I vostri racconti AFRICA: Burkina e Mali

Burkina e Mali

Dopo oltre tre settimane di astinenza da tastiera, mi ritrovo a pigiare sui tasti del mio computer per cercare di fermare alcune delle sensazioni di questo ultimo periodo. Mi sento un po' disorientata. Il primo giorno in Italia dopo tre settimana in Africa, nella dura Africa del Burkina e del Mali. Ritrovo le cose come le ho lasciate prima di partire, eppure io non sono la stessa. Mi sembra sia passato un secolo da quando sono andata via. È stata un'esperienza così forte e diversa che non riesco bene a ritrovarmi, faccio fatica a realizzare che tutto è uguale intorno mentre dentro di me ci sono state scosse telluriche violente.
Mi ritrovo a dover raccontare a parenti e amici quello che ho visto, quello che ho fatto, e faccio fatica. È difficile spiegare, rendere l'idea di quello che ho vissuto. Quando ti si chiede di una vacanza ci si aspetta di sentire un elenco di monumenti, località, panorami da togliere il fiato e via dicendo. Ma io non posso dire questo, perché l'Africa non è questo.

L'Africa è cominciata dal finestrino dell'aereo, deserto a perdita d'occhio sotto di me. Pensieri, inquietudini, l'incognito. Poi l'arrivo a Ouagadougou (capitale del Burkina), l'umidità mi ha preso alla gola come ho messo piede sul suolo burkinabé. La sera in un locale all'aperto della capitale, un gruppo faceva musica blues. Buio, l'Africa è tanto buia, quando il sole cala sopraggiungono quasi subito le tenebre, e lì la nostra difficoltà di occidentali a scorgere nell'oscurità, così abituati a essere circondati da luci e lucine. Pezzi di montone cucinati sulla strada, un sapore intenso, gustoso, il bambino col secchio per lavare la mano destra (è da impuri mangiare con la sinistra) e poi tutti ad attingere dallo stesso piatto.
Il cibo. Ho sempre mangiato, poca varietà, ma almeno mangiavo. Pollo, cous cous, riso, montone, piselli in scatola, mango, papaia, banane. Che stridore sentire le altre persone del gruppo lamentarsi per l'"ancora pollo" e poi vedere i bambini che si gettano sulle bucce gettate da noi in cerca di qualcosa da sgranocchiare… non immaginavo che l'Africa sarebbe stata così dura… un conto è sapere dell'esistenza della povertà, un altro vedere di fronte a te un bambino col ventre gonfio, con l'ombelico di fuori a dismisura, che ti guarda con occhi sgranati.
L'Africa è dura. Ti entra dentro e ti strappa le interiora, senza poter più uscire completamente. Abbiamo attraversato distese aride e bruciate dal sole, uomini e donne curvi sui campi a combattere con una zappa di legno contro la desertificazione che avanza inarrestabile. Era il periodo delle piogge, eppure di acqua ne è caduta ben poca, come si poteva ben vedere dalle piantine di miglio, ancora molto basse nonostante la stagione. Pochi mesi di pioggia all'anno, per ricevere la tanto invocata acqua che permette al miglio (alimento base) di crescere per poi essere raccolto e stipato per tutto l'anno. Ma se l'acqua non viene giù? E poi magari ridiamo a sentire che alcune popolazioni invocano la pioggia attraverso danze e rituali particolari…
Intorno all'acqua ruotano così tante attività… le donne che si vedono sfilare col secchio di plastica colorato in testa: si dirigono al pozzo del villaggio, quando c'è, per prendere l'acqua del giorno. Non ci sono toilette né docce nelle capanne dei villaggi, eppure qualcuna di noi si è lamentata alla vista della doccia in comune da Chez Baba, a Djenné, o del secchio d'acqua che ci hanno dato per lavarci a Dori, in assenza di acqua corrente.
Un'acqua che si trasforma in sudore. Il corpo produce liquidi senza sosta, la superficie costantemente bagnata, rivoletti che senti scendere lungo la pancia, la schiena, le braccia. Bisogna bere a volontà per evitare la disidratazione, perché il sole brucia, perentorio, scalda la terra fino a renderla di fuoco. E noi a queste temperature resistiamo poco. Il fisico cede alla stanchezza, alla flaccidità, si intorpidisce e accartoccia. Vuole l'ombra, un filo d'aria se possibile.

