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Parliamo di...

Formarsi nel/per il disincanto e il ruolo della scuola

di Franco Cambi, Università degli Studi di Firenze

Città di Torino - ITER, convegno Quale cultura per una nuova educazione?
Torino 13 dicembre 2007 – Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino

Si riporta il testo dell'intervento del professore Franco Cambi nell'ambito del convegno Quale cultura per una nuova educazione?, organizzato da ITER per riflettere sulla necessità di una visione dell'educazione oltre un'intenzionalità educativa non più rivolta alla persona, intesa come soggetto responsabile, bensì indirizzata al cittadino-lavoratore in grado di competere in una società in continua trasformazione.
Si è sentito l'esigenza di riaffermare l'importanza di un processo formativo che consideri l'interezza del soggetto e nel frattempo affermi la necessità dell'educazione come strumento per trasmettere il patrimonio accumulato dalle generazioni precedenti.
Per fare questo che cultura occorre?
A fronte di una globalizzazione culturale che porta sempre più ad essere riproduttori di cultura, non è forse necessario ribadire l'importanza della cultura locale, la riscoperta delle memorie del territorio come base per un progetto educativo futuro, in cui le potenzialità della persona si possano incontrare con i sistemi simbolici della società in cui vive? La necessità che la persona si formi in un rapporto d'accettazione e di rifiuto dei modi di vita della società in cui vive, corrisponde a quanto oggi avviene?
Sono alcuni degli interrogativi a cui il convegno ha tentato di dare una risposta, ribadendo l'importanza di un progetto pedagogico del futuro che consideri la cultura non come un'acquisizione automatica di saperi, valori e di qualsiasi altra abitudine dell'uomo ma come una continua ricerca di significati da interpretare.

Premessa

Ogni educazione - ebbe già a dire Dewey nel suo manifesto del 1899 - si colloca in una società e ne assorbe i compiti e soprattutto quando la società si trasforma, e radicalmente. Allora il ruolo della scuola (come agenzia che forma per la società e ne accompagna proprio l' iter innovativo, poiché ne gestisce i processi formativi di soggetti, di formae mentis , di quadri culturali, di ruoli sociali, di competenze professionali...) deve essere ripensato e rimesso a fuoco e rilanciato criticamente. Tutto ciò è imposto dalla trasformazione stessa della società, colta nel suo identikit economico, politico, comunicativo e che reclama una precisa coscienza culturale, che va fissata e diffusa. Epoca per epoca, momento per momento. Oggi la società sta subendo una profonda trasformazione attraverso il postindustriale, la globalizzazione, l'informatizzazione, il cosiddetto postmoderno, l'intercultura... La cultura che va assimilata è contrassegnata dalla complessità, dall'innovazione, dalla mondialità: è una cultura nuova, più sofisticata, più aperta, più dialogica. Ed è la scuola che deve farsi carico di formare i soggetti ad abitare questa realtà storico-sociale, ad assimilarla, a saperla attraversare, a saper renderla fruttuosa, oggi e ancora domani. Alla scuola, allora, spetta il compito di dar vita a una mente critica e aperta, attraverso una cultura costruita sulla ricerca e sul dialogo, seguendo procedure capaci di dar corpo sì a competenze, ma anche a strutture cognitive capaci di riattivarsi in un apprendimento che ormai copre tutta la vita e, al tempo stesso, di leggersi metacognitivamente attraverso un habitus di riflessività che si applica ai contenuti e alle forme stesse del sapere e dei saperi.

C'è bisogno di una scuola nuova per render presente e diffusa nella società di oggi una cultura capace di accordare l'educazione attuale a strutture e fini che animano la nostra epoca e in essa agiscono come vettori fondamentali. Guardiamo, allora, più da vicino le strutture del "nostro tempo", cercando di fissare anche la nuova identità cognitiva e etica del soggetto (= io-mente-coscienza) e di depurarla attraverso il dispositivo del disincanto quale fattore-chiave di questa trasformazione epocale, se riletto con Weber, ma anche oltre lui, a contatto con le voci di filosofi, sociologi, antropologi, quali Morin, Bauman, Arendt. Come modello formativo tale io-mente-coscienza si può condensare, forse nella figura del fl â neur caro a Benjamin e già radiografia dell'uomo attivo, nomade e sospeso e sempre sub judice qual è l'uomo attuale.

