Musei Scuola

Tandem 2- Il corpo fotografato

 

Identità mutantiFrancesca Alfano Miglietti è esperta d'arte contemporanea, di mutazioni e territori di transito, è curatrice di mostre e festival di body art, (tra cui Art live alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino) ha scritto Identità mutanti, un libro agitato, nervoso, pieno di vita. Una scrittura per stomaci forti e uno sguardo preciso su realtà ancora poco conosciute.

 

Camera chiaraRoland Barthes invece ci offre Camera chiara, ovvero nota sulla fotografia . Un breve saggio dallo sguardo incredibilmente lungo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Di primo acchito pochi o nessun punto in comune. Incrociamo le dita e scaldiamo i muscoli. Corpo e fotografia. Partiamo.

 

Il corpo fotografato

Credo nel potere che ha l'immaginazione di plasmare il mondo, di liberare la verità dentro di noi, di cacciare la notte, di trascendere la morte, di incantare le autostrade, di propiziarci gli uccelli, di assicurarsi la fiducia dei folli.

Ciò in cui credo

J.G.Ballard

 

Fosse una foto. Fosse una foto sarebbe una macro, una di quelle fotografie capaci di ingrandire così tanto i particolari che non vedremmo una faccia, un viso, un ritratto, ma dei pori, quelli della pelle, quelli che abbiamo tutti, in ogni parte del corpo.

Il soggetto non c'è, o meglio, sarebbe così vicino che non ci sarebbe possibile riconoscerlo, potrebbe essere chiunque in qualsiasi circostanza.

Una fotografia che abbiamo bisogno di decifrare tanto vi siamo immersi, coinvolti.

Una fotografia della contemporaneità, le coordinate per comprenderla ce le offre Francesca Alfano Miglietti nel suo Identità mutanti, dalla piega alla piaga , e già il titolo la dice lunga sulla prospettiva che abbiamo davanti. FAM, come lei stessa si firma, si muove tra letteratura, arte e cinema, trovando rimandi, richiami continui a un territorio comune fatto di superamenti e ibridazioni. è una terra sinistra questa, che chiunque faticherebbe a riconoscere come propria.

L'umano si fa via via qualcos'altro, è in transito per un altrove. Il postumano. La tecnologia che si insinua fin sotto la pelle, qualcosa che abbiamo definitivamente assimilato, inghiottito.

Per millenni l'io era il corpo, ora questa co-incidenza non c'è più, deve essere ricalibrata, ribaltata, ritrovata. Il corpo umano rimane comunque al centro di questa trasformazione ineluttabile.

Carne che si modifica dunque, chirurgia plastica come rituale per Orlan, la donna che si è sottoposta a decine di operazioni, che ha saputo fare di se stessa scultura. Usando lo scalpello della chirurgia estetica Orlan è diventata altro, assomiglia sempre di più a un'opera d'arte, anzi a più opere d'arte: la fronte di Monnalisa , gli occhi di Psich e, il naso di Diana . Orlan è in trasformazione, è un passaggio. Orlan obbliga il suo pubblico alla visione dell'intervento: "il volto insanguinato e aperto dal bisturi" mentre legge testi significativi come fosse a una conferenza.

Il paradosso, l'amara ironia di poter sopravvivere anche allo squarcio del sé corporeo.

E ancora William S. Burrouhgs il padre di tanta letteratura visionaria, dalla beat generation alla fantascienza più raffinata, con lui la parola diventa virus, la malattia si estende al linguaggio si creano alterazioni psicologiche e nuovi universi creativi dominati dall'immaginazione.

Lo scenario potrebbe essere quello di un film di David Cronenberg, regista di culto per gli amanti dell'horror mentale, Crash per esempio; opera tratta dall'omonimo romanzo di James G. Ballard, anch'egli creatore di atmosfere inquietanti, esponente massimo di narrativa apocalittica in direzione cyberpunk. Nasce così un universo fatto di cemento, autostrade vuote, garages sudici dominati da una sessualità malata, dove esseri umani fondono carne e lamiere. Ultima perversione: provocare incidenti per accendere il desiderio.

L'ossessione per l'universo mutante è qualcosa che coinvolge l'espressione artistica in senso ampio, la letteratura affonda le radici nell'arte, mentre il cinema attinge agli universi letterari in un gioco di rimandi che ci riporta di nuovo al punto.

Il corpo della contemporaneità come teatro della contaminazione tra i generi, un mutamento identitario che tocca tutti gli ambiti dell'umanità: "(...) bisognerebbe avere la possibilità di modificare il proprio corpo a seconda della moltitudine di identità che la mente produce, bisognerebbe avere la possibilità di non lasciarsi riconoscere, una Babele di volti cangianti, di esseri in continua metamorfosi".

Qualche anno prima di Fam, questa volta è il 1980, Roland Barthes ci regala un altro strumento affilato per la decifrazione del contemporaneo.

Quella che Barthes cerca di cogliere in Camera chiara è l'essenza ultima, il senso profondo della fotografia, di un'operazione chimica unica nel suo genere, un processo creativo che sta a cavallo tra pittura e cinematografia, una specie d'immagine che nella sua enigmatica apparente semplicità, è capace di rimandarci tutta la contraddizione alla base della modernità.