La malaria. Malattia tanto temuta da noi europei, tanto temuta e tanto insidiosa, basta una piccola zanzara, una piccola zanzara anofele che ti inietta il plasmodium e tu nemmeno te ne accorgi. Forse non ho seguito tutte le norme comportamentali consigliate, forse credevo che la profilassi col Lariam fosse più che sufficiente, forse il mio innato ottimismo che mi spinge a pensare che a me le cose vadano sempre bene, chi lo sa, comunque non mi aspettavo certo che la malaria colpisse proprio me. Il mio fisico robusto ha ceduto, si è piegato di fronte al plasmodium della zanzara malefica, e io neanche ci ho dato peso. Stanchezza, tanta stanchezza. Una gita in pinasse sul Niger, il lento procedere della barca sotto il sole implacabile, il mio corpo rattrappito, privo di energia. Ho attribuito il tutto al fenomeno di "stanchezza da gruppo" - dopo due settimane con altre 9 donne, di cui io ero più o meno responsabile, iniziavo ad avere i miei primi scazzi - Il giorno dopo le forze non sembravano ritornare, ci siamo spostate a Djenné, dove abbiamo dormito sulla piacevole terrazza di Chez Baba - già, poi vi devo raccontare di questa cosa di dormire sul tetto. E io sono rimasta da Baba, supina, pure le mestruazioni del tutto non previste si sono messe di mezzo. Ecco la spiegazione! Così mi sono messa di buona lena a massaggiare il pancino indolenzito - ma guarda un po' che questa volta il mio massaggio magico non funziona! Sarà l'aria africana… e così il lunedì Djenné si anima di un colorato e vivace mercato, non potevo assolutamente perdermelo. Raccolgo le mie forze, fingo di non sentire i crampi allo stomaco che non sembrano voler cedere, mi avventuro nel mercato. Siete mai stati in un mercato africano? Odori forti e speziati si impadroniscono delle narici senza tregua, aromi indefinibili provenienti da foglie pestate o frutti e semi particolari allineati alla bell'e meglio su timidi banchetti. Ti inoltri nelle file e zaffate più o meno intense ti raggiungono ovunque tu sia. Stoffe colorate, oggettini artigianali. Voci, tante voci, e tanti volti, che ti guardano e sorridono. Quanti sorrisi… è così bello camminare per la strada e vedere che la gente ti guarda negli occhi… che ti sorride e ti saluta. Certo io sono una toubab, una bianca, in qualche modo il pozzo di ricchezza che non passa inosservato. E allora i mercanti che ti si avvicinano e ti propongono la loro merce, inizi a contrattare, magari passa anche mezz'ora prima che tu riesca a strappare l'oggetto desiderato. Ma guai a non discutere, non c'è gusto… che senso ha venderti qualcosa se prima non si è creato un minimo di rapporto, uno scambio… così quando appenderò nella mia casa - quando ne troverò una - il bogolan comprato a Bamako mi ricorderò del ragazzo che mi diceva che gli italiani erano tutti suoi amici. O quando metterò il telo Dogon sarà automatico pensare al sorriso del tipo con cui ho discusso a lungo, prima di portarmi via la stoffa, e al suo ritorno il mattino seguente, perché gli avevo promesso, oltre ai soldi, l'unica maglietta che quel giorno avevo con me. Mi sono resa davvero conto di quanto siano sterili i nostri rapporti commerciali, privi di comunicazione, quasi a voler azzerare il rapporto interpersonale. Se poi penso all'e-commerce... L'importante è dare denaro e in cambio ricevere la merce voluta… come siamo poveri… l'Africa ha così tanto da insegnarci…
Ma ora sto perdendo il filo. Dunque, mercato di Djenné. Un giro breve, poi i crampi allo stomaco mi costringono a tornare al "bagno" di Baba. Mi butto su un materasso all'aperto, c'è un vento lieve, mi addormento. Quando apro gli occhi mi sento la febbre. E infatti. Allora non mi resta che andare all'ospedale, mi sa che qui la cosa si fa seria. Claudia mi accompagna, entriamo nello studio di un affascinante medico, ci mettiamo a chiacchierare e a scherzare. Poi è la volta del laboratorio per il test della malaria. Due parole con l'infermiere, che visto che è in corso una tempesta di sabbia poi seguita da un temporale ci invita a dormire a casa sua… ma, sarà che non eravamo del morale adatto, noi decliniamo l'invito. E poi il responso: è malaria. Vabbé, la visita mi ha ridato energia e poi ora ho in mano la ricetta con i farmaci che mi rimetteranno in sesto. Torniamo a "casa" sotto la pioggia, i piedi completamente nel fango delle strade di Djenné. Io passo la notte in un albergo, insieme alla Madame del gruppo che sceglieva sempre posti più esclusivi. Mi assopisco senza forze, dopo un paio d'ore mi sveglio e raccolgo tutte le mie energie per una doccia, sono così sudata e sporca… la doccia più faticosa della mia vita. Poi mi sforzo di mangiare qualcosa, la malaria ti debilita se ti lasci vincere dal non appetito… ma a un certo punto non so se sto per svenire o vomitare. Una notte d'inferno su cui è meglio tralasciare. E' come se avessi buttato fuori tutto il marcio che era in me, perché al risveglio mi sento un'altra. E infatti sono in piena forma o quasi, pronta per ripartire alla volta di Segou. E quello stesso pomeriggio sarò io ad accompagnare Claudia in ospedale: malaria anche per lei.
Non so, non ho più avuto nessun problema, a parte un male alle ossa che spero sia dovuto al cambio di clima, spero che tutto si sia risolto così. Però mi chiedo… quante le persone che al mondo muoiono di malaria, sono circa 3 milioni all'anno, la maggior parte bambini… le cure esistono, ma quando non si possono comprare le medicine…
E così posso sfoggiare sul mio curriculum medico anche una bella malaria afro-occidentale, che quasi quasi fa esotico, tanto io potevo permettermi la visita medica e i medicinali, anzi, se va bene l'assicurazione me li rimborsa pure…

