I vostri racconti Nepal

NEPAL

Kathmandu, la valle dei mille templi
Il primo impatto con il centro di Kathmandu non è dei più rilassanti: un caleidoscopio di colori, rosso e giallo in particolare, formicola con l'incessante movimento che anima la piazza: di rosso troneggia la moltitudine di monumenti "a pagoda" concentrati nella zona (Durbar Square), di giallo brillano al sole le lunghe tonache dei santoni indù, dei due colori mescolati insieme si fregiano i volti impiastricciati delle divinità… locali (su tutte, un inquietante Hanumandoka, il dio scimmia e un'enorme dea Kalì) e quelli aperti e sorridenti della gente del posto. Un budello di viuzze caratteristiche si diparte dal centro, sovraccarico di gente che compra e vende e di bottegucce variopinte dove il mercante, accoccolato per terra tra la sua merce, fa amicizia, ti offre una tazza di tè e tratta il prezzo di quel che vuoi comprare.
Nonostante le sue dimensioni contenute, Kathmandu ha una densità di popolazione paragonabile, se non superiore, a quella di una grossa metropoli. Una vera e propria babele: il suono dei campanelli delle frequentissime biciclette insaporisce gli incomprensibili idiomi locali e le quattro o cinque frasi, nelle pi- importanti lingue europee, che gli smaliziati ragazzini di laggiù lanciano come esca ai turisti "novellini", per attirarne l'attenzione sugli articoli più svariati.
Tutto si compra e si vende, nel centro di Kathmandu, anche il sorriso dei bambini ("One rupie!", in questo caso, sostituisce senza tanti complimenti la dolcissima e tradizionale formula di saluto, "Namasté") e questo un po' per colpa dei turisti. Un "trucchetto" in voga tra i ragazzini di Kathmandu, innocente finché si vuole, data l'irrisorietà (per le tasche occidentali!) della posta in gioco, ma pur sempre indice di una certa malizia, è quello di fare amicizia con il turista e proporgli di "fare un giro" nelle vicinanze della città. Al ritorno, quest'ultimo scoprirà che tanta sollecitudine è tutt'altro che disinteressata... Ma era il nostro primo giorno in Nepal e, storditi da tante cose, ci siamo lasciati convincere. Prese in affitto le biciclette (15/20 rupie al giorno, a seconda del chiosco), il nostro nuovo amico ci accompagna a Swayambunath, a pochi chilometri dal vociante e rumoroso centro cittadino.

Monkey Temple
L'incontro con il "Monkey Temple", come gli inglesi lo chiamarono per via della caratteristica fauna (attenzione alla macchina fotografica, qualche scimmia particolarmente dispettosa potrebbe... scipparvela!) è gradevole in tutte le stagioni dell'anno. Quel giorno, però, pioveva (l'agosto nepalese è capace di questo e altro), il che rendeva scivolosa l'erta scalinata che conduce al grosso "stupa" che domina la valle. Gli "stupa" buddisti sono costruzioni di varia grandezza contenenti reliquie, oggetti sacri, insegnamenti. L'interno, però, non è accessibile. Il culto (e il rispetto per il culto altrui, da parte nostra) si manifesta girando attorno all'imponente edificio in senso orario, come già fanno da qualche tempo i monaci e i devoti che troviamo lassù. Altri, sotto un portico, aspettano che spiova. Tornati in città, il ragazzino è già lì che ci fa il programma per il giorno dopo, ma noi precisiamo che non abbiamo alcuna fretta, e che non ci va di fare i giri alla giapponese. Deluso, giunti al commiato, ci chiede dei soldi. E 100 rupie (poche per noi, ma non per lui) non gli bastano neppure.

La religione
In Nepal non c'è mai stata una guerra di religione. Induismo (nettamente maggioritario) e buddismo hanno sempre pacificamente convissuto. Il buon senso di un popola mite e rispettoso ha lasciato i teologi al loro mestiere e ha trovato nei propri rituali quotidiani i modi e le forme di una sempre più feconda commistione tra i due insegnamenti (in origine antitetici, poiché il buddismo, in India, nasce come reazione alla più antica religione dei Veda).
Valga, per tutti, l'affascinante culto della Kumari, la "dea vivente", incarnazione della figlia della dea indù Kali, che viene scelta in giovanissima età nell'ambito di una famiglia buddista. E' la seconda personalità del paese, dopo il re, a sua volta considerato incarnazione di Visnù. Venerata e mai contraddetta per tutta l'infanzia, viene ossessivamente protetta da ogni contatto che possa in qualche modo ferirla, perché la perdita di una sola goccia di sangue significa perdita della sacralità. Cosa che avverrà inevitabilmente alla prima mestruazione, quando verrà restituita alla famiglia con evidenti contraccolpi psicologici. Priva di istruzione perché, in quanto dea, sapiente per definizione; poco avvezza al disbrigo in prima persona delle faccende quotidiane; ancora circondata da una alone "divino" che incute soggezione, la ragazza difficilmente trova marito, anche perché una credenza vuole che questi debba morire poco dopo il matrimonio.
Di regola sarebbe possibile ammirarla solo quando viene portata in processione durante le feste, debitamente truccata, vestita e ingioiellata, ma per qualche rupia è possibile vederla affacciarsi alle finestre che danno sul cortile del suo palazzo. Noi l'abbiamo vista: è una triste bambina dalla faccia scocciata.

