltazione di una vitalità squisitamente britannica e arguta che sottintende una giusta ma rispettosa critica della Londra degli snob, dei royal babies, dei “villoni” circondati dalle ortensie e pieni di mensole e vetrinette dove esporre coppe e altri trofei.

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  • Aggiornato il 5 marzo 2018