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Parliamo di...

Il gioco del lavoro

di Umberto Magnoni
Direttore ITER

La presente relazione ha aperto i lavori del Convegno nazionale dal titolo Chi ha rubato la marmellata? Riflessioni intorno ai diritti e ai rovesci del gioco, nell’anno europeo della creatività. Torino, 2 e 3 dicembre 2009. ITER in occasione dei vent’anni dalla promulgazione della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e dell’Anno europeo della creatività e dell’innovazione, ha promosso convegni e seminari per rilanciare la riflessione su alcuni temi educativi importanti, dalla valorizzazione del gioco e dell’animazione ludica, ad un confronto su un modo nuovo di fare educazione ambientale, alle diverse dimensioni della creatività e dell’immaginario infantile e adolescenziale. La Città di Torino attraverso ITER con i suoi Centri di Cultura per il Gioco, offre risorse e opportunità sul gioco e l’animazione, restituendo all’esperienza ludica una posizione importante nella crescita dell’individuo; segno di un impegno e di un’attenzione consolidata nell’arco di più di trent’anni di lavoro, sperimentazione e attivazione di politiche a favore dell’infanzia e dell’adolescenza. Il convegno, il cui titolo s’ispira al celebre aforisma di I. Calvino “ ...la fantasia è come la marmellata, se la mangi con il cucchiaio ti senti male per il troppo zucchero, ma se la metti su una fetta di pane è deliziosa, bisogna che sia spalmata su una solida fetta di pane se no rimane una cosa informe su cui non si può costruire niente!...”, sostiene il diritto al gioco con consapevolezza e attenzione ai mutamenti socioculturali che determinano la trasformazione della famiglia, della scuola, delle relazioni umane tra coetanei, tra generazioni diverse e ancor di più tra culture differenti.

Solo recentemente ci si è convinti dell'importanza del gioco per il processo maturativo nel passaggio dalla condizione di assoluta dipendenza dell'infanzia alla progressiva autonomia delle età successive.

Già nel passato si riconosce al gioco un'utilità sociale. Platone nelle Leggi raccomanda di dare mele ai ragazzi perché giocando possano imparare la matematica o arnesi in miniatura cosicché giocando incomincino a conoscere il mestiere da muratore. Lo stesso Aristotele ritiene importante che i bambini giochino imitando il lavoro che dovrebbero fare da grandi. Nel Settecento e nell’Ottocento con Pestalozzi e Froebel si accetta sempre più l'idea che l'educazione debba considerare l’importanza del gioco per l'apprendimento e lo sviluppo equilibrato del bambino. Numerose sono le definizioni della molteplicità funzionale del gioco introdotte da pedagogisti e psicologi nel Novecento: mezzo per entrare in contatto con l'ambiente, ponte tra coscienza ed esperienza emotiva, possibilità di sviluppo della vita relazionale, espressione di bisogni, stimolo alla creatività e al rispetto delle regole comuni, accettazione di ciò che è estraneo e spaventoso...

La stessa Carta dei 33 diritti del cittadino1 evidenzia il diritto dei bambini al gioco come attività essenziale che non può essere interrotta senza gravi danni per lo sviluppo psicologico ed emotivo del bambino. Nel contempo si è evidenziato come il gioco debba essere libero e gratuito e come questi aspetti lo differenzino da un altro aspetto della nostra vita: il lavoro. Non può esserci gioco vero se esiste una ricompensa, lo sanno bene tutti coloro che negli anni Ottanta del secolo scorso, proprio nella nostra città, si sono occupati di distinguere tra attività ludica con la palla e attività calcistiche giovanili.

Eppure il lavoro è sempre presente quando si parla di gioco, abbiamo visto prima come la pensavano Platone e Aristotele, ma anche ai giorni nostri, con il diminuire della possibilità di gioco libero da parte dei bambini e il conseguente intervento dell'adulto, l'industria del giocattolo, che costituisce un settore importante dell'economia, è in grado di fare cultura, di entrare direttamente in contatto, attraverso un giocattolo che occorre sempre tenere sotto controllo (la televisione), con bambini e ragazzi, senza la mediazione della famiglia e della scuola. Tutto questo può andar bene a condizione che si rispetti il principio fondamentale che il gioco e il giocattolo sviluppino la creatività e la fantasia del bambino e non, come certe volte avviene, che il gioco trasformi il bambino in semplice spettatore.

Ritengo che si stia aprendo una nuova frontiera nel rapporto tra gioco e lavoro, un sentiero forse appena abbozzato che però deve fare riflettere per evitare che il gioco perda la sua libertà e i suoi tratti caratteristici.

Cosa s’intende per gioco del lavoro? Per rispondere a questa domanda occorre indirizzarci verso la cultura dell'impresa, campo oggi molto di moda come la parola che lo rappresenta: management.

