Informatipico - Agosto 2008 - Numero 5 Terza Serie

Informatipico

L'intervista

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l'intervistato del mese

Intervista a Elio Gaveglio

Redazione

Il responsabile dello Sportello Unico per le imprese del comune di Torino ci parla del progetto Equal

Il progetto Equal, che esprime e sostiene anche questo stesso periodico on-line, indaga e promuove le politiche nazionali a favore della creazione della piccola impresa e del lavoro autonomo, con una caratterizzazione di elementi di welfare e una particolare attenzione ai soggetti deboli, da cui peraltro deriva il nome "Equal" cioè uguali possibilità per tutti di accedere alle opportunità del mondo del lavoro. Come e quando si è sviluppata l'idea di questo progetto?

Tutto nasce 8 anni fa da un'intuizione di un gruppo di studiosi coordinati da Aldo Bonomi, mentre il fenomeno del lavoro indipendente era ancora scarsamente considerato e aveva confini troppo indefiniti per essere un tema delle politiche del lavoro (sviluppo). L'intento della ricerca era di "rendere visibili gli invisibili", così si espresse Bonomi, e il progetto, denominato "Moriana" come una delle Città invisibili di Calvino, ebbe il sostegno e il finanziamento della Comunità Europea.
L'analisi fu condotta in Francia, Italia e Germania e i dati acquisiti consentirono di tracciare un panorama più dettagliato di quel pezzo di società che non si basava più sulla tipica interdipendenza del sistema fordista: "tu dipendi da qualcuno, sei occupato in questa comunità e la comunità si occupa di te". Moriana seppe evidenziare un mondo nuovo, dove il capitale non è finanziario, ma di competenza (come già insegnava Bourdieu), è un capitale personale da investire nel mondo del lavoro, che intanto diventa sempre più mondo degli affari. Si cominciò a parlare di "capitalismo molecolare".
Qui in Italia sapevamo di doverci abituare alla società post-fordista, ma ancora non ci erano note le forme che assumeva questo passaggio. Forte delle conclusioni di Moriana, Bonomi ha chiesto la prosecuzione della ricerca e dell'approfondimento nella realtà italiana, mentre parallelamente si sviluppavano iniziative analoghe in Francia, Spagna, Portogallo. Nasceva Equal e l'impegno era quello di mettere a confronto le diverse politiche nazionali atte a favorire l'inserimento di tutti, con particolare attenzione ai soggetti deboli, in un mondo del lavoro sempre più dominato dal concetto liberale secondo cui ognuno è imprenditore di se stesso.

Equal opera in 5 realtà italiane: Torino, Milano Genova, Napoli e la zona vicentina del Grappa. A scenari diversi corrispondono risultati diversi?

Certo, la componente territoriale e culturale ha il suo peso nello sviluppo delle dinamiche d'intervento e nella risposta ottenuta, poi molto dipende dalle politiche già messe in atto dalle varie Amministrazioni. Prendendo atto che l'esperienza di Napoli, ha potuto produrre poco in un territorio dove analizzare il mondo del lavoro atipico vuol dire entrare in un universo di 500 mila disoccupati, Equal ha avuto approcci ed esiti diversi ma comunque interessanti per tutti, perché ognuno ha potuto trarre dall'esperienze altrui utili indicazioni anche per agire nel proprio territorio.
Ad esempio, a Milano la ricerca ha esplorato il lavoro atipico nel settore dell'ITC (Information Technology Communication), dove risulta una situazione in cui meccanismi di ingresso e mobilità sono abbastanza consolidati, mentre l'analisi effettuata sul 3° settore, quello dei servizi alla persona, mostra la decisiva influenza esercitata da due grandi strutture, Caritas e Comunione&Liberazione, che di fatto operano col principio di sussidiarietà, supportando fortemente l'Amministrazione nelle politiche di welfare, Grazie ad Equal, presente con uno sportello all'interno dell'iniziativa Milano Lavoro, si è potuto studiare e pianificare azioni e opportunità di crescita e di lavoro per i soggetti deboli. E un (importante) contributo a questo risultato è arrivato proprio dal confronto con l'esperienza torinese, dove il rapporto tra Amministrazione e 3° settore è più stabile e sistematico.
È comunque complesso muoversi in un ambito dove le forme contrattuali sono strettamente legate alla solidarietà, che ovviamente non è regolamentabile per decreto. Qui a Torino abbiamo due tipi di operatori in questo settore: il mondo del volontariato e il sistema delle cooperative sociali. Ma mentre il volontario "puro" è semplicemente dedito all'attività, il socio lavoratore della cooperativa potrebbe giustamente avere le sue rivendicazioni come ogni altro lavoratore. Spesso invece si ritrova a lavorare 12 ore e pagarsene 6, poiché in quanto socio è lavoratore e allo stesso tempo imprenditore; inoltre, lavorando notte e giorno in comunità alloggio o ricovero o altro, è pesantemente esposto a situazioni difficili dal punto di vista relazionale ed emozionale. Tutto questo ha un costo emotivo enorme, che dovrebbe essere riconosciuto, e spiega il notevole turn over del settore, causando purtroppo la perdita della professionalità che questi operatori si sono costruiti. A Genova la scelta è stata quella di supportare i Servizi per 'Impiego che sono stati decentrati per legge alle Provincie e le azioni che si sono sviluppate hanno rappresentato un valore aggiunto per chi ha utilizzato i Servizi per il Lavoro di questa Provincia .

