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Memoria: il patrimonio ereditato

di Adriana Bevione

Responsabile Pedagogico del Centro Torino e la sua Cultura e del Centro per l’Educazione all’Identità e le Culture

La memoria, deposito e archivio, “biblioteca circolante”, specchio del tempo trascorso, di fatti conservati del tempo passato, patrimonio ereditato.
L’atto mnemonico fondamentale è, per Pierre Janet, il “comportamento narrativo” che, secondo lo studioso, si caratterizza soprattutto nella sua ”funzione sociale”.
Questo perché la memoria narrata è una comunicazione rivolta ad altri che non conoscono l’evento o l’oggetto che rappresentano il nucleo, il motivo del racconto stesso, della vicenda.
Il linguaggio parlato e scritto rappresenta il mezzo formidabile di immagazzinamento della memoria che grazie a questa possibilità può uscir fuori e divenire patrimonio di molti, depositarsi in altre memorie e in altre storie.
La memoria collettiva, e quindi quella sociale, è sicuramente un modo fondamentale per affrontare i problemi del tempo e della storia.

La memoria collettiva non deve essere confusa con il ricordo, in quanto essa trova la sua origine da un patto storico-culturale che individua cosa trasmettere alle generazioni future.
Questa distinzione consente di soffermarci sull’importanza della memoria nel percorso formativo del soggetto in evoluzione.

I giovani di oggi vivono le conseguenze di una trasformazione rapida della società dovuta alla modernizzazione di metà del secolo scorso, dall’inflazione di informazione attraverso codici che non sono più quelli dello scrivere e del leggere ma privilegiano l’immagine come medium e da una visione del sapere basata sul connubio tra scienza ed economia. Quali le conseguenze per il soggetto in evoluzione? In primo luogo abbiamo un indebolimento della coscienza del tempo che porta ad un giovane aprogettuale, pragmatico che vive solo il presente e non è in grado di considerare che proprio questo presente non è un semplice frammento della vita ma è collegato ad un passato ed orientato ad un futuro. Dire giovane aprogettuale significa parlare di un soggetto che non è in grado di fare un progetto di vita perché il suo tempo è un insieme di tanti presenti fra loro autonomi dove il tempo trascorre senza che questo diventi una storia.

Alcuni aspetti della nostra vita  quotidiani sono indicatori di questa perdita della memoria comune che caratterizza la sociotemporaità.

Prendiamo, ad esempio la parola pane, oggi per un bambino, ma anche per molti giovani ed adulti, questa parola indica solamente un cibo che al pari di tanti altri, concorre alla nostra alimentazione.
Eppure antico è il legame della tradizione popolare con il pane, che si carica anche di significati simbolici, a partire dalla comunanza con lo spirito di comunità, con la vita ed i legami con le origini. Dalla tradizione derivano anche i numerosi anedotti e superstizioni riferiti a chi non porta rispetto per questo cibo che nelle nostre tavole, tranquillamente, sciupiamo.

L’esempio del pane ci porta a considerare importante riscoprire la memoria individuale che si inserisce all’interno della memoria collettiva, è importante, come nel caso del pane, che la  propria narrazione abbia senso all’interno della storia di tutti, altrimenti resta un fatto individuale che può essere oggetto di qualche talk-show.

Un esempio può chiarire meglio il pensiero: è uscito recentemente un libro sul quartiere Vallette di Torino, realizzato con il metodo autobiografico: le storie dei signori Giuseppe, Cosimo, Gilda… hanno un senso perché raccontando la loro vita tracciano uno spaccato del lavoro, della quotidianità nella periferia torinese all’inizio degli anni ’60 del Novecento.

Perché pedagogicamente è importante questo momento della memoria? Perché la scuola deve cercare di recuperare queste identità narrative?
In una società dove mancano nuove memorie è difficile che vi sia la produzione di nuova cultura. Infatti se la cultura è una narrazione generale, essa avrà un senso per me solo se si connette con la mia storia personale, ma questo può avvenire solo quando la storia a cui partecipo mi aiuta a rileggere la mia storia.

