I vostri racconti India

I colori del Rajastan, Ladakh e Himachal Pradesh

"Chai... chai chai chai!", la malinconica nenia dei venditori di tè (= chai) delle stazioni rajastane toccate nottetempo dal nostro treno, scandisce le fuggevoli pause del nostro torpore ferroviario. Tra i pochi encomiabili retaggi del periodo coloniale, la rete ferroviaria indiana è perenne ricettacolo della più varia umanità. Le stazioni rigurgitano di persone: qualche raro impiegato con valigetta (nelle grandi città), qualche signora benestante avvolta in sari di seta, o meglio sintetico (l'ultima moda in fatto di tessuti), ma soprattutto innumerevoli personificazioni dell'"attesa": gli orari dei treni sono spesso puramente indicativi, ma i 12 milioni di viaggiatori giornalieri prendono questo fatto con filosofia, sdraiati per terra vicino ai bagagli, con l'immancabile cornice di habitués della zona, storpi, mendicanti e facchini dalla divisa rosso fiamma, straccio attorno al collo (che servirà da supporto ai pacchi da portare sulla testa) e piedi scalzi.
Durante questo viaggio sperimenteremo molti convogli, soprattutto notturni. Viaggiare di notte in cuccetta sui lunghi percorsi fa risparmiare tempo, anche se priva di quella festa per gli occhi che è il paesaggio della campagna indiana. Ma a volte è inevitabile, specie se si ha solo un mese di tempo e se si vogliono risparmiare energie per le peregrinazioni diurne.
Una notte e un giorno di treno sono necessari per raggiungere la perla del deserto del Thar, Jaisalmer, partendo da Jaipur, capitale del Rajastan.
Durante il viaggio, negli occhi sono ancora vivi i colori del Teejt Festival, la festa del monsone a cui abbiamo assistito, per puro caso, il giorno in cui siamo giunti a Jaipur. Una folla densa - le donne coloratissime nel loro sari della festa (molte volte dorato) - si spingeva tra mucche e risciò per le strade della città rosa (questo è il suo particolare colore) alla ricerca di un posto sui terrazzi già gremiti. Di lì a poco sarebbe cominciato il corteo che avrebbe visto sfilare danzatori, bande musicali, cammelli, elefanti colorati e riccamente addobbati, portantine antiche e, da ultima, la dea Parvati, simbolo della fertilità (quella che porta appunto il monsone dopo i mesi della siccità).
Noi eravamo appostati su un terrazzo prospiciente il portale del palazzo del maharaja, da cui aveva inizio il corteo, messi in salvo dal bagno di folla da un poliziotto. Ed effettivamente in strada erano rimasti più che altro uomini; le donne pencolavano a grappoli dai bassi parapetti dei terrazzi. All'uscita della dea, il culmine della festa, la folla ha cominciato a ondeggiare urlante, gli uni accavallandosi sulle spalle degli altri, mentre gli sparuti poliziotti, contati sulle dita delle mani in mezzo a migliaia di scalmanati, cercavano di sedare la scompostissima ola roteando i loro lunghi bastoni ma soprattutto facendo valere, per tacito e provvidenziale sentimento comune, il rispetto dovuto alla divisa e alla sacralità dell'evento.
Mentre i primi cammelli annunciano la progressiva trasformazione del paesaggio in chiave desertica, ci torna alla mente la favolosa giornata trascorsa ad Agra. Dopo essere rimasti in ammirazione davanti al Taj Mahal (una delle sette meraviglie del mondo), ci eravamo addentrati nel Forte Rosso: un labirinto di cortili e palazzi all'interno dei quali siano stati "arpionati" da un gruppo di ragazze musulmane, qui non velate, secondo una versione "ammorbidita" dei dettami coranici (al massimo si tengono il velo pizzicato tra i denti).
Nel pomeriggio ci eravamo poi infilati nelle strette viuzze del suk, attorno alla moschea; qui, dove il turista di solito non penetra (alcune guide lo sconsigliano addirittura - chissà poi perché?...) è tutto un susseguirsi di sorrisi, di inviti a sedersi per un tè, a scattare una foto, di passa parola sul nostro arrivo: insomma, le attrazioni siamo noi. E nessuno che ci contattasse allo scopo di spillarci soldi in qualche modo, ma solo per il gusto di parlare (anche se a gesti) con gente diversa. E' proprio questa la grossa pecca del turismo di massa: quella di viziare i rapporti tra le persone, privilegiandone l'aspetto commerciale (non sempre corretto...), che trasforma gli uni in interlocutori interessati e gli altri in sempre più diffidenti consumatori, e che snatura quel rapporto "alla pari" (almeno culturale) che darebbe vita ad uno scambio soddisfacente. Nelle zone non raggiunte dal grande flusso turistico, invece, si riesce ancora ad instaurare un rapporto "umano" con i locali, anche se molte volte fugace.
