

Lo stupore e la meraviglia
Miss Orcutt ha occhi grandi, quando spiega le piace tenere tra le mani un righello tutto consumato e ogni tanto si siede sulla cattedra come farebbe un uomo. Ha unghie perfette dipinte sempre di rosso, se ti viene vicino senti che ha appena bevuto il caffè, ma quando parla delle scienze si illumina tutta.
"Quel che riesce veramente difficile capire è, non che l'acqua si trasformi in ghiaccio a 32 gradi Fahrenheit (zero gradi centigradi), ma perché debba passare
dallo stato liquido a quello solido, e mentre lo dice ci guarda uno a uno negli occhi, ma si vede che é colpita sul serio, non fa per finta, non lo fa per noi".
Miss Orcutt era l'insegnante del bambino Jerome Bruner e le cose devono essere andate più o meno così; quello che ci dice Bruner, con questi stralci di ricordi personali, è che la signorina Orcutt era davvero stupita, e quello stupore era contagioso, riusciva a trasmetterlo. Quel mondo era quello della meraviglia e della possibilità: "molecole, solidi, liquidi e movimento per lei non erano dei fatti, bensì strumenti per sollecitare la riflessione e l'immaginazione. Miss Orcutt era una persona rara, un evento umano".
Huizinga avrebbe detto che la signorina Orcutt era ancora in contatto con quella parte di sé capace di stupirsi, di mettersi in gioco, la parte bambina capace di porre le domande della cosmogonia. Le domande cioè, su come sia avvenuto tutto ciò che è nel mondo. Huizinga ci dice che l'occupazione primaria dello spirito umano, quella del sapere e del conoscere, tenta di rispondere a queste domande cosmogoniche: chi fa scorrere le acque? Da dove viene il vento? Che sono poi le stesse questioni che si pone un bambino di sei anni.
Accompagnare un bambino
Bruner cita Vygotsky. Bruner ha costruito la propria posizione rispetto alla psicologia contemporanea prendendo spunto dal lavoro di ricerca di psicologi, filosofi, scrittori. Bruner non teme l'interdisciplinarietà, la cerca, è convinto, un po' come Huizinga, che lavorare su più piani arricchisca e agevoli la costruzione del sé. Un po' come noi.
Vygotsky era uno psicologo russo, che ha passato tutta la vita studiando il ruolo del linguaggio nello sviluppo del pensiero. Vigotsky era un pensatore brillante e intuitivo ma le sue teorie rimasero pressoché sconosciute per diverso tempo.
Vygotsky parlava di sviluppo prossimale, che assomiglia molto a quello che Miss Orcutt faceva con estrema naturalezza. Vygotsky diceva che "quanto più è probabile che i genitori diano risposte intelligenti, tanto più è probabile che i bambini pongano domande interessanti".
Questo è valido anche nel senso opposto naturalmente, visto il rapporto di correlazione che lega i due, ma quello su cui Vygotsky e poi Bruner insistono è l'importanza della relazione nell'apprendimento. L'adulto opera una 'negoziazione', fa un "prestito di coscienza" al bambino, lo guida per passaggi successivi nella sua zona di sviluppo prossimale. In altre parole lo accompagna, in virtù delle proprie competenze acquisite, in una zona del sapere successiva, più elevata. "La zona di sviluppo prossimale è la distanza tra il livello evolutivo reale e il livello di sviluppo potenziale". In questo modo si attua un 'apprendimento positivo' che anticipa cioè lo sviluppo. Questo tipo di crescita passa spesso attraverso un terreno comune, il gioco.
Il gioco
Se chiedessimo alla signorina Orcutt, probabilmente lei ci direbbe che è possibile giocare con qualsiasi cosa, giocare imparando, giocare con le parole, con il pensiero, con i fatti della scienza. Il gioco per Miss Orcutt è anche la magia di vedere la stessa meraviglia negli occhi dei suoi piccoli allievi. Il gioco è cultura, una parte fondamentale che ci rende più simili tra noi.
Anche per Huizinga ciò che qualifica l'uomo non è solo lo sviluppo cerebrale, ma anche la capacità di gioco, quindi propone una ridefinizione, anche un po' provocatoria se vogliamo, passando da Homo sapiens a Homo ludens . La tesi, a cui lo storico olandese giunge, in modo molto originale, toccando analisi linguistiche, antropologiche e semiotiche, è proprio che la cultura sia una specie di gioco. Tesi che di primo acchito può suscitare più di una perplessità, ma Huizinga offre una serie di passaggi logici che riescono con facilità a guidarci sul suo terreno.
Il Gioco, dice, è qualcosa che pervade ogni campo della nostra e dell'altrui cultura, sin dai tempi più remoti. Huizinga parla di gioco come attività che contiene un senso, come l'attività primaria dell'uomo. Nel suo essere irrazionale l'attività ludica ha la capacità di svelare lo spirito. In questo senso nella categoria gioco rientrano: linguaggio, lotta, diritto, sapere, arte, musica e in senso più ampio la cultura tutta.