Ecco, quindi, la necessità di una formazione che consideri la storia del soggetto, la sua narrazione individuale, legata ad un tempo passato e futuro. Una formazione che sia in grado di dare una progettualità non solo legata al presente.
Su questa linea si muove il Centro di Cultura per l’Educazione all’Identità e le Culture dell’Istituzione Torinese per una Educazione Responsabile che al suo interno ha una sezione dedicata proprio alla memoria come costruzione di identità individuale e collettiva.

L’educazione alla memoria sostiene sia la ricerca delle biografie individuali, sia di quelle collettive e permette di attivare circuiti di condivisione di significati, di negoziazione tra differenti punti di vista e anche di prendersi cura della propria biografia in relazione alla storia del mondo.
Poter entrare in contatto, attraverso la proposta dei percorsi didattici, con i processi di ‘ibridazione’ culturale, consente di veicolare riflessioni sul binomio individuo-cultura e sulla loro reciproca influenza: un rapporto circolare in cui la cultura plasma il sé e il sé identitario contribuisce alla continua costruzione sociale, pubblica, partecipata e condivisa dei significati culturali.

Nell’educazione alla dislocazione culturale e cognitivo-emotiva si tengono presenti, nelle offerte formative proposte, gli orientamenti pedagogici miranti ad allenare le nuove generazioni alla contestualizzazione degli apprendimenti, alle dimensioni della differenza e alla cultura del mettissage quali importanti attributi della formazione nella pluri-appartenenza (al locale e al globale).

Sono proposti percorsi didattici differenziati per età che indagano, a partire dalle fiabe per arrivare sino alle storie delle tradizioni, gli universali contenuti nelle biografie individuali e collettive. Le esercitazioni all’ascolto-attivo creano ambienti formativi idonei al confronto dialettico tra i partecipanti.

La Memoria e la Storia

La memoria collettiva, quella delle parole, delle immagini, dei gesti, dei riti, delle feste è il desiderio di non perdere la memoria, la paura di essere colpiti da un’amnesia che ci cancella ciò che è in noi del passato.
Attualmente la società dà nuova energia all’importanza della memoria collettiva che deve essere uno degli elementi fondanti delle società sviluppate e in via di sviluppo, perché non dobbiamo dimenticare che la memoria è elemento essenziale dell’identità individuale e collettiva ed essa deve diventare ricerca e conoscenza attiva dei popoli.

La storia deve attingere dalla memoria e la storia salva e dà dignità al passato e alla memoria stessa.
La storia quindi come “maestra di vita” che “insegna” attraverso il racconto, le origini e il trascorrere del tempo umano.
Il tempo e la memoria, l’interpretazione e la narrazione, viste come dimensioni della percezione individuale e collettiva.

L’umanità sta vivendo un momento particolarmente delicato. L’accelerazione del tempo che cresce a dismisura e l’impossibilità di umanizzarlo, di piegarlo al nostro ritmo, di imporgli un tempo degli eventi umani, cioè di “fare storia”, ci rivela un processo che appare quasi un continuo epilogo, una stazione finale, piuttosto che un viaggio verso il futuro.

La storiografia non è altro che un tentativo di umanizzare il tempo, ma anche l’esperienza dei popoli e delle civiltà, in un racconto lineare, per percepire una linea del tempo progressiva.
La memoria collettiva diventa storia quando i suoi confini sono definiti dalla politica, cioè quando lo Stato la riconosce come propria.

Occorre evitare, però, che la storia così definita sia lontana dal presente e troppo ufficializzata. Chi non ricorda il provvedimento di legge della passata legislatura con il quale si cercava di arginare il dirompente revisionismo della storia del Novecento con sanzioni di carattere penale che, al di là delle buone intenzioni, altro non facevano che ledere il diritto di pensiero?

È necessario indagare la storia passata e la memoria sedimentata per riflettere sulla presenza del futuro, perché è indubbia la rapidità, la modificazione e la molteplicità di rigenerazione continua e della continua necessità di adattamento.
Tanto più in un periodo come il nostro dove, sotto la pressione della storia immediata, si fabbricano sempre più memorie collettive che scrivono la storia stessa.

