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Ascoltare vedere capire
A Torino, in punta di piedi

di Antonio Erbetta

Lo scorso 11 febbraio ci ha lasciato prematuramente Antonio Erbetta, professore ordinario di Storia dell’educazione europea presso l’Università degli Studi di Torino, che da anni collaborava con ITER.

Per ricordare la sua figura di pedagogista, di grande spessore e valore, che aveva il gusto delle parole nette, precise fino alla provocazione intellettuale e che con il  suo pensiero ha saputo aprire strade nuove alla conoscenza delle teorie dell'educazione, riportiamo uno stralcio della prefazione che curò per il libro “Lusso? No grazie democrazia”. Nel lavoro di stesura del testo fu, per molti mesi, un appassionato riferimento esterno che, come amava definirsi, si caratterizzava come “una sorta di puntigliosa presenza cui appoggiarsi per andare oltre e/o altrove. Salvo ritrovarsi, sempre e comunque, in uno sforzo vitale e condiviso di riscoperta continua delle proprie energie interpretative e dei propri compiti formativi”.

La metropoli come luogo di formazione

Non c’è bisogno di troppe parole per convenire sul fatto che la grande città, la sua vita, i suoi contrasti e le sue laceranti contraddizioni, esibiscono, talvolta in maniera drammatica, una complessità straordinaria di problemi. E soprattutto come le forme della sua scomposizione e della sua ricomposizione permanente non consentano mai una lettura facile e semplificata della sua struttura culturale e sociale.

Eppure una evidenza s’impone con la forza dell’ovvietà: la metropoli appare, fin dalla fine del XIX secolo, come il luogo esemplare del moderno. In essa, infatti, si condensa quel processo di emancipazione che segna, nel bene e nel male, la condizione dell’uomo contemporaneo.  Un uomo che, nella vita della grande città, forse perde di vista, per un verso, le rassicurazioni emotive che gli vengono dai vincoli dell’appartenenza comunitaria – tradizioni, norme, consuetudini, certezze –, laddove, per altro verso, egli si schiude all’avventura felice di una inedita costruzione societaria di sé, nello squadernarsi di mondi vitali e di opportunità esistenziali straordinariamente dinamiche e aperte al possibile. Cosicché la metropoli ha potuto poi rappresentare, per tutto il Novecento, la condizione formale di una libertà soggettiva che sembrava poter strappare ogni individuo da un destino di necessaria riproduzione sociale, quando non  di marginalità e di esclusione culturale e/o politica.

Ma la metropoli, così descritta dalla sociologia urbana, è altresì divenuta il contenitore di tutte le contraddizioni che quel processo porta con sé. A cominciare, ovviamente, da quelle generate dal lavoro e dalla sua organizzazione industriale. E poi, e più in generale, dalle nuove e incalzanti forme di separatezza e di contrasto che costantemente, e secondo inedite prospettive, ne investono la struttura profonda. Di qui la grande città come luogo – economico, architettonico, culturale, sociale, politico – del conflitto in quanto cifra di comprensione più profonda della modernità. Ma anche come straordinaria e dinamica apertura verso una ulteriorità entro cui quei medesimi conflitti, mediati dalle pratiche della responsabilità societaria, possono tradursi in altrettanti slanci di sviluppo individuale e collettivo.

La metropoli, dunque, come  crogiuolo di esperienze, esaltanti e drammatiche a un tempo, destinate a impegnare la coscienza civile nello sforzo di rinnovarne le potenzialità emancipative. E di farlo secondo le molteplici direzioni di sviluppo che comunque contrassegnano la relazione del singolo con il tessuto sociale entro cui egli definisce la propria condizione esistenziale. Tutto questo secondo l’esperienza vissuta di un groviglio di nessi reciproci che a ciascuno di noi pone in maniera progressiva, fin dall’infanzia e dall’adolescenza, una triplice esigenza:

  • acquisire consapevolezza (intellettuale, sentimentale, morale) della propria situazione di vita;
  • sviluppare un  alto livello, sempre dinamico e complesso, di continua ri-rappresentazione simbolica delle trasformazioni in atto;
  • progettare la propria vita secondo quel principio di apertura al mondo circostante che consenta di abitare la città nella pienezza delle prerogative civili che contrassegnano giustappunto l’esperienza del cittadino.

È alla luce di simile constatazione, allora, che la metropoli diviene, con tutta evidenza, luogo intrinseco di formazione moderna del soggetto. Se non altro perché quelle tre esigenze sopra ricordate altro non sono se non la trascrizione del percorso educativo colto nella coincidenza problematica di sviluppo emotivo, cognitivo e sociale. Un percorso che, nella tempesta percettiva che segna nervosamente la vita della grande città, impegna ad uno sforzo collettivo di straordinaria responsabilità: costruire, difendere e amplificare il sistema delle opportunità sociali nella concomitante consapevolezza pedagogica di una città futura sempre da progettare perché sempre da emancipare a partire dai giovani.