Al confine cinese
Il viaggio al confine cinese in automobile con autista (spesa più che ragionevole, specie se in quattro: potete accordarvi col vostro stesso albergatore) è molto interessante dal punto di vista paesaggistico, un po' meno da quello anatomico: la strada è talmente disastrata che ossa e... carrozzeria possono risentirne.
A prima vista, il confine in sé delude un po': il contesto montuoso è pur sempre il medesimo. Ma, come tutti i confini chiusi, dà sempre l'ebbrezza del proibito. Il "Ponte dell'amicizia" è piantonato da tre guardie nepalesi stravaccate sul ciglio della strada e, di là, da un soldatino cinese impettito nella sua garitta, che non ci nega il sorriso e il passaggio nel primissimo lembo di terra tibetana, ancora non presidiato da una dogana vera e propria.
Notiamo un certo movimento di gente che arriva e scarica gerle stracolme. Il nostro autista ci spiega che molti prodotti (in questo caso scarpe da ginnastica) vengono acquistati in Tibet a prezzi bassissimi per essere poi rivenduti a Kathmandu.
Escursione tipo Camel Trophy su una semplice Toyota Corolla, il viaggio al confine cinese, per quanto interessante, è stato un palliativo: il nostro obiettivo era il Tibet, ma non ce la siamo sentita di regalare alle truppe di occupazione cinesi 1.000 $ a testa per una settimana (!) di soggiorno con itinerario ed alberghi prestabiliti e guida obbligatoria. A parte ogni considerazione politica, è una cifra con cui, in Nepal, si potrebbe vivere un anno! (a proposito, il reddito medio annuo di un nepalese è di 240.000 lire...).
Ci fermiamo a dormire a Dhulikel, un paese Newar, dalle caratteristiche case a tre piani, fatte di mattoni rossi e legno. Gironzoliamo un po' e ad un certo punto sbuchiamo in una piazzetta dove una folla guarda nella stessa direzione e ride: un televisore è esposto ad una finestra e tutto il paese... guarda i cartoni!
Acqua a catinelle anche a Dakshinkali, a sud di Kathmandu (ci arriviamo in auto, ma faremo ritorno in bus): il sabato e il martedì (giorni nefasti in cui è meglio farsi amica la dea Kali) si può assistere ai sacrifici degli animali in un tempietto dorato.
Il sangue scorre a fiumi, anche perché stavolta si mescola per terra con la pioggia battente. I macellai, al lavoro da ore, fanno schizzare il sangue degli animali sacrificati sulle immagini sacre, la gente bagna il dito sulle sculture insanguinate e si segna la fronte. Per noi il tutto è francamente impressionante, ma, a conti fatti, si tratta semplicemente di una macellazione pubblica, più "rituale" della nostra.
Decisamente più tranquilla Bhaktapur, che raggiungiamo via filobus, dopo un arrembaggio per i posti a sedere che non dimenticheremo. Vasai che impastano la creta e mettono ad essiccare le anfore per la strada, laboratori di intaglio del legno e di produzione di scarpe: si possono vedere i mestieri più essenziali in un contesto non ancora modernizzato. Ci sono anche le botteghe degli orafi che forgiano gioielli e monili, come il popolare "tilari", un cilindretto d'argento (se la donna è nubile, d'oro se è sposata) da inserire in una collana di perline.

I monaci buddhisti
A pochi chilometri l'una dall'altra, Bodnath e Pashupatinath testimoniano il pacifico coabitare di buddismo e induismo.
A Bodnath c'è il più grande "stupa" del Nepal: ci si può addirittura salire sopra! Tutt'intorno, negozietti tibetani. Inutile aspettarsi di poter tranquillamente contrattare, col mercante tibetano: generalmente, preferisce perdere il cliente che non capisce il valore di quel che compra, anziché inseguirlo a forza di ribassi spettacolari.
Un tizio misura il giusto fodero ad un lungo osso: è una tibia umana che i monaci buddisti utilizzano per guarire alcune malattie. L'acquirente è un devoto di Singapore. Ci racconta di aver soffiato pochi giorni prima in un arnese del genere, sotto l'attenta guida del suo guru. Gli è venuta la pelle d'oca e i suoi occhi hanno "sprizzato scintille", ma il demone che era in lui se n'è andato.
Nel più grande monastero delle vicinanze, coloratissimo e con tre grandi buddha dietro ad una vetrata enorme, attendiamo la puja, il rituale di voci e suoni nel quale gli insegnamenti vengono esposti con una cantilenante recitazione accompagnata dal suono di lunghi corni di bronzo, tamburi, campanelli e piatti: un insieme di vibrazioni coinvolgenti che i monaci condividono con i turisti di passaggio.
Facciamo conoscenza con un giovane monaco del Bhutan. Fotografia di rito e la singolare richiesta, da parte sua, di diventare nostro "pen-friend". Ha 18 anni, è qui da due mesi e ci resterà per 4/5 anni per poi tornare in Bhutan, in monastero.
3 Km. più in là (il tragitto si può fare anche a piedi), la Benares del Nepal: Pashupatinath. Il fiume Bagmati è un affluente del Gange, ne condivide la sacralità e la funzione di galleggiante ricovero degli estinti.

