Informatipico - Agosto 2008 - Numero 5 Terza Serie
Il mio background è vario: Facoltà di Scienze della Comunicazione, lavoro sul web e nel campo della grafica, l’esperienza nel clubbing, con la musica elettronica (cioè il lavoro sui video e sulle immagini utilizzate in questo tipo di eventi).
Sugli aspetti tecnici e pratici del mio lavoro sono stato un autodidatta: senza Internet non avrei potuto fare ciò che ho fatto, cioè iniziare a lavorare subito, durante l’Università. Internet ha aperto i miei orizzonti, mi ha permesso di fare un gran pezzo di percorso da solo.
Durante l’Università il primo lavoro è stato quello di consegnare i giornali per conto di una edicola di Torino, poi ho dato il bianco per circa un anno e mezzo ed ho sperimentato altri mille lavoretti.
Ho partecipato alle attività dei centri sociali autogestiti ed in quell’ambito ho fatto i primi lavori di grafica: volantini e manifestini per i concerti.
Con i primi goffi esperimenti di allora ho capito che mi divertivo a fare queste cose. Alla fine sono riuscito a trasformare quel gioco in un lavoro.
Per fare questo mi sono studiato pian piano tutte le cose necessarie. Ad un certo punto sono diventato bravo nei lavori di grafica senza averla mai studiata. Ho speso una fortuna in libri - quando muoio donerò la mia libreria a qualcuno.
Negli anni delle mie sperimentazioni c’è stata la prima diffusione di Internet, il che ha aperto nuovi mercati. Non c’era nessuno preparato su questi aspetti.
Io non sapevo fare le pagine web. All’inizio le pagine web erano tutto tranne che grafica, erano l’impaginazione di documenti Word. Tramite una amica avevo conosciuto il responsabile IT di una piccola casa editrice che si occupa di montagna. Il responsabile doveva “mettere su” il sito internet ed aveva bisogno di qualcuno che facesse queste prime pagine. Mi comprai un libricino ed in una notte mi studiai le cose di base su come si fa un sito web.
Il giorno dopo gli mandai una mail con tutti gli esperimenti che avevo fatto e lui mi prese. La cosa bella era che era un mercato talmente nuovo che non c’era formazione, non c’era niente, per cui io nello spazio di una notte, anche in parte simulando sono riuscito ad entrarci.
Avevo così questo lavoro da catena di montaggio, ripetitivo. Era una cosa che non c’entrava niente con la grafica, ma ho deciso di provarci, di curiosare in questo nuovo mondo (mentre continuavo il mio percorso universitario).
Per parecchio tempo ho avuto questo contratto terribile di sette mila lire all’ora, lavoravo a cottimo a casa, il modello economico del “tanto al peso”. Nel frattempo ho continuato ad approfondire le mie conoscenze, potendo così affrontare lavori nei quali erano richieste competenze maggiori, nei quali potevo mettere qualcosa in più di mio.
Fino a quando sono diventato un web designer, progettista di pagine web.
Ad un certo punto, nel 2000, un consulente esterno della casa editrice per cui lavoravo mi ha proposto di entrare nella sua società, una srl, al 30%. Pur lavorando a cottimo ero riuscito, in quegli anni, a comprarmi un computer e quindi a non lavorare più su quello imprestato dalla ditta.
Ero il più giovane di quella piccola società, gli altri avevano dieci anni in più, io ero lo “smanettone”, un altro era il sistemista-programmatore, l’altro ancora il commerciale. Lavoravamo su tutto ciò che ci capitava: pagine web, siti. Avevamo molti clienti: case editrici, piccole società che avevano bisogno del sito. Adesso non farei più quel lavoro, con clienti che hanno bisogno di essere alfabetizzati sui loro investimenti in comunicazione… E’ stata una grande gavetta.