Ma l'Africa è anche altro. È starsene seduti sulla strada a vedere la gente che passa, rimanere all'ombra di un tetto di paglia, su una sedia di legno, togliendo il cerume che solitamente ci ostruisce i pori e scoprendo le fessure per sentire con gli occhi - come un grande amico mi ha augurato prima della partenza - sentire con gli occhi l'atmosfera. Riposare ai piedi di un baobab, incurante del tempo che passa, perché il tempo è una costruzione nostra che ci sta rendendo schiavi e incapaci di apprezzare il momento. Quanta calma in Africa. Entri in banca e devi mettere in conto almeno un paio d'ore per poter cambiare il denaro. Perché avere fretta? Cosa c'è di tanto urgente che ti spinge a correre di qua e di là? Non siamo per nulla abituati, le attese ci rendono nervosi e impazienti, come quando arrivi in un posto e dici che vuoi cenare. Certo che devi aspettare un bel po', perché se ordini pollo ci vuole tempo prima di spiumarlo e cuocerlo… mica ci si può permettere di tenere già pronto un pollo, che poi magari nessuno viene a cena. Per questo è meglio se dici alle due del pomeriggio cosa vuoi mangiare la sera. Ed è inutile inorridire di fronte alla testa di montone mozzata accanto alla brace… forse in Africa è più diretto e sembra più spietato, ma mica che la carne che mangiamo qui non sia il frutto di un'uccisione… solo che non la vediamo, e questo - come in molti altri casi - ci fa sentire meno in colpa.