Una città futura che i suoi conti non potrà che farli, allora, con la propria storia, con la tradizione di civiltà e con le istituzioni che la rappresentano, ma anche con una vocazione di apertura franca e serena al nuovo che, attraverso le sue molte contraddizioni, sempre rinnova e arricchisce il senso di una educazione aperta al possibile. Nella consapevolezza – per altro – dei gravi problemi che, in virtù del nuovo trapasso secolare, investono ora la grande città, i suoi equilibri precari, le sue nuove esigenze di confronto e d’integrazione culturale, i suoi nuovi assetti sociali e, in più profonda istanza culturale, le sue nuove responsabilità formative.         

Scoprire Torino

Orbene: che Torino, in questo senso, rappresenti, in sé e per sé, una vicenda tipica di vita metropolitana, è cosa nota da sempre. Se non altro perché – città europea e italiana ad un tempo – essa ha esattamente rappresentato, nel secolo scorso, quei processi di trasformazione secondo una prospettiva così radicale e dinamica da farne, per così dire, un vero laboratorio sociale di prima grandezza.

Certo: città intima e segreta, aristocratica e colta, elegante e riservata. In una parola: sabauda. Ma anche, per converso, capitale dell’innovazione tecnologica  e della grande intrapresa industriale. Luogo, dunque, di lavoro operaio, di confronto sociale e di integrazione e/o conflitto culturale per eccellenza. Il tutto contenuto e tradotto in una vera e propria etica del lavoro che, anche per la sua eccentrica collocazione geografica, ne ha decretato una specie di unicità sociale dai tratti particolarmente originali. Eppure, per largo tempo, consegnata ad un immaginario collettivo che, per il resto del paese, la riconduceva allo stereotipo di metropoli chiusa in se stessa, conservatrice e grigia. Laddove in essa transitavano, al contrario, tutte quelle contraddizioni e quelle aperture che abbiamo visto caratterizzare la vita della metropoli moderna. Ma anche, per dirla con Revelli, “quel carattere profilato e duro, quel senso di profondità e verità che da sempre ha colpito anche il visitatore più distratto”.

Bisognava, dunque, vederla da vicino – e forse molto al di là della sua trascrizione letteraria –  per comprenderla più a fondo. Guardandola, per giunta, non già con gli occhi del viaggiatore, quanto piuttosto con quelli dello straniero. Sempre che per straniero s’intenda , qui, uno che viene e che resta. E che, come accade alle forme del sentimento maturo, impari ad attraversarla “in punta di piedi”, sentendosi ad un tempo dentro e fuori di essa. Dentro in quanto pienamente coinvolto, per scelta e per opportunità, dalla sua storia, dal suo presente e dal suo futuro. Fuori, per quel tanto di estraneo e di stupito che sempre caratterizza lo sguardo laterale di chi altrove ha costruito la propria formazione e la propria sensibilità culturale.

Nel caso specifico, con l’occhio di chi, abituato per destino intellettuale ai problemi teorici e pratici dell’esperienza educativa, a Torino si misuri proprio con la questione pedagogica. Nella fattispecie: con ciò che ha accompagnato la sua storia di “città educativa” e che, oggi come ieri, la impegna esattamente in quel compito generale – in questo momento altrettanto decisivo e drammatico – di restituire il senso, ai più giovani, di una nuova cittadinanza segnata da un percorso di “educazione responsabile”.

Sia chiaro: qualcosa  che, nei repertori della storiografia pedagogica, affonda certamente le sue radici lontane nel XIX secolo, secondo la tradizione sociale e intellettuale della città, nella quale trovano posto, ad un tempo, le intraprese di una istruzione elementare pronta a fronteggiare, e secondo molteplici ispirazioni etiche, religiose e politiche, la sua piena trasformazione industriale, così come – con la prima cattedra universitaria italiana di pedagogia – la sua riconosciuta risonanza metodologica e la sua correlativa esigenza teorica. Salvo il fatto che, nel corso del Novecento, e con particolare riguardo all’ultimo quarto del secolo scorso, la saldatura tra i due momenti sembra corrispondere proprio a quell’elemento di reciprocità che, in corso d’opera, ha finito per sovrapporre in maniera sorprendente la storia sociale della città – forse tutta la sua storia sociale – con la sua capacità, ora più  ora meno intensa, di porre in atto strategie di formazione. Tanto da poter leggere, oggi, nelle sue nuove intraprese, nelle strutture che ne portano la responsabilità ideativa e operativa, nelle nuove difficoltà e nei nuovi compiti che esse sono chiamate ad interpretare – e soprattutto nel lavoro quotidiano degli educatori che vi operano – non già un elemento astratto e libresco di relazione con il passato, quanto piuttosto un principio di valorizzazione, di ripensamento e di riprogettazione di una tradizione viva e operante.

Una tradizione che ora, nel mezzo di una transizione dai molti chiaroscuri, non può che tradursi in rinnovata operatività pedagogica. In una nuova giovinezza progettuale, intrisa della più generale consapevolezza che, “per vivere”, Torino – “creatura ctonia incapace di adattarsi alle superfici” – “ha sempre richiesto grandi energie che l’agitassero, passioni forti che l’animassero dall’interno”.


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