Dopo ore di viaggio attraverso il deserto del Thar, è impressionante veder apparire all'orizzonte Jaisalmer, fortezza solitaria tra le sabbie, incastonata su un roccione, uguale a se stessa da secoli, e nei secoli testimone degli scambi commerciali verso l'Asia Centrale e della fierezza dei Rajput. La valorosa stirpe di guerrieri, suddivisi in clan e disseminati un po' per tutto il Rajastan, mantenne una certa autonomia dagli invasori, prima moghul e poi inglesi, fino all'indipendenza. Il loro codice d'onore era proverbiale: per non cadere prigionieri nelle mani del nemico, quando ormai tutto era perduto, le donne e i bambini si immolavano su una gigantesca pira, mentre gli uomini si lanciavano nell'ultima battaglia.
Sudati, sporchi e praticamente "insabbiati", vaghiamo all'interno della cittadella fortificata in cerca di un albergo, e intanto ci guardiamo intorno, incantati dalle mura di arenaria gialla finemente intagliata dei palazzi e da vedute d'altri tempi (...e senza tempo) che ricordano il nostro medioevo: strade lastricate di grosse pietre con alti marciapiedi di livello differente, case costruite con lo stesso materiale sulle cui soglie, verso sera, quando il caldo allenta la morsa, si incontrano le donne a chiacchierare.
Numerosi, ovviamente, gli edifici dei ricchi mercanti del passato (XVIII e XIX secolo), con il loro spettacolare delirio d'intarsi: le haveli, antichi centri della vita comunitaria, testimoniano oggi del modo di vivere dell'India di qualche secolo fa, secondo strutture socio-economiche che separavano vita e lavoro maschili e femminili, e che davano asilo e protezione a donne, vecchi e bambini, mentre gli uomini erano lontani, intenti a commerciare.
A Jaisalmer va il primato del miglior thali vegetarian (il classico pasto indiano costituito da riso, chapati - una cialda di pane - e vari intingoli) mai assaporato prima d'ora, ad opera di una coppia di anziani coniugi dal dolcissino sorriso e dai modi gentili e rispettosi. Il loro ristorante è praticamente la terrazza della loro modesta abitazione, oppure, in caso di pioggia (possibile anche nel deserto, in agosto), la stuoia dell'umile cucina. Un apposito quadernetto, dove i clienti possono scrivere eventuali impressioni, ci permette di lasciare prova tangibile della nostra riconoscenza.
Jaisalmer, città dorata; Jaipur, città rosa: gli indiani hanno un rapporto molto vivace con i colori: le innumerevoli polverine rituali vendute nei mercati (anch'essi coloratissimi), i sari variopinti che conferiscono alle donne un portamento colmo di fascino e fierezza, i turbanti degli uomini, i visi dei devoti e di alcuni sacri simulacri impiastricciati di giallo e di rosso, il rosso sangue dei sacrifici di animali, il crepitio giallastro delle cremazioni. Vere e proprie "tinte forti" in mezzo alle quali spicca il colore caratteristico della fresca e tranquilla Udaipur: il bianco, rallegrato da enormi figure di elefanti e maharaja, dipinte sui muri ai lati dei portali in occasione dei matrimoni.
Il panorama dal terrazzo del nostro albergo è superbo: basse montagnole a perdita d'occhio, il lago disseminato di bianche costruzioni, un tempio, tre isolotti interamente occupati da edifici bianchi, nebbiolina, verzura, pace. Ci immergiamo nelle riposanti consuetudini della cittadina e, quasi dimentichi dello scarso tempo a disposizione, vi trascorriamo una buona settimana.
Malgrado i laconici monosillabi raccolti dell'impiegato del Tourist Information, abbiamo ricostruito ben presto il quadro della situazione: visite istituzionali a parte (es. il City Palace, agglomerato di palazzi prospicienti il lago fatti costruire nei secoli dai vari maharaja), abbiamo apprezzato altre cose: l'incantevole e romantico giretto sul lago (60 rs. a testa per mezz'ora) le cui sponde brulicano di gente che prega, si lava, fa il bucato, e il museo del folklore, che espone antichi strumenti musicali, abiti, monili e marionette rajastane. Il direttore è un tipo affabile che segue i visitatori personalmente ed è prodigo di informazioni sul materiale da lui stesso raccolto. Ogni giorno alle 18, nel teatrino attiguo al museo, c'è uno spettacolo: danze alla corte del maharaja, storie di animali, il circo (clowns, trapezisti, sollevatori di pesi, saltimbanchi), ma... sono solo marionette! Infine, due danzatori in carne ed ossa: gioco di mani e di sguardi su una musica ritmica molto godibile.