Dunque, giunti al giro di boa della seconda fase di Equal, il mondo del lavoro atipico ha contorni più definiti e da questi si potrebbero desumere delle forme più pregnanti di regolamentazione. Invece il progetto di studio è stato "bypassato" dalla realtà, con la promulgazione della Legge 30 del 2003, la cosiddetta Legge Biagi. Quale impatto ha avuto sul vostro lavoro?

È vero che il lavoro di Equal avrebbe dovuto anticipare una riforma di questo tipo, capire la sua fattibilità, studiare gli ambiti di intervento. Invece l'introduzione della Legge Biagi ha stravolto lo scenario in cui ci muovevamo e lo ha fatto, nel bene o nel male, con una regolamentazione talmente capillare, e cavillosa, che se fosse applicata non esisterebbe più lavoro atipico, ma troveremmo un contratto per ogni forma di lavoro. Purtroppo non è così, perché vediamo che sussiste tuttora un fenomeno di flessibilità incontrollata, spazi in cui le imprese, approfittando della contrattazione individuale, riescono a non assicurare le dovute tutele, a lasciare al lavoratore tutti gli oneri richiedendogli l'apertura di una Partita IVA che invece, secondo i miei calcoli, non è conveniente se il fatturato è al di sotto dei 30000 euro e soprattutto se si basa l'attività su una monocommessa.
E poi il mondo del lavoro atipico non è solo dei capitalisti molecolari, la ricerca dimostra che tra queste nuove indipendenze ci sono anche soggetti che subiscono il contratto perché non hanno le capacità negoziali del professionista competente. Solo negli ultimissimi anni i sindacati hanno cominciato a muoversi in questo panorama polverizzato, con dumping fra le persone e senza tavoli di contrattazione collettiva. I pochi risultati significativi si sono ottenuti solo in quei settori dove i numeri sono più grandi, vedi gli accordi sottoscritti con i call center o con McDonald. Ma la verità è che queste attività non si possono considerare lavoro indipendente, ma come tale sono trattate dagli imprenditori ma anche dai sindacati che cercano di tutelare i lavoratori con gli strumenti che hanno.

In altri casi la scelta del lavoro indipendente ha una forte componente motivazionale, che punta a nuovi stili di vita e che dovrebbe essere valorizzata. Quali sono state le azioni concrete che Equal ha messo in campo per sostenere questa scelta?

Per non trattare gli aspetti ideali e invece valutare i servizi reali dobbiamo anzitutto pensare che la contrattualistica prescinde dalle idee di lavoro indipendente nella testa dell'atipico. Nella contrattazione si è uno a uno e ciò che consideriamo il primo passo, quello fondamentale, è fornire consapevolezza, soprattutto a chi non sa cosa sta andando a firmare.
Nello specifico torinese, Equal è attivo presso questo Sportello Unico delle attività produttive, che ha un rapporto già consolidato col sistema imprenditoriale locale, avendolo finanziato con la Legge 225.
In questo anno e mezzo di operatività abbiamo incontrato più di 400 persone in "situazione atipica" e li abbiamo informati sulle due possibili uscite da questa condizione ancora troppo incerta: o il lavoro dipendente o diventare piccolo imprenditore, che per i più è lo sbocco naturale. Prima o poi questa scelta deve avvenire, si deve uscire dalla atipicità.
All'atipico che sceglie di intraprendere l'attività imprenditoriale, lo sportello fornisce non solo consigli e informazioni ma anche opportunità concrete di trasformare la sua idea e/o le sue competenze in impresa. Possiamo dire che diamo alla persona tutti i dati per decidere e tutti gli strumenti per agire: analisi di settore e business plan, proposte di insediamento e start up, partecipazione ai bandi del finanziamento pubblico, accesso al microcredito e altri programmi d'accompagnamento, come questo attuato dai nostri vicini del MIP (Mettersi In Proprio), dedicato ai disoccupati e che prevede anche un'indennità di 400 euro al mese per 6 mesi.
Insomma, è un sistema collaudato e il 20% di chi ci ha contattato ha fatto impresa. Potrebbe sembrare un modesto risultato, data l'alta mortalità delle nuove imprese in Italia, ma queste partono su buone basi, perché altrimenti avremmo sconsigliato l'avventura, il nostro è un modello più dissuasivo e cauto, che punta alla piena consapevolezza, per cui non dobbiamo "convincere", ma è la persona stessa a decidere avendo tutti gli strumenti per poterlo fare.
Se teniamo conto dei risultati ottenuti da Equal sul fronte dell'avviamento all'impresa come soluzione al lavoro non dipendente, le esperinze che hanno funzionato meglio siamo noi e quelli del Grappa, in territori dove il vissuto industriale e culturale ha offerto più spazi di disponibilità e risposta a questo tipo di ricerca. E non è stato solo un modello di ricerca, ma anche un servizio. Nel NordEst lo sportello l'ha aperto CNA, avviando un'azione di promozione e stimolo alla trasformazione da artigiani a piccoli imprenditori.
D'altra parte, a coloro che intendono orientarsi verso il lavoro dipendente ma hanno difficoltà d'inserimento perché vivono una condizione disagiata, lo sportello fornisce indicazioni sulle opportunità messe in atto dalle politiche dell'Assessorato al Lavoro, con corsi di formazione e stage in imprese, al termine dei quali il 20-25% delle persone viene assunto regolarmente. Inoltre abbiamo rapporti col 3° settore, a cui applichiamo il sistema dell'inserimento misto, ovvero si assegna la commessa a chi assume soggetti deboli, che diversamente non entrerebbero mai nel mercato del lavoro. Poi c'è un altro strumento, più assistenziale, denominato "I Cantieri del Lavoro" e grazie al quale reclutiamo con un bando pubblico fino a 500 persone per svolgere un anno di attività per il Comune, lavori tipo pulizia giardini, tinteggiatura scuole etc, finito l'anno di lavoro si deve restare fermi l'anno successivo per poi ripartecipare al bando. È una valida soluzione di "workfare", ma spesso si rischia di cronicizzare la temporaneità.