La cremazione
Assistiamo a una suggestiva cerimonia di cremazione: una donna benestante avvolta in un sudario arancione, accompagnata dal corteo silenzioso ma sereno dei familiari: Poco più in là, un anziano defunto molto meno abbiente viene cremato sommariamente: da una po' stava "parcheggiato" sotto un porticato, senza che nessuno gli badasse.
De resto, chi non era direttamente coinvolto nelle cerimonie continuava a fare le proprie rituali abluzioni: bagni e sorsate nell'acqua malsana di un fiume dove viene gettato ogni genere di masserizie.
Se si pensa che, oltretutto, bramini, vacche sacre e lebbrosi (i "puri" per definizione) vengono abbandonati alla corrente così come sono, ben si comprende che cosa faccia del Golfo del Bengala uno dei ricettacoli più infetti del pianeta.

Pokhara
Vi è mai capitato di andare da Torino a Milano in 10 ore? E' quel che succede quando da Kathmandu ci si sposta verso Pokhara (200 km. Ad ovest), e se fossero 10 ore di comoda autostrada sarebbe ancora niente! La strada è pessima, sterrata e disseminata di gruppi di manovalanza impiegati in eterni "lavori in corso". E' accessibile da un solo lato per molta parte, per il resto talmente stretta da costringere a continui rallentamenti, rasette, incolonnamenti. Talvolta capita di scendere addirittura dal bus, in attesa che la situazione si sblocchi.
Il paesaggio in compenso è molto bello, la strada passa tra le risaie e le montagne, costeggiando il fiume.
Non girano macchine: rare jeep, molti autobus e camion con cabina di guida variopinta e istoriata da grosse immagini dei vari dei, con festoni colorati, ammennicoli vari, finestrini all'orientale. Delle vere chicche.
Pokhara è il punto di partenza principale per il trekking attorno all'Annapurna. Si adagia per qualche chilometro su una vallata circondata da basse montagne dalle quali fanno capolino gi 8.000. Tutto è calmo e riposante, specie in agosto, bassissima stagione. C'è un bel lago circondato per ¼ da alberghi costruiti ad una certa distanza dalle rive, che lasciano ancora spazio per l'erba e le risaie.
La stagione invece non è affatto ideale per il trekking. L'agosto monsonico nasconde perennemente le magnifiche vette da record, innaffia fastidiosamente l'incauto camminatore, dilava il terreno provocando frane e smottamenti, risveglia miliardi di subdole sanguisughe, cui nessun polpaccio avvezzo al "filo di scozia" potrebbe resistere.
Approfittando di una giornata di sole piuttosto stabile, abbiamo voluto ugualmente tentare un trekking a Sarangkot (1.700 mt.). Il sentiero segue il crinale della montagna. Sotto, si stende placido il lago Phewa, dall'altro lato la vallata lascia intravedere gli 8.000.
Lungo la strada assistiamo a una cerimonia di apertura delle lezioni, nel cortile di una scuola rurale. Il maestro ci chiede se vogliamo visitare la scuola e fare una donazione. Mettiamo volentieri mano al portafoglio, come consigliato in questi casi, dato che la manutenzione delle scuole è affidata alla gente stessa.
Sconsigliato, invece, accettare i servigi a pagamento dei ragazzini che, per strada, vi si propongono come guide. Per quanto poco possiate ricompensarli, sarà sempre più di quanto i loro genitori stanno spremendo dal duro lavoro dei campi e tra le risaie: fonti di reddito così "fuori mercato" incoraggiano i nepalesi a togliere i figli dalle scuole, per spedirli nelle strade a caccia di turisti, con danno evidente per la loro dignità e maturazione.
Per ridiscendere, prendiamo un altro sentiero, ripidissimo. E' una lunghissima scalinata che in altre due ore di trotto forzato ci massacra reni e ginocchia. Ma ne vale la pena: si hanno continuamente davanti il lago e le risaie.
Certo, sarebbe piaciuto anche a noi raccontarvi dei magnifici panorami offerti dalle vette più alte del mondo, dell'alba e del tramonto, che dicono indimenticabili, ai piedi dell'Annapurna, dell'autentico ritorno alla natura che rappresentano queste escursioni.
Il monsone con noi non è stato clemente. Forse lo sarà con voi, sempre che non decidiate di "dribblarlo" fissando le vostre vacanze in un periodo compreso tra ottobre e maggio. Noi ci riteniamo comunque soddisfatti, perché i tesori della valle di Kathmandu, l'ospitalità di un popolo mite, paziente e amichevolle valgono abbondantemente la vacanza.
NAMASTE!

Silvia Pezza e Ivo De Palma

 


 
 
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