Ma come la scuola può far proprio questo complesso e sottile paradigma? Come deve cambiare? E lo può e lo sa fare? Questo sarà il tema conclusivo del nostro discorso.

Stare nel Tempo Storico

La formazione è il processo complesso e dialettico che fa di ogni cucciolo d'uomo un soggetto storicamente definito e attivo, che lo irretisce nella cultura e nella cultura di un tempo storico, che lo lega intimamente a una forma-di-vita linguisticamente, culturalmente e storicamente definita. Oggi, qui e ora, come si definisce il nostro Presente Storico? Molte sono (e sono state) le risposte possibili: della Tecnica Avanzata, della Complessità, del Postmoderno, dell'Uomo planetario, della Flessibilità.... che sottolineavano - insieme - il senso tipico di questo nostro tempo storico e la gamma plurale di interpretazioni per definire questo nuovo. Tempo di rottura, di complicazioni, di apertura al tempo stesso. Raccordandosi poi allo statuto antropologico del soggetto si è richiamato con forza e precisione la nozione weberiana del Disincanto . Della fine di una visione ordinata e stabile del Cosmo, capace di dare senso alle coscienze, di dare certezze e sicurezze, come accadeva con le religioni, quando governavano tutta la vita sociale. Dell'avvio di un Dis-incanto : come risveglio, come deriva, come ricerca, come inquietudine della ricerca, come cammino senza approdo. E del Disincanto prodotto anche e soprattutto dalla "gabbia d'acciaio" che avanza, ci possiede, ci attraversa, ci fa agire. Se questo è il nostro tempo storico (e lo è), in esso il processo di formazione si rinnova. Non è più dar forma secondo un modello al proprio sé, accordarlo ad esso, condurlo verso di esso, sia nel processo coordinato da altri sia diretto da noi stessi. No, il prender-forma si fa un processo instabile, problematico , più lungo e più difficile , sottoposto allo scacco , col rischio di perdersi, e - soprattutto - di non avere, come già detto, approdo, ma di dover stare sempre e necessariamente nel guado, a interpretare e a costruire l'avventura ("magnifica e terribile", disse una volta Paolo VI) della vita.

Tre dispositivi per il soggetto

Dentro il Disincanto e per il Disincanto il soggetto viene a delinearsi in modo nuovo. Né anima (struttura pre-formata da coltivare) né cogito (io-penso, puro e limpido, autofondato) né ego (io-penso, consapevole, guida, costruttore di sé). L'Io è multiplo. L'Io si fa aperto. L'Io si fa socius . C'è in atto un nuovo Io: dinamico, plurale, inquieto, caratterizzato dal possibile (che è ulteriore ; che è in costruzione ; che va pre-figurato e voluto e fatto agire ). In questo Io sono attivi tre dispositivi nuovi, anzi nuovissimi.

I . Il pluralismo
l'Io è in sé plurale (già Freud ce lo indicava con forza; già la teoria dei tre cervelli di Mc Leans postula una triade di pluralismi nell'io) ma lo è anche nel tempo (l'Io è fatto di io successivi, io dialettici, io integrati: ad esempio, l'Io dell'infanzia, che mai scompare ma agisce "da sotto", sprofondato nel non-conscio) e nel progetto di sé : per stare in un tempo storico mobile, aperto, plurale.

II. L'apertura
è la regola, è il principio ispiratore del Tempo Nuovo, è il volano del suo "senso". oggi, tutto si è fatto precario, instabile, aperto. L'Io è più un se stesso alla ricerca di se stesso, impegnato sempre a costruirsi e secondo fedeltà-a-sé e secondo apertura. L'apertura quindi è duplice: e come stemma e come processo. Il che rende complesso e friabile lo statuto stesso del soggetto. Che coincide con la formazione. Si è come e in quanto e quello secondo cui ci formiamo.

III. Il dialogo
ogni io è anche l'altro, lo reclama, lo invoca, lo contiene. A partire dal linguaggio. A partire dallo sguardo. A partire dall' in-fans che ognuno di noi è stato. L'altro è in me e io sono nell'altro. Il suo volto è il mio specchio. Ciò fa della formazione un atto sociale, culturale, storico, un processo comunicativo e comunitario; in cammino, sempre, dentro la societas : per assumerla, per respingerla, per oltrepassarla e per rinnovarla.