Questo viaggio, anche se discreto, ha chiamato a raccolta tanti dei miei sensi di colpa, quelli di una viziata cittadina del Nord del mondo, piena di capricci e contraddizioni. Noi che non riusciamo a vivere sereni, con la fronte corrugata, un'insoddisfazione che non ci lascia mai. Ho visto poco, eppure ho visto tanta miseria… ma una miseria piena di dignità, gli occhi vivi e profondi, lo sguardo armonioso e pieno di calore. Che eleganza, le donne, col loro portamento regale nonostante il carico portato con maestria in equilibrio sul capo, gli abiti colorati e morbidi intorno al corpo, i lineamenti delicati. Si patisce la fame, si combatte quotidianamente per strappare un lembo di sopravvivenza, le donne sono in profonda subordinazione rispetto agli uomini, la speranza di vita è molto bassa… Eppure la gente sa vivere con poco e il poco che ha lo usa fino in fondo, come il vecchietto con i sandali ricavati dai copertoni usati delle auto… e soprattutto sa vivere più serena. Paradossale. Noi circondati da tutti gli agi e comfort possibili e immaginabili, noi non sappiamo neppure che odore abbia, la serenità.

Già, ho iniziato a raccontare di questo viaggio e ho disatteso le migliori aspettative, senza essere ancora riuscita a parlare dei luoghi in cui siamo state, quale il percorso seguito…vorrei, però, precisare una cosa: esistono diverse concezioni rispetto a cosa si intende con il termine "viaggio", ognuno ha la propria. Per quanto riguarda me, ci tengo a dire che non intendo il viaggio in quanto arrivo in un dato posto, il raggiungere l'agognata meta; piuttosto è viaggio tutto ciò che è legato all'andare, al fatto stesso dello spostarsi, il coprire una distanza, non tanto per "arrivare a". Chiaramente un viaggio è fatto anche di mete conquistate, di posti vissuti, ma non si riduce certamente a uno scarno e triste elenco di nomi di località e monumenti fotografati. E questi giorni di Africa ne sono stati proprio la dimostrazione, perché comunque faccio fatica a descrivere, stimoli diversi, un susseguirsi di immagini, odori, suoni a cui difficilmente do una collocazione spazio-temporale definita.
Il mercato di Markoy, nel nord del Burkina, suggestivo evento che ogni settimana raccoglie persone di ogni dove. Una mescolanza di etnie: i Tuareg, i Bella, i Bozo… tutti riuniti per vendere e scambiare bestiame. Di quel giorno ricordo soprattutto i chilometri di pista macinati , la pelle ricoperta di terra rossa, l'attraversamento del guado con l'acqua che sale fino al cofano - e vai, grande Jean-Pierre, stasera due birre non te le toglie nessuno per la tua ottima prestazione da autista!
I Paesi Dogon, una sorta di stato nello stato, un intreccio di tradizioni secolari che si mescolano ai tentativi di modernizzazione che premono ai confini. I racconti del potere indiscusso dei féticheurs, che sanno e possono tutto, se qualcuno te l'ha fatta grossa e gliela vuoi far pagare, vai dal féticheur e penserà a tutto lui, che tutto può, e nessuno sfugge. E chi ci raccontava, Thera, maliano dalle mani mai grandi quanto il suo cuore, vedendoci tutte donne sole (e in Africa è inconcepibile non avere marito e figli, unica garanzia di pensione), ci ha detto che, se qualcuna era in cerca di marito, bastava andasse da un féticheur a chiedergli il giusto intervento, al ritorno avrebbe trovato l'uomo che poi mai l'avrebbe trascurata… ma noi siamo troppo scettici per credere a queste cose, ormai completamente razionali e disincantati.
Suggestivo il percorso a piedi per scendere e poi risalire la falaise, unica formazione rocciosa notevole a spezzare la suadente monotonia di una pianura senza fine. E suggestive le notti passate in villaggi fuori dal mondo, senza telefono né elettricità né alcun collegamento con l'esterno, la zanzariera montata sul tetto-terrazzo, i corpi buttati su materassi consunti, i nostri sonni vegliati da una cupola di stelle.. nemmeno nei miei sogni più romantici ero arrivata a tanto… e poi la notte spezzata dal raglio di un asino, dal richiamo alla preghiera del muedzin, da un gallo un po' sfasato che canta a tutto spiano ancora col buio.