Huizinga intende il gioco come qualcosa che ha stretto contatto con la libertà e che si fa, in qualche modo, in una sospensione di realtà, nell'ozio, ma che contiene comunque in sé elementi di realtà e natura imprescindibili. Questa concezione di gioco è senza dubbio più vicina a quella di competizione, di gara, di rito, che simile alla visione che ne abbiamo noi oggi relegandola come poco seria adatta solo ai bambini.
La mente che forma il mondo
Anche Jerome Bruner riflette sulla cultura, ma non lo fa a partire dall'aspetto ludico della faccenda. Bruner è un costruttivista convinto e ci trasferisce la sua posizione ancora una volta parafrasando il pensiero di qualcun altro. In questo caso si tratta del filosofo Nelson Goodman, secondo il quale la realtà è determinata dall'attività mentale umana. La filosofia costruttivista è una filosofia del comprendere, un punto di vista relativista: il mondo non è realtà ma il prodotto di una mente e delle sue procedure simboliche. In questo senso non esiste un unico concetto di mondo, ma una serie infinita di mondi possibili.
Miss Orcutt sapeva anche questo, magari non sarebbe riuscita a spiegarlo agli altri insegnanti ma lo sapeva, lo sapeva che dietro quelle 18 paia di occhi che la guardavano e ascoltavano ogni giorno c'erano 18 mondi diversi, e 18 suoi modi diversi di approcciarsi a loro. Miss Orcutt offriva il suo mondo a cui appoggiarsi, attraverso il quale 18 altri mondi in miniatura si sarebbero fatti grandi e forti.
Costruire è l'attività dell'uomo, non con le mani ma con la mente, attraverso il linguaggio o altri sistemi simbolici, "I mondi che noi creiamo possono scaturire dall'attività cognitiva dell'artista, da quella degli scienziati o dalla vita di tutti i giorni. Tutti questi mondi sono stati costruiti sulla scorta di altri mondi". Una cultura creatrice di mondi dunque, ma capace di confrontarsi con altre per comprenderne il senso e il punto di partenza.
Già nel 1939 Huizinga si chiedeva se la cultura a lui contemporanea si sviluppasse ancora a partire dalle forme di gioco. La sua analisi è capace di vedere a lungo raggio e individua che il commercio legato allo sport, ad esempio, rischia di allontanarlo dal terreno in cui è nato, il gioco.
"Per giocare veramente, l'uomo quando gioca, deve tornare bambino" ci dice Huizinga, ma sfortunatamente quello che accade nella modernità è il crescere spasmodico di un atteggiamento puerile.
"Un bambino che gioca non è puerile. Diventa puerile solo quando il gioco gli viene a noia o quando non sa a cosa giocare". Insomma Huizinga, a malincuore, dopo aver dimostrato la sua tesi rileva i limiti della modernità, dove il gioco fatica ad avere il ruolo che si merita, dove il gioco non è più "vivissimo fattore creativo".
Costruire significati
Circa cinquant'anni dopo, anche Bruner sente che la modernità è nel pieno di un'empasse, è come se il disegno abbozzato da Huizinga fosse giunto, su altri piani e in altri luoghi, al suo compimento. Bruner vuole una teoria dello sviluppo come cultura, e crede che l'uomo abbia ancora la possibilità di riscattarsi, le sue parole a riguardo sono molto chiare.
"Io credo che l'interesse centrale e specifico, a cui dovrà rispondere una teoria dello sviluppo di tipo nuovo, sarà quello di come portare il giovane ad apprezzare il fatto che i mondi possibili sono molti, che significato e realtà sono creati e non scoperti, che la 'negoziazione' è l'arte di costruire significati nuovi mediante i quali gli individui possono regolare i loro rapporti reciproci.
Se qualcosa l'abbiamo imparata, dall'oscuro periodo storico in cui ci muoviamo, è che l'uomo, di certo, non è un'isola completa in se stessa, ma un membro della cultura che eredita e poi ricrea. Il potere di ricreare la realtà, di reinventare la cultura, è il punto dal quale una teoria dello sviluppo deve avviare la propria analisi della mente."
Miss Orcutt in fondo in fondo sapeva anche questo, magari non conosceva Vygotsky, il costruttivismo o Nelson Goodman, ma Jerome Bruner sì, e probabilmente se anche lei è citata in questo libro il suo lavoro di insegnante lo conosceva bene, eccome.
Scritto da Gloria Pasetto , per HoldenArt
I testi affrontati sono:
-Jerome Bruner, La mente a più dimensioni, 1988 Laterza
-Johan Huizinga, Homo Ludens, 1973 Einaudi editore
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