Negli altri paesi europei interessati dal progetto Equal il concetto di lavoro atipico non esiste e c'è un mercato del lavoro che dal punto di vista normativo e fiscale è molto più semplice ed efficace. Dal confronto che avete con questi partner emergono delle esperienze interessanti anche per noi?

Sarebbe interessante adottare un modello di creazione di nuove imprese che stanno utilizzando in Francia e Portogallo, il modello delle "couveuses", cioè delle covate.
In particolare, l'esempio francese ci è più vicino perché è un paese che conosce gli stessi processi e problemi di deindustrializzazione e dove si prova a percorrere nuove strade per il reinserimento nel mondo del lavoro, soprattutto artigianale. Questo delle "covate" è un modo diverso di gestire la cassa integrazione: mentre qui in Italia non puoi lavorare per nessuno, lì ti propongono di entrare in couveuse, dove continui a ricevere il tuo salario per due anni. Il programma di reinserimento parte dalle tue capacità e competenze, per aggiornarle e svilupparle secondo la logica del lavoro indipendente. Finito il periodo di formazione cominci a svolgere la tua attività all'interno della covata, esattamente come se fossi un imprenditore senza esserlo. In pratica ti misuri con il lavoro indipendente in tutti i suoi aspetti, mentre è couveuse, a figurare come impresa e liberarti da ogni obbligo finanziario, giuridico, fiscale. Il periodo di sperimentazione dura dai 5 ai 7 mesi e alla fine decidi se continuare sulle tue gambe.
Vorremmo applicare lo stesso modello a Torino, ma ancora dobbiamo capire come, essendo ente pubblico, possiamo gestire l'aspetto giuridico-economico-fiscale per conto dei soggetti che partecipano al programma.
Viceversa i portoghesi si sono mostrati molto interessati ai nostri progetti e sistemi di microcredito per il lavoro indipendente e intendono applicarli paradossalmente non su scenari urbani a declino industriale, ma in zone rurali dove il declino della coltivazione del sughero le rende a rischio di collasso economico.

Nel numero 5 di Informatipico abbiamo proposto l'esperienza di una scuola di formazione professionale per orafi in cui si prepara l'allievo a confrontarsi anche con le problematiche dell'attività indipendente o imprenditoriale. Lo abbiamo considerato un segno del cambiamento di mentalità, nonostante i freni culturali o i ritardi politici, del fatto che si fa largo l'idea che "il posto" lo si può non chiederlo ma crearselo. In questo numero presentiamo un altro esempio analogo, sostenuto proprio dal vostro sportello.

Si tratta di un modello di formazione e tutoring per studenti prossimi al diploma di istituti professionali, ragazzi che hanno una competenza, forse modesta ma spendibile sul mercato del lavoro autonomo.
Abbiamo messo in atto la sperimentazione in circoscrizione 6 con un gruppo di 100 ragazzi, col risultato che circa 30 di loro si sono formati sulle dinamiche dell'attività indipendente e per qualche mese, magari come co.co.co., hanno fatto un'esperienza professionale; ci auguriamo che, il giorno in cui si sentiranno più maturi, possano venire da noi e chiederci sostegno all'avviamento dell'impresa.
Il modello è molto "leggero": non abbiamo costruito un sistema complesso di relazioni e istituzioni, ma abbiamo coinvolto pochi professionisti della cooperativa Liberitutti che, in accordo coi presidi degli istituti, hanno dato a questi ragazzi l'opportunità di farsi un'esperienza, particolarmente nei settori dell'informatica e della meccanica, e quindi di avere un'idea più chiara dei diversi percorsi che possono intraprendere.
Oggi purtroppo il sistema dell'orientamento e della formazione professionale nella nostra città si basa ancora molto sul modello fordista, invece è opportuno che i ragazzi che escono da scuola debbano sapere di avere come prospettiva anche il lavoro indipendente.