Incredibili le usanze che sembrano essersi tramandate sino a oggi, e la complicata cosmogonia Dogon, i mille simboli di cui si avanzano supposizioni, ma non certezze. Anche se è venuto il dubbio che alcune cose ce le raccontano così perché siamo turisti, e quindi alla ricerca dell'esotico, e quindi desiderosi di non sentire altro se non di usanze che si tramandano inalterate. Ma chi glielo fa fare, all'Hogon (capo spirituale) di Endé, di starsene tutto il giorno da solo nella parte del villaggio nella roccia, ormai disabitata, in attesa di qualcuno che gli venga a chiedere un sacrificio? Sembrava lì giusto giusto per la nostra visita - e le foto di rito. Già, le foto. Non so spiegarlo bene, ma troppe volte non ho avuto voglia di immortalare momenti e visi che sicuramente in un altro contesto avrei ripreso. Eppure anche questo è diventato un business, se vuoi fare la foto alla persona la devi pagare, chiaro, ma è il meccanismo opposto che non mi piace: acconsento alla tua foto solo se mi dai del denaro, ti vendo la mia faccia di origine controllata solo in cambio di qualche monetina sonante. E poi ancora, a volte mi sembrava di carpire qualcosa di loro, di intimo, mi sentivo quasi una ladra, che arriva di soppiatto e strappa senza graffiare, portandosi via un pezzo di vita.
Quante domande senza risposta, quanti dubbi che mi assalgono… io che decido di passare le mie vacanze dove la gente muore di fame, a vedere la gente che muore di fame, io che spendo dei soldi e tanti per venire sin quaggiù, mi definisco turista responsabile solo per sciacquarmi la coscienza, quei soldi li avrei potuti impiegare in maniera molto più concreta e cambiare la vita di qualcuno. Ma perché cambiare? Con che diritto mi arrogo la pretesa di poter cambiare la vita di qualcuno? E quanto è giusto che lo faccia? No, qui si finisce in discorsi da cui non si riesce a uscire…mille dubbi a cui è difficile replicare… con che diritto io vengo qui e con la mia sola presenza, col mio solo passaggio vengo a creare nelle persone che incontro dei bisogni che altrimenti non avrebbero? Nugoli di bambini che alla nostra vista si precipitano intorno a noi cantilenando "ça va? ça va?" e poi " donne-moi une bic, un bon bon, un cadeau", uniche parole in francese che sanno pronunciare, chissà che cosa evocano in loro quei suoni. Un meccanismo che si è instaurato in fretta e che ora è così difficile estirpare, rafforzato dalle innumerevoli volte in cui un bianco dà loro una biro, una caramella, un regalo - forse perché così si sente buono, ha fatto la sua buona azione quotidiana, forse perché le cose vanno così e poi quei bimbi sembrano così contenti - ma diventa un automatismo che mette radici profonde, abituando una nuova generazione a tendere la mano al bianco, rafforzando l'idea del dono che il bianco fa piovere dall'alto della sua bontà.
E forse se ora butto giù queste righe è per dare un senso al mio vissuto, perché in tanti momenti non sapevo nemmeno io come comportarmi, colpevole di un reato che non avevo mai sentito così forte prima, colpevole prima e dopo, perché certi meccanismi non li cambi mica così, ci sono dentro fino al collo e posso criticarli fino alla nausea, ma ne faccio parte e in fondo mi va bene così. Però mi dico che è vero, ho fatto delle vacanze dove la gente muore di fame, ho sborsato milioni per vedere chi muore di fame, ma se questa esperienza riesco a comunicarla a qualcuno, a raccontare ciò che ho visto, a parlare delle sensazioni che ha smosso in me, beh, non sarà una gran cosa, non salverò certo il mondo, ma forse potrà, anche se in maniera quasi irrilevante, contribuire a una certa sensibilizzazione. Una piccola testimonianza, che se riuscissi a comunicare davvero (e con questo intendo quando il leggere queste righe lascia qualcosa in te) anche solo a dieci persone… allora sì, sarebbero soldi comunque spesi bene, e io non sarei l'unica depositaria di questa ricchezza difficile da tradurre.

Katia Bouc


 
 
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