La fotografia come un'arte che si sottrae a ogni classificazione, "essa dice: questo, è proprio questo, è esattamente così! Ma non dice nient'altro".

Fotografia come involucro trasparente e leggero della contingenza, ci dice Barthes, qualcosa che sembra essere semplicemente quello che è, una tautologia che porta con sé però qualcosa di irrimediabilmente immobile e funebre. Qualcosa che si nasconde sotto quella superficie di decifrabilità.

C'è dell'inquietudine, per Roland Barthes, nel poter guardare se stessi come altro, "ma oggi è come se disconoscessimo la Follia profonda della Fotografia". Sguardo su se stessi, sul proprio corpo come allucinazione dunque, il disagio di vedersi dal di fuori in un rettangolo di carta.

"Io vorrei una Storia degli Sguardi. La Fotografia è infatti l'avvento di me stesso come altro: un'astuta dissociazione della coscienza d'identità."

E' così che si apre quello spiraglio, un umano che guarda a stesso e sente irrevocabile il bisogno di evolversi, di confondersi, mescolarsi, mutare, sfuggire alla chiusura di un'unica forma.

Crolla la linea di demarcazione tra paesaggio interno e esterno come nei mondi letterari di Ballard, dove i sismi della mente umana provocano alterazioni nella carne. "L'immagine dell'uomo esplode". é ancora FAM che mette il dito nella piaga di questa realtà.

Nella Body art, a partire dagli anni '70, il corpo diviene campo d'azione dell'arte, si crea un nuovo spazio che non lascia spazio, l'artista è divenuto opera d'arte. Il corpo diventa linguaggio, plasmabile, senza mediazioni verso una sensorialità totale.

Su questa strada crollano le separazioni, tra oggetto e soggetto, tra opera e artista, eliminando in via definitiva il distacco, le distinzioni, per arrivare dove ancora non sappiamo. Verso altro.

Piaghe autoinflitte per vedere fino a che punto resiste la cute, la carne, il corpo, attraverso il dolore, su un terreno dove "la sofferenza fisica non è solo un problema personale ma un problema di linguaggio".

è il dolore della perdita d'identità, il dolore di aver superato anche il nichilismo nel linguaggio isterico del corpo. Il dolore di non poter riconoscersi in quell'ammasso di carne e membra, il desiderio ossessivo di rimodellarsi, di ricreare se stessi in un nuovo ordine che non conosce meta, né quiete.

è ancora Roland Barthes a guidarci in questa terra desolata. Leggere una fotografia presenta due piani: studium e punctum . Nel primo caso l'interesse per l'immagine è puramente culturale, lo studio di una testimonianza; quello che accade per il punctum invece è qualcosa di più profondo. Una puntura, la definisce Barthes, un piccolo taglio, qualcosa in grado di infrangere la superficie, di colpire il nostro sguardo con la forza dell'imprevedibilità. Il punctum è quella fatalità che in una fotografia ci coglie impreparati. Questo particolare pungente non sta là con intenzionalità, c'è e agisce senza margine di consapevolezza, senza codifica, senza possibilità di definizione. Una ferita, qualcosa che ancora una volta ha a che fare con il dolore. Uno strappo, uno squarcio su mondi ancora da esplorare.

Cosa avrebbe dovuto pensare l'uomo che vide le prime fotografie? Niepce, il capostipite di tutti i fotografi, davanti alle prime prove sviluppo, La tavola apparecchiata per esempio, "dovette pensare che esse assomigliassero come due gocce d'acqua a due dipinti, egli sapeva tuttavia di trovarsi faccia a faccia con un mutante".

Il mutamento si compie proprio in quel paradosso di similitudine e diversità, in quella terra di mezzo dai confini non meglio precisati dove si generano nuovi caratteri ereditari.

Il cerchio è chiuso ora, il postmoderno è alle porte, qualsiasi rivoluzione passa di qua.

E se la nostra foto, la macro che stringevamo tra le mani con indifferenza, ora la guardassimo meglio, vedremmo che oltre ai pori c'è dell'altro. Un piccolo particolare che sposta tutto il centro della nostra attenzione. In basso a sinistra, un taglio, un piccolo buco, quasi circolare, minuscolo, niente sangue, si intravede soltanto del metallo oltre la cute. Il punctum.

 

Credo nel dolore.

Credo nel mistero e nella malinconia di una mano, nella gentilezza degli alberi, nella saggezza della luce.

J.G.Ballard

 

(Fa bene, in tutto questo, sapere che c'è ancora qualcuno che crede, capace di accorgersi della poesia di un albero).

 

Scritto da Gloria Pasetto , per HoldenArt

 

I testi del secondo appuntamento di Tandem sono:

-FAM, Identità mutanti, 2004 Bruno Mondadori Editori

-Roland Barthes, La camera chiara, 1980 Einaudi.

 

Holden art : Tel.011/2304007 - Corso Dante, 118 - Torino

E-mail: marina.gellona@holdenart.it - Sito: www.holdenart.it/

 

inizio pagina