Informatipico - Agosto 2005 - Numero 8
MILANO - Chi avrà gli strumenti migliori si prenderà i migliori clienti. Formula semplice ma utile per
fotografare le novità in termini di valutazione del rischio che le banche italiane si preparano ad affrontare.
Spinte dalla necessità di contenere i costi operativi e dall'urgenza di adeguarsi alle regole che riguarderanno
l'allocazione del capitale (meglio note come Basilea 2). Un cambiamento organizzativo e culturale che
richiede investimenti cospicui. E le politiche dei principali istituti di credito italiani sembrano privilegiare
modelli statistici a scapito di criteri qualitativi.
Tendenza confermata da una ricerca del Centro studi sull'Innovazione finanziaria dell'Università Bocconi, in
collaborazione con il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, che ha analizzato le scelte di otto gruppi
bancari italiani nella valutazione del merito di credito della clientela (Banca Intesa, Mps, Bnl, Capitalia,
Sanpaolo-Imi, Unicredito, Banca popolare di Lodi, Banca popolare di Milano).
un sistema di rating efficiente è un vantaggio competitivo forte>. E se solo pochi si sono mossi in anticipo,
nella maggior parte dei casi i lavori sono ancora in corso e i criteri adottati i più diversi. Tanto che, i test
effettuati, porterebbero la stessa impresa a essere valutata diversamente dai diversi istituti.
Sullo sfondo del dibattito restano le preoccupazioni delle aziende italiane che ottengono dalle banche gran
parte dei propri finanziamenti, per possibili restrizioni di credito. Secondo il direttore centrale di Bankitalia
Giovanni Carosio vari studi
migliorare della qualità del credito del cliente. L'aspetto qualitativo conta - precisa Parrillo - entra nel rating e
lo influenza in maniera significativa>.
Tra le prime banche a lavorare sui rating anche Unicredito
demonizzazione. Almeno per il momento.
Conciliare qualità e quantità resta però prioritario. Anche per scongiurare la
di adeguatezza patrimoniale disegnato dal Comitato di Basilea. Che ancorandosi ai rating assegnati dalle
banche, rischia di accentuare le fluttuazioni dell'economia, anziché contenerle. Come sarebbe necessario
soprattutto in fasi di crisi.
LAURA DI PILLO