Comune > Arte e Cultura > Centro Interculturale > Rivista BAB > N.3 - I giovani stranieri
Si è svolto a Torino il convegno internazionale Immigrati e seconda generazione, in occasione del secondo incontro transnazionale del progetto Acting Labs.

Il progetto, finanziato dalla Commissione Europea - DG Giustizia e Affari Interni, mette in rete partner di Berlino, Bruxelles e Torino che puntano ad individuare specifiche strategie di integrazione per i giovani della seconda generazione provenienti da famiglie immigrate che vivono in queste città e nei rispettivi paesi.
Durante il convegno sono state presentate le realtà delle tre città coinvolte nell'iniziativa anche attraverso le esperienze di partner e della rete locale del progetto, formata da associazioni, enti pubblici, organizzazioni e persone già integrate che rappresentano un possibile modello per i giovani. Quindi, sono intervenuti Birgit Daiber, responsabile della GFBM-Berlino per i progetti europei e project manager Acting Labs, Benoit Stievenhart, responsabile delle politiche comunitarie e cooperazione internazionale del Comune di Anderlecht, Bruxelles, Doris Nahawandi, rappresentante per la migrazione e l'integrazione del distretto Friedrichshain-Kreuzberg, Berlino, Catherine Withol de Wenden, politologa e giurista, CNRS, Parigi, il sindaco di Anderlecht, Jean-Jacques Boelpaepe, accanto a rappresentanti del Comune e di diversi settori e istituzioni locali torinesi, coinvolti nella gestione e osservazione dell'attività dei giovani di seconda generazione, oltre alle associazioni miste, centri interculturali che seguono e consigliano percorsi di inserimento dei ragazzi e a studiosi di sociologia delle migrazioni.
Gli stranieri rappresentano circa il 7% della popolazione residente a Torino, e due bambini su sei nuovi nati sono figli di almeno un genitore straniero. Tra romeni, marocchini, peruviani, albanesi, cinesi, queste le nazionalità maggiormente presenti sul territorio, i giovani della seconda generazione che stanno crescendo qui e frequentano le scuole sono in costante crescita. Si assiste ad una grande varietà di situazioni personali: emergono aspetti del disagio, ma anche di forte radicamento. I ragazzi sono - secondo alcune ricerche - più maturi e consapevoli dei coetanei italiani e manifestano un certo distacco critico rispetto al paese d'origine. Una domanda che va posta: le seconde generazioni riusciranno a resistere e a stabilizzarsi in Italia? Se fossero costretti a trasferirsi, si disperderà capitale umano, la loro partenza lascerà a nuovi immigrati l'eredità di un tentativo di integrazione fallito. C'è ancora poca abitudine a trattare con i giovani di seconda generazione, quindi il rischio di discriminazione è reale. Bisogna restare aperti ad una capacità di "lettura" e di ascolto specifiche.
Il tema della seconda generazione è importante perché mette in crisi la presunta omogeneità dei paesi riceventi e tende a portare alla formazione di minoranze etniche. Il rischio è continuare a guardare a questi ragazzi solo come candidati alla marginalizzazione, soggetti potenzialmente devianti. L'accento, l'appartenenza, l'ascendenza, persino il cognome e il nome stranieri sono fattori di discriminazione secondo vari studio sociologici. Alcune specificità italiane: l'inizio relativamente recente del fenomeno della seconda generazione, i figli degli immigrati sono ancora molto giovani. La prevalenza di minori nati all'estero che hanno già iniziato un percorso di studio nel paese d'origine comporta una seria difficoltà di conversione degli studi.
Un'immersion nella realtà francese. Le statistiche parlano di quasi 2 milioni di giovani della seconda generazione, fenomeno che in Francia nasce alla fine degli anni '70. Si verifica una certa difficoltà sia a nominare in giusti termini, sia a contare questa fascia di popolazione. Sono algerini in maggior parte, ma anche marocchini, tunisini. Chi è nato in Francia, a 18 anni diventa francese. Tutti hanno doppia nazionalità e doppio passaporto. La politica dell'alloggio è stata per molto tempo peggiore di altri paesi. I bidonvilles, dove la popolazione immigrata era alloggiata negli anni '50-'60, nei sobborghi parigini, sono andati distrutti. Esiste una discriminazione da parte della polizia. I giovani poliziotti spesso vengono dalle campagne o comunque non sono adeguatamente preparati. Durante controlli e accertamenti sull'identità degli abitanti si finisce a volte in prigione. Per contrastare la discriminazione lavorativa, in alcune municipalità è attivo un sistema che propone ai giovani di cambiare indirizzo per uscire dai sobborghi. Nelle politiche rivolte agli immigrati, negli anni '90 compare la figura del mediatore culturale e quella dell'elettore municipale. L'esperienza è fallita, perché non è stata presa sul serio dai poteri pubblici francesi. Era solo un modo per comprare la pace pubblica. Adesso si constata una presenza più marcata dal punto di vista sociale degli immigrati nella società stessa, attraverso l'associazionismo. L'obbiettivo è creare spazi alle realtà cosmopolite, miste. Con la "spiaggia di Parigi", gli abitanti dei sobborghi hanno avuto l'opportunità di familiarizzare con i quartieri più importanti. È stato un successo. Una moschea è stata insediata a Parigi nel quartiere Stalingrad, uno dei più imponenti della capitale. Si organizzano pranzi per tutti gli invitati che hanno partecipato ad incontri e conferenze sul tema del dialogo interreligioso. Come risultato i giovani della seconda generazione hanno reale accesso alla classe media, il che si vede nell'Università e sulla strada. L'esperienza della gestione coloniale favorisce molto questo processo. Però di questa realtà la stampa non parla; fanno notizia piuttosto la violenza urbana e le manifestazioni dell'Islam radicale.
Saida Ahmed Ali sintetizza lo scopo del progetto Acting Labs «Il progetto rappresenta una partnership tra diversi paesi: Italia, con luogo di riferimento Torino, Belgio con Bruxelles e Germania con Berlino. L'obbiettivo è quello di proporre modelli positivi per i giovani appartenenti a famiglie immigrate, che possono avere delle difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro e nella vita sociale. Si tratta di promuovere incontri tra giovani immigrati e mentori esperti, figure professionali che possono avere un forte impatto pubblico. L'idea è di non cadere in modelli che siano quelli delle trasmissioni televisive, perché sono piuttosto irraggiungibili e quindi illusori. Non tutti possiamo essere Ronaldo o la soubrette vincente. I modelli a cui pensiamo sono tangibili: l'avvocato, il medico, l'ingegnere, l'attore di teatro, l'insegnante. Abbiamo pensato di individuare nelle scuole questi modelli, poiché parliamo di un gruppo target che si situa nei limiti di età compreso tra le scuole medie superiori e fino all'Università. Il punto chiave era quello di creare una mappa della realtà che questi ragazzi frequentano, cioè la scuola. La maggior parte di loro frequentano scuole professionali, anche per motivi economici; pensano che al termine del percorso scolastico ci sia la possibilità di avere un lavoro. Quali modelli pensare per il loro futuro? Tanti fanno scuole alberghiere, altri sono interessati al campo dell'informatica. Queste scuole professionali, dove si insegna a fare il cameriere, l'artigiano, l'ingegnere devono portare a sbocchi lavorativi. Pensiamo a modelli anche nel campo della politica, alla categoria dei sindacalisti. Allora, organizziamo incontri con questi modelli, i quali diventano un testimonial per i ragazzi».
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