Sono tutti e tre dispositivi che ri-articolano il soggetto e lo disseminano oltre se stesso, oltre il suo esser-coscienza, e della coscienza fanno un dispositivo per stare nel mondo, accoglierlo nell'io e interagire con l'io in quel mondo adveniente.

Orientatori per la formazione

Allora, in questa condizione di apertura, pluralismo, dialogicità (e poi incertezza e ricerca, inquietudine e costruttività sempre in fieri) come ci si colloca (come io/sé) in modo adeguato? Come orientare la formazione per abitare (= stare dentro con coscienza e con costruttività) il proprio tempo storico, oggi quello del Disincanto? Come mente, come coscienza, come attore-sociale?

Come mente: allenare una "mente di menti", a più dimensioni, dialettica e integrata, comunque plurale (in cui intelligenze e emozioni e stati cognitivi si alternano, si accavallano, si fronteggiano, si abituano a stare-insieme); sì, ma mente metacognitiva, capace di ri-leggere se stessa, di autosfidarsi, di andare oltre gli equilibri raggiunti, e può farlo con l' analisi trasversale , la metateoria della mente , ma anche attraverso la criticità (come paradigma mentale-chiave) e attraverso l' ironia (che spiazza, rovescia, crea dis-ordine e dà uno sguardo disposto "da un altro luogo").

Come sé : come coscienza di sé alimentata dalla cura-di-sé, che fa del soggetto sempre più un singolo , un unico , un'esperienza "terminabile e interminabile", un evento sempre in cammino. Qui è la formazione come processo sempre aperto nell'io e per l'io che va sottolineato. La cura sui a cui ci ha richiamati Foucault può essere una base illuminante e decisiva.

Come io- socius : le teorie del linguaggio, quelle della comunicazione, quelle ermeneutiche (e si pensi a Ricoeur) ci richiamano a pensare il soggetto in atto, sempre, di socializzare, di stare-con-gli-altri e di darsi-agli-altri. Il che attiva una complessa dialettica di legami, di tensioni, di rifiuti, di rilanci... che innerva tutta la vita del soggetto, ovvero della sua formazione (come già detto).

Verso un neo-paradigma?

A questo punto vale chiedersi: ma qual è il modello , l' iter e il senso di tale processo formativo? A cosa, in esso, dobbiamo guardare come a traguardo ? Quale struttura volere per il proprio sé? La risposta si articola in due parti: quella relativa al distacco dal passato e quella orientata a delineare l'avvenire.

Sul primo fronte, la formazione oggi non si lega (né lo può) ai modelli classici, né di paideia né di humanitas , né di Bildung , tutti accomunati dal vincolo con la grecità e la sua idea di bellezza come armonia, come equilibrio, come stabilità e invarianza, come valore imperituro. Sì, la paideia poneva l'accento anche sul processo, l' humanitas anche sul valore-uomo, la Bildung sulla sintesi dialettica, ma in esse prevaleva un'idea di forma (= stabile, equilibrata, sintetica) che non è più la nostra. Che è oltrepassata. Come ben rileva l'arte contemporanea, dalla pittura alla musica. La sua forma è tensionale, aperta, inconclusa, proiettiva, inquieta etc. La forma è processo e approdo meta-formativo anti-classico.

Sul secondo fronte il processo si legge come tale e ne vive le tensioni/contraddizioni come pure gli approdi, contrassegnati dall'essere "scali" in un viaggio e in un viaggio "senza meta". Qui l'idea di formazione muta e si proietta sulla figura del fl â neur, che percorre spazi, disperde le conoscenze, si dispone all'avventura, calando il sé sul nomadismo e sulla proiezione . Ma muta la stessa idea di forma: forma aperta, che non è un ossimoro, bensì un connotato stabile della cultura del Tempo Presente e che va studiata, difesa, interpretata, progettata, etc.

