Informatipico - Agosto 2008 - Numero 5 Terza Serie
“Ho fatto il Liceo classico, una rarità fra gli ingegneri (su 420 al primo anno di Ingegneria a Genova eravamo in sette). Anche qui in azienda siamo pochi. Questo indirettamente ha influito sulla mia storia.
Poi ho fatto Ingegneria elettronica.
Una volta conseguita la Laurea ho passato un anno in Università a fare ricerca (con borsa di studio), come conseguenza della tesi che avevo fatto, piuttosto innovativa, sulle reti neurali. La mia intenzione originaria era rimanere in Università, fare ricerca. Quando però sono entrato in rapporto più personale con il mio professore (che era uno dei baroni dell’ateneo, ma molto simpatico), lui mi ha spiegato come funziona il mondo universitario: fatica ad andare avanti ed ad arrivare ad uno stipendio decente ed un minimo sicuro, lunghi periodi nei quali dipendi dai docenti, devi trovarti le borse (gli assegni di ricerca) da solo e finisci per fare le cose più lontane che esistano dalla ricerca.
Così ho presto cambiato idea. Mi sono guardato intorno. Questo centro di ricerca era un buon compromesso, una attività non troppo finalizzata alla produzione.
Sono entrato oltre 12 anni fa.
E’ successo così: Il mio relatore aveva un amico che conosceva questa realtà, così mi sono presentato per fare un colloquio. Mi hanno proposto quattro aree diverse, facendomi svolgere quattro distinti colloqui. Mi hanno chiesto una mia preferenza che per fortuna hanno condiviso, per cui ho iniziato a lavorare nell’area che si occupava dell’usabilità dei servizi e dei terminali, dove si facevano le emulazioni dei nuovi servizi e la modifica di quelli esistenti. Collaboravamo con colleghi di formazione umanistica che sceglievano campioni di persone, potenziali clienti, ai quali far sperimentare i servizi.
Ho scelto quest’area perché mi piaceva l’idea di lavorare per inventare nuovi servizi. Mi interessava in particolare questo rapporto fra professionisti molto diversi fra loro. Infatti si è rivelata molto interessante la possibilità di acquisire linguaggi e modi di pensare diversi e di confrontarsi con approcci non convenzionali alla tecnologia ed ai servizi.
Forse in questo mi ha aiutato e spinto anche la mia formazione umanistica degli inizi. E’ stata una esperienza dall’alto valore formativo, perchè è incredibilmente interessante vedere le persone che vengono e provano quello che ti sei immaginato nella testa: ti accorgi subito che vivi in un altro mondo, che quello che per te è semplice magari è innaturale per la maggioranza delle persone. Questa esperienza mi rende in parte diverso dai miei colleghi nella capacità di ascoltare le voci esterne al mondo tecnologico; ha migliorato le mie capacità di esprimermi e comunicare.
Per sei anni sono rimasto in quel settore - ero stato assunto direttamente a tempo indeterminato, uno degli ultimi.
Quello specifico progetto è finito per motivi legati alla gestione del gruppo e per mancanza di risorse. Io ed un mio collega ci siamo mossi per spostarci in un’altra area dell’azienda, perché lì non c’erano le condizioni per fare un buon lavoro. I risultati non erano significativi.
Abbiamo chiesto mobilità interna.
Dopo un po’ di tempo sono stato spostato nell’area dove lavoro adesso e qui abbiamo sviluppato tecnologie che sono andate in campo spesso.
Il mio percorso ha richiesto molto impegno, ma mi ha regalato anche molte soddisfazioni. Ti motiva vedere l’applicazione pratica di ciò che hai studiato. Ho appreso molto anche in termini di visione sistemica della tecnologia e della creazione di servizi.
Sempre più i servizi sono complessi.
Quello che serve è un semplificazione dell’accesso e dell’uso della tecnologia, fare in modo che i terminali collegati alla rete scelgano da soli il tipo di servizio o di tecnologia da attivare per rispondere al bisogno dell’utente (e non debba essere quest’ultimo a dover scegliere, quindi conoscere, le varie opportunità).”