Ad un centro punto abbiamo iniziato un lavoro con una società di Milano, facevamo webcasting, cioè la trasmissione di video su Internet, l’Internet-vista, cioè l’intervista su Internet, che veniva venduta come format editoriale a diverse pubblicazioni on line. Si facevano degli incontri con personaggi famosi. Questa attività ci ha aperto nuovi spazi di mercato con grandi clienti che richiedevano un nostro intervento nell’ambito della loro attività di rendiconto mensile e di presentazione dei bilanci. Questi eventi noi li realizzavamo in rete, permettendo a chi era lontano ma connesso di vedere gli oratori, l’abstract dei loro discorsi e di interagire.
Alla fine ci siamo fusi con questa società di Milano e poi questa società con un altro gruppo. Le cose non andavano così bene ma soprattutto mi ero rotto di quello che facevo lì, per cui ho iniziato a fare un lavoro parallelo.
Mi occupavo di grafica per tutto il mondo della musica elettronica cittadina (flyer…): finalmente mi divertivo di nuovo. Iniziammo a fare una cosa che allora non faceva nessuno: i veejay, cioè proiettare video durante i concerti. Abbiamo vinto il primo concorso di Veejay ad Arezzowave. Questo attività era come uno sfogo. Tutti noi avevamo uno stipendio garantito da altri lavori. L’attività di veejay dava qualche soldo in più, ma non costituiva un guadagno sufficiente.
E’ stato molto divertente per un po’, poi è diventato noioso. Ad un cero punto è diventato un peso andare a tutte le serate per lavorare. I miei amici hanno continuato, io no.
Avevo letto su Wired, una rivista americana che parla di tecnologie e società, un articolino che diceva che ad Ivrea si apriva una nuova scuola. Trovato il sito della scuola mi sono reso conto che si trattava proprio delle cose che mi interessavano: lavorare con i mezzi digitali utilizzando il loro linguaggio e portare il digitale nei manufatti fisici, via dallo schermo.
Mi sono detto: provo. Conoscevo bene l’inglese scritto, ma non lo sapevo parlare, perché lo avevo imparato da autodidatta, prima dai videogiochi, da ragazzino, poi da internet. La scuola era in lingua inglese, perché era una scuola internazionale.
Mi chiamano, mi dicono che ho passato la prima selezione. Non ci potevo credere. Dovevo superare altri due step di selezione che erano due interviste telefoniche. Non capivo bene le domande che mi faceva l’intervistatore, ma evidentemente ho dimostrato tanto entusiasmo.
Mi hanno preso. Non solo: mi hanno dato anche la borsa di studio, dato che la scuola costava 25 mila euro l’anno e non avrei mai potuto permettermela. Mi hanno anche messo a disposizione un p.c. Mi sembrava di aver vinto al Lotto.
E’ stato bellissimo, ho imparato a programmare, a fare progettazione, a lavorare in gruppi multidisciplinari (con sociologi e psicologi) e di più nazionalità. Ho capito che certe cose non le puoi fare da solo ma devi essere in gruppo.
’impresa. Comunque la notte lavoravo, nel filone della musica elettronica e per qualche sito web, per vivere.
Convivevo con il dubbio di cosa avrei fatto dopo.
Potevo andare a lavorare nelle grandi società di consulenza di interaction design, all’estero. In Italia no, salvo provare a trasferirmi a Milano, ma sempre facendo cose legate ad uno schermo (una visione restrittiva di ciò che stavo imparando).
Il punto era: come applico tutto questo senza tornare a fare quello che facevo prima?
Io avevo deciso che volevo rimanere in Italia ed a Torino ed inoltre, nel frattempo, avevo incontrato Valentina.
Quindi ho deciso di inventarmi qualcosa, ho cercato di costruirmi un gruppo di lavoro.
Dopo sei-otto mesi dalla fine della scuola sono riuscito ad attivare alcuni dei nuovi contatti che avevo acquisito con quella esperienza, cioè a garantirmi i primi clienti. Nel frattempo ho consolidato i rapporti con alcuni collaboratori con i quali lavoro da anni. Stiamo per diventare un’impresa.”