Il Disincanto ha provocato un "terremoto" educativo e pedagogico: nel soggetto, nella società, nella teoria, rimettendo in gioco quel processo di formazione antropica dell' anthropos che la cultura occidentale ha pensato ab imis e che ha continuato a pensare per due millenni e oltre. Oggi si tratta di continuare a pensarlo, ma a pensarlo oltre (anche e soprattutto) quella tradizione. Affrontandolo nella radicalità che ha assunto nel tempo attuale. Radicalità, complessità e irrequietezza che ha, ormai, come propri connotati-basici.

Conclusione

Come può la scuola far fronte a questa emergenza formativa epocale? Innovandosi. Collocandosi sul fronte della ricerca. Dando corpo a una prassi di formazione permanente degli insegnanti.

L'innovazione. È reclamata dalla stessa legge dell'autonomia. Questa è, soprattutto, progettazione formativa e di classe e di istituto. È costruzione di un piano formativo organico, coerente, assunto con responsabilità. L'innovazione significa anche operare verifiche per valutare e per migliorare e per trasformare. Bisogna che un'ottica di valutazione si diffonda anche nell'agire di ogni istituzione scolastica. E valutare serve per innovare. L'innovazione poi è postulata anche dall'esterno, dalla società, dal suo stesso trasformarsi e radicale: in senso interculturale, in senso informatico, in senso di complessità, etc. E sono "spinte" che la scuola deve accogliere, legandosi all'ambiente, ma anche dando ad esse risposte integrate e avanzate e organiche. Ma questa è una condizione in cammino, e non da oggi, nelle scuole più attive e avanzate. Va, però, generalizzata. Almeno il più possibile.

La ricerca-azione. È il paradigma dello stare in questa nuova scuola come dirigenti, come docenti, come studenti anche. È imparare nella ricerca, assimilando nozioni e competenze, ma anche e in particolare uno stile cognitivo e etico-cognitivo, poiché riguarda il conoscere e l'operare umano per produrre conoscenza certa e critica ad un tempo. Anche questo è un paradigma attivo e presente nella scuola di oggi. Ma da generalizzare e diffondere.

La formazione degli insegnanti. È la risorsa-chiave. E va pensata in entrata e in servizio. In entrata: attraverso corsi universitari che curino in senso sia didattico sia formativo le competenze disciplinari acquisite, ma anche avvicinino a una identità complessa della scuola attuale, da comprendere, abitare e tutelare. Partendo dall'autonomia che ne ha cambiato il modello. In servizio: attivando scuola per scuola momenti e progetti e strutture di affinamento professionale costante, rivolto a ogni aspetto dell' operari scolastico. E si può pensare a Seminari permanenti, a Dipartimenti di studio, a Stage di formazione, a Cicli di conferenze e Laboratori, a Pratiche di autoformazione, personale o di gruppo, quali a mezzi efficaci per attivare una costante ri-qualificazione della professionalità docente, in modo da poterla sempre più contrassegnare per riflessività, criticità e apertura. Come è richiesto per stare oggi nella scuola del Terzo Millennio. Ma sono "cose" che le scuole, le amministrazioni fanno, e da tempo, se pure in modo non sempre organico, ben orientato...

Allora: la scuola italiana è in cammino su questa frontiera di innovazione. Va sostenuta e va guidata. E anche questa è un'azione già in corso. Si tratta, anch'essa, di portarla "a sistema".

Bibliografia

  • K.O. Apel, Etica della comunicazione, Milano, Jaca Book, 1992
  • F. Cambi, Abitare il disincanto, Torino, UTET, 2006
  • F. Cambi (a cura di), Soggetto come formazione, Roma, Carocci, 2007
  • F. Cambi, E. Frauenfelder (a cura di), La formazione, Milano, Unicopli, 1994
  • J. Elster (a cura di), L'io multiplo, Milano, Feltrinelli, 1991
  • J. Habermas, Etica del discorso, Roma-Bari, Laterza, 1985
  • G. Nuvolati, Lo sguardo vagabondo , Bologna, Il Mulino, 2006
  • P. Ricoeur, Sé come un altro, Milano Jaca Book, 1993
  • C. Scurati, G. Zanniello (a cura di), La ricerca azione: contributi per lo sviluppo educativo, Napoli, Tecnodid, 1993
  • M. Weber, Economia e società, Milano, "Comunità", 1995

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