Alcuni recenti studi, hanno evidenziato l'importanza di rivedere la cultura dell'impresa in ambito umanistico. È avanzata la riscoperta dell'importanza delle emozioni, rispetto alla pura ragione, per fronteggiare condizioni di permanente incertezza e di bassa prevedibilità delle maggiori variabili strategiche che rendono inadatto o con forti limiti il tecnicismo dello scientific management. Il Manifesto dello humanistic managemen2, oltre ad esortare all'utilizzo di tutte le nostre sette o nove intelligenze, ad esprimersi per mezzo della creatività, a lavorare in modo razionale, perseguendo una visione emotiva e testimoniando valori sentimentali, evidenzia l'importanza di giocare di più per avere successo e governare la complessità.

Mi riferisco, in particolare, alla parte del testo curato da Riccardo Varvelli, docente presso il Politecnico di Torino, che affronta il tema dell'azienda emotiva con un sottotitolo che è molto significativo: Emozione e intelligenza per lavorare divertendosi 4. Nella sua trattazione, curata insieme alla moglie psicologa, Varvelli riporta alcuni esempi significativi per illustrare l'importanza del gioco nella conduzione di un'azienda, partendo da una frase che alcuni anni fa i direttori indirizzavano ai collaboratori ritenuti troppo fantasiosi: “Ma stiamo forse giocando? Ma i tempi sono cambiati e il modo di lavorare anche. Sarebbe opportuno giocare di più, a iniziare dai mattoncini del Lego, che stimolano la capacità di pianificare le risorse a disposizione e obbligano al pensiero prospettico”, per arrivare a esaltare una gara di rally con la playstation che può sveltire la capacità di reazione e di decisione. Poiché le possibilità di gioco sono infinite, non c'è da sorprendersi se si può anche giocare anche in azienda, magari al gioco della riunione o a fare carriera.

È importante come si lavora e non cosa si fa è il filo conduttore del ragionamento: per evitare di vivere il lavoro come un peso occorre affrontarlo con spirito giocoso, con competitività e passione, in questo modo si mette in campo creatività ed entusiasmo e, come afferma l'autore, si costruisce il proprio carisma e ascendente sulle fondamenta della capacità di giocare.

Le vecchie interpretazioni dell’azienda vista come macchina o sistema perfetto vengono sostituite con immagini provenienti da contesti ludici e del tempo libero. Si afferma l’importanza di rimanere bambini nello spirito, l’importanza della spensieratezza giovanile, per un corretto approccio al lavoro che eviti stress e tensioni all’interno. Possiamo dire che finalmente ci si è resi conto dell’importanza del gioco per una migliore qualità della vita di tutti e non solo dei bambini? Se non altro perché chi ride riesce a diminuire le difese immunitarie contro le varie infezioni?

Anche se ormai il secolo del bambino è passato, il diritto al gioco rimane e apre nuovi spiragli per noi adulti occupati da lavori da grandi. Mi rende però piuttosto prudente affermare la vittoria dell’homo ludens sull’homo labor, la considerazione che il Novecento non è stato solo il secolo del bambino ma anche il periodo in cui la società industriale ha posto la funzione economica in posizione di superiorità rispetto ad altre, quali ad esempio la realizzazione della persona umana (penso che oggi agli occhi di tutti sia evidente la preminenza dell’avere rispetto all’essere).

Non vorrei che accadesse quello che è già successo al gioco nel momento in cui gli adulti hanno ritenuto utile intervenire per evitare che il gioco rimanesse esclusivamente nella dimensione dell’infanzia, in quell’ambito in cui il gioco è vita, così come è visto nei dipinti di Bruegel o raccontato nel mondo dei balocchi di Collodi. Da allora il gioco è servito anche per compensare la mancanza di spazi, per la maggior parte assunti solo più a dimensione economica: aree attrezzate o finte piazze e strade negli ipermercati, per facilitare l’apprendimento o per sostituire fratelli e sorelle mancanti o per…

Il gioco del lavoro non deve diventare un obbligo, perché altrimenti non è più gioco, né deve confondere il tempo sociale con il tempo individuale, ma deve costituire un ulteriore esempio di come il gioco e, in alcuni casi il rimanere bambino, possa essere uno strumento utile nei contesti della nostra vita quotidiana fatta d’impegni e di relazioni.

Già Newton ha evidenziato come il suo operare scientifico fosse simile al gioco di un bambino su una spiaggia che si diverte a scoprire un sasso più liscio degli altri o una conchiglia più bella davanti ad un oceano di verità tutto da scoprire.

Perché ciò accada è importante incontrarci e confrontarci, giocare e far giocare con proposte che costituiscono buone pratiche e non tanto inserire corsi su l’humor nei seminari sulle tecniche di managerialità o giornate di studio su questo tema, né tanto meno attivare terapie con il buffone, non più di corte, ma di azienda!

 

1. Carta dei 33 diritti del cittadino, redatta nella prima sessione pubblica dei diritti del malato, Roma 29 giugno 1980.

2. MARCO MINGHETTI, Le nuove frontiere della cultura d’impresa. Manifesto dello humanistic management, edizione Etas, Milano, 2004.

3. LUCA E LAURA, RICCARDO E MARIA LUDOVICA VARVELLI, Le nuove frontiere della cultura d’impresa. L’azienda razionale e l’azienda emotiva. Emozione e intelligenza per lavorare divertendosi, edizione Etas 2004

4. HOWARD GARDNER, Cinque chiavi per il futuro, Feltrinelli, 2007


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