Il problema reale è che la società produce più eventi di quanti se ne possa indagare e raccontare, il rischio è che i fatti non fanno più Storia e allora la Storia non è più Storia, gli eventi non sono più “storici”, né raccontabili né tramandabili.

In questo contesto è richiesto alla memoria non tanto di riscrivere la storia quanto di interpretarla; la memoria sia essa personale sia essa comunitaria va continuamente ripresa ed elaborata per preparare un  futuro non svuotato del passato.

Sul piano pedagogico l’insieme delle tracce del passato che un gruppo sociale eredita, trattiene, elabora e trasmette da una generazione all’altra in rapporto alla cultura materiale della propria storia e alle tradizioni, è fondamento ed espressione dell’identità e della memoria collettiva, che va collegata al patrimonio culturale del gruppo stesso.

Anche le recenti indicazioni nazionali per il curricolo sottolineano, per una corretta educazione alla cittadinanza unitaria e plurale, l’importanza della riscoperta delle tradizioni e memorie nazionali, poiché il presente lo si “padroneggia” solo con una profonda memoria e condivisione delle radici storiche.
Anche in questo ambito sociale Iter è presente con il Centro Torino e la sua Cultura che, nella sezione dedicata a Torino,intende sviluppare l’identità attraverso la conoscenza del territorio, programmando attività di esplorazione dell’ambiente fisico e sociale con itinerari mirati e nell’elaborazione di materiali utili a trasformare esperienze e ricerche in elementi di conoscenza concreta e vissuta da protagonisti.

Si esplorano i luoghi della memoria collettiva: strade e piazze, monumenti ed architetture, archivi e musei.
Nell’affrontare in specifico la storia di Torino, si tiene in considerazione il passato in relazione ai progetti e alla realtà che dominano il presente. La città è particolarmente complessa e sono ricorrenti conflitti tra le esigenze dei diversi gruppi che la compongono, di conseguenza la memoria collettiva diviene memoria sociale, nel momento in cui rappresenta le diverse memorie presenti nella comunità, la quale contiene in sé l’insieme delle tracce, dei segni, dei simboli del passato.

Si accompagnano grandi e piccoli a possibili letture alternative offrendo l’opportunità di esplorare scoprire e documentare con percorsi specifici, con sguardi nuovi e prospettive diverse la storia e la realtà.

Si intende in tal modo sviluppare l’identità attraverso la conoscenza “dell’habitat della memoria” e del territorio, programmando attività di esplorazione dell’ambiente fisico e sociale con itinerari mirati e nell’elaborazione di materiali utili a trasformare esperienze e ricerche in elementi di conoscenza concreta e vissuta da protagonisti.

Lo sviluppo delle competenze di osservazione, di lettura e d’interpretazione della realtà, attraverso le testimonianze del passato, del presente e dei suoi mutamenti, sono obbiettivi fondamentali del lavoro pedagogico. Tali competenze rafforzate, aiutano i bambini e i ragazzi a saper individuare le relazioni storico-economico-sociali tra l’uomo e il territorio in cui vive e dimora, tra il passato e il presente, con proposte educativo-culturali di indagine degli aspetti iconografici, urbanistici, architettonici, ambientali e sociali. Si vuole così favorire e incrementare la costituzione di una memoria comune-sociale.

I musei, luoghi della memoria, sono parte integrante dei processi euristici e di apprendimento messi in atto. La cultura materiale come fonte di conoscenza dell’evoluzione della linea del tempo e della storia.

Ricercare, osservare, rilevare i segni della memoria per costruire un’identità individuale e di gruppo, educare alla memoria per sostenere la ricerca di biografie sia individuali sia collettive.

Ogni società rappresenta se stessa nella capacità di riconoscere la propria storia, di produrre e di trasmettere cultura, di saperne accogliere di nuove, con il rispetto di chi vuole indagare per scoprire la diversità culturale e la storia dell’umanità come fonte inesauribile del sapere.


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