Musei Scuola

Tandem 5- Un altro che ti racconta

 

Ritratti in letteratura

 

Tu che mi Guardi, tu che mi racconti

Adriana Cavarero figura di spicco del pensiero femminista nonché autorevole esponente degli studi su Hannah Arendt, insegna filosofia politica all'Università di Verona, con il saggio Tu che mi guardi, tu che mi racconti affronta un viaggio nella filosofia della narrazione.

 

Antonia S. Byatt ha insegnato alla Central School of Art and Design e allo University College. Si è rivelata come autrice di romanzi con Possessione. Una storia romantica. Con questo saggio evoca il potere narrativo oltre che documentario dei ritratti in letteratura.

 

Antonia S. Byatt percorre strade di campagna inglese sgombre dalla foschia del mattino, si ferma nella piazza di un piccolo paese e chiede della biblioteca - museo. Ha saputo che là, ci sono dei libri che contengono ritratti di una natura particolare. Quadri non fatti di tela e colori a olio, ma quadri creati con le parole della letteratura.

Adriana Cavarero invece prende diverse imbarcazioni e mezzi di trasporto e va fra gli scavi della narrazione. Fa tappe nell'antichità del racconto per poi arrivare all'oggi. Nella borsa ha un piccolo martello e degli scalpelli leggeri, con essi toglie incrostazioni e sedimenti e fa battere luce nuova sul racconto di eroi, re e gente comune.

Nella biblioteca-museo c'è una grande sala centrale. Antonia passeggia lentamente fra le scaffalature e inizia a tirare fuori dei libri, la pila andando avanti cresce, il peso aumenta.

Fra i libri della pila spuntano Il Capolavoro sconosciuto di Honoré de Balzac e Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde.

Adriana prende prima la strada per Tebe, fino ad arrivare al tempio dove Edipo risolse l'enigma della Sfinge, salvando così la città. E la sfinge risolse il suo di enigma. Edipo finalmente seppe chi é , seppe da quale tragedia proveniva la sua nascita, la sfinge gli donò il racconto della sua vita.

Lasciata Tebe Adriana prende il mare, in lontananza vede Itaca, ma l'isola a cui è diretta non è quella. è diretta alla terra dei Feaci, sa che la c'è un uomo seduto a un banchetto di corte, in incognito, che avvolto in un mantello purpureo sta piangendo. è Odisseo che in silenzio e senza farsi riconoscere ascolta l'aedo raccontare la storia delle sue battaglie e del suo viaggio, ai convitati. Odisseo non si era mai soffermato su quanto aveva fatto fino ad allora, in quanto eroe, la sua esperienza bruciava nell'azione, nel compiersi delle gesta. Solo nel momento in cui seduto al banchetto ascolta il racconto della sua vita fatto da un altro, il senso delle sue azioni e lo svolgersi delle sue esperienze acquistano senso e prendono significato. Con questa nuova coscienza di sé, Odisseo, prende la parola e inizia a raccontarsi. Dalla biografia dell'aedo, necessaria, Odisseo può passare ora all'autobiografia.

Antonia legge e scrive su un taccuino. Scrive come se volesse dipingere con una tavolozza piena di verbi, sostantivi e aggettivi. Procede per accumulazione, le riflessioni che scaturiscono dalla lettura si sovrappongono lentamente e si stratificano come le pennellate di un quadro a olio. Dalle pagine dei libri emergono descrizioni di quadri che nella realtà non esistono. Quadri fatti solo di lettere, virgole e punti e di qualcuno che li legge e le immagina. La loro esistenza è confinata nella pagina e nella mente del lettore.

Come nel romanzo Il capolavoro sconosciuto , dove Balzac fa dipingere al vecchio pittore Frenhofer il ritratto della giovane modella Gilette. Quando i due giovani Porbus e Poussin vengono ammessi in presenza del ritratto, tutto ciò che riescono a vedere è una caotica confusione di colori e colpi di pennello, in mezzo a cui è riconoscibile un piede dipinto alla perfezione. Ma quel piede e quei colori esistono solo sulle pagine di quel romanzo.

Chi dipinge un pittore quando fa un ritratto, si chiede Antonia? La donna che fa da modella? Solo quella? Chi c'è sulla tela?

Nel romanzo Il ritratto di Dorian Gray il pittore Basil Hallaward sta spiegando le ragioni per cui non vuole esporre il ritratto di Dorian: [...] ogni ritratto dipinto con passione è il ritratto dell'artista, non del modello. Il modello non è che il pretesto, l'occasione. Non è lui quello che viene rivelato dal pittore, ma piuttosto il pittore che sulla tela dipinta rivela se stesso. La ragione per cui non voglio esporre questo ritratto è che temo di avere palesato in esso il segreto della mia anima.

Antonia sembra soppesare queste parole cercando di coglierne l'intimo significato, come quando, nell'intenzione di appropriarci di ogni minima rifrazione di colore, ci avviciniamo a un quadro a una distanza tale che quasi lo potremmo baciare. Il pittore, si appunta Antonia nel taccuino, ha bisogno dell'altro, della donna o dell'uomo da ritrarre, per rappresentare parti di sé.

Adriana è sul pontile, ha ripreso il mare. Vede sparire le isole e affacciarsi la costa di un terra un tempo abitata dai Latini, poi la costa francese.

A Parigi va in cerca di una donna, il suo nome è Gertrude Stein, vive insieme alla sua compagna Alice Toklas nell'appartamento in rue de Fleurs 27. Quando suona alla porta ad aprire è la stessa Gertrude, uno spillone di corallo al vestito attira tutta l'attenzione di Adriana fino a quando la voce di Gertrude la chiama a sé.

Adriana racconta che Gertrude ha scritto un libro, un libro costruito secondo un complesso, quanto esplicito, meccanismo di finzione.

Il libro si intitola Autobiografia di Alice Toklas . Un autobiografia scritta però da un'altra si chiede Adriana? C'è qualcosa che non torna. Adriana legge il libro e capisce dove sta lo stratagemma. Gertrude Stein per scrivere la storia della propria vita, mette in scena il racconto autobiografico di Alice, che però non racconta la propria di storia, ma fa da biografa a Gertrude. Quello che racconta Alice infatti è quello che vede fare a Gertrude. La Stein con questo complesso, ma palese gioco, mette in chiaro quello che da secoli sembra essere un punto importante. Per sapere chi si è, bisogna che ci sia un altro a raccontarci la nostra storia. Solo ricevendo la storia da un altro siamo in grado così di capirla. Per questo, l'altro, diventa un altro necessario, senza il quale non potremmo proseguire.

Antonia ha riposto i libri negli scaffali e lasciato la stanza centrale della biblioteca - museo. Tira fuori il taccuino e butta un giù un ultimo appunto veloce, la mano sembra quella di un pittore che esegue uno schizzo, "a ogni immagine costruita in letteratura, corrispondono tante immagini, quanti sono i lettori, nulla, in letteratura, ha un solo originale", scrive. Su questo piccolo appunto tornerà più volte a riflettere. La costruzione di un immagine in letteratura sta nella ricomposizione dei segni linguistici che lo scrittore ha disseminato lungo il racconto, l'immagine finale è unica per il lettore, è il suo originale, differente da quello di un altro lettore. Un originale di riferimento non esiste, in letteratura, non deriva da un'altra immagine, già pensata e soprattutto rappresentata con il linguaggio visivo, come nel caso di un quadro, dove l'originale c'è, ed è quello che ha costruito l'artista. In letteratura vedere un'immagine, è preceduto dalla sua lenta costruzione, in pittura l'immagine è la, già costruita, l'azione dello spettatore sta nel decostruire i segni di quella immagine già definitiva.

Adriana ha lasciato la casa di Gertrude dopo aver ascoltato altre storie e essersi soffermata su i tre piccoli Matisse appesi nel salotto.

Ora anche lei sa che deve cercare l'altra, l'altra necessaria, per ricevere il racconto della sua vita e sapere chi è.

 

Roberto Malfagia

 

I testi affrontati sono:

-Adriana Cavarero, Tu che mi guardi, tu che mi racconti , Feltrinelli, 1997.

-Antonia S. Byatt, Ritratti in letteratura , Archinto, 2004.

 

Holden art : Tel.011/2304007 - Corso Dante, 118 - Torino

E-mail: marina.gellona@holdenart.it - Sito: www.holdenart.it/

 

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