Nathdwara ed Eklingji si raggiungono in autobus dal Tourist Bungalow. La prima ospita un importante tempio indù, dove viene conservata una statua nera di Krishna, e per entrare un santone ti invita (in realtà è un obbligo) ad ingurgitare una pallina di polvere gialla, ti cinge il collo con una collanina d'erba secca e ti appone la tika sulla fronte. A Eklingji una cinta muraria accoglie un coacervo di templi, sculture e simulacri vari. Ma più di tutto, impagabile è il paesaggio di questa parte di Rajastan: mantagne strane, basse come colline e anche più, ma molto rocciose, intervallate da oasi verdi di campi coltivati e disseminate di villaggi.
Kumbalgarh (attenzione al suffisso -garh, indica sempre la presenza di una fortezza), 85 km. da Udaipur, è uno dei forti più importanti della zona. Ci appare particolarmente inaccessibile (ben sette sono le porte che bisogna superare lungo un percorso tortuoso) anche per via della pioggia copiosa che accompagna la nostra visita e che lo sprofonda in un'aura di fierezza umida e fosca. Solitario tra i monti Aravalli e completamente disabitato, è preceduto da templi neri di muffa, tra una vegetazione che ha ripreso giustamente il sopravvento.
Meno entusiasmante, invece, il tempio jain di Ranakpur: intendiamoci, notevole di per sé (un incrocio di templi elaboratamente scolpiti che concorrono a formarne uno solo) ma situato in un contesto un po' banale, affiancato com'è da due costruzioni tipo "casa del pellegrino". Sarà che, in questo caso, la pioggia nulla aggiungeva alla sacralità del luogo, ma ci erano piaciuti di più i templi jain di Jaisalmer. Il jainismo è una religione coeva del buddismo e ad esso affine, la cui tensione spirituale anela all'ahimsa, la non-violenza (che ispirò anche Gandhi), in modo talmente radicale che alcuni adepti portano una benda sulla bocca per non ingoiare accidentalmente esseri viventi e spazzano il pavimento davanti a sé prima di passare.
Altrettanta cura per quanto c'è di fronte a loro non si può dire che abbiano, invece, i guidatori, particolarmente quelli di autobus. I più elementari criteri di valutazione della strada, quelli che a noi permettono di distinguere tra rettilineo, curva, strada con o senza traffico, strada dissestata, strada di montagna e così via, in India paiono non esistere, dal momento che il comportamento di chi è alla guida è invariabilmente uno solo: motore a tutto gas, uso ossessivo del clacson, freni come semplice optional e volante che sterza bruscamente a pochi metri dal veicolo che sta marciando altrettanto allegramente in direzione opposta. Non fanno eccezione le solitarie (quando va bene) stradine himalayane, che aggiungono al viaggio avventuroso il brivido frequente dello strapiombo a fior di finestrino e un concerto di metallici ed ossei scricchiolii, testimone dell'usura del veicolo e delle nostre giunture.
Onore al merito, comunque, perché guidare un autobus indiano è un lavoro massacrante, con rari avvicendamenti e con un carico di responsabilità notevole (difficilmente gli autobus viaggiano vuoti!).

Il paesaggio che si gode in Ladakh ha molto in comune con l'arido e scabro manto lunare, e qualcosa in più: un cielo terso che sembra dipinto e una luce contrastata che scolpisce i luoghi, le case dai tetti piatti ricoperti di paglia, i monti, esaltandone i ruvidi contorni. Raggiungiamo questo fresco Sahara d'alta quota in aereo, atterrando emozionatissimi in una valle brulla, tra montagne grigie e marrone. Si atterra "a vista", naturalmente: i controllori di volo, a Leh, sono roba da film di fantascienza... Per fortuna il tempo è ottimale, altrimenti il pilota avrebbe fatto dietrofront! L'aereo fa una virata a 90 gradi abbastanza veloce, scendendo improvvisamente di quota e la cosa fa impressione perché ci si sente calati a picco in un'altra dimensione. La lunga attesa dei bagagli ci consente di fare subito conoscenza con un ospite non gradito, anche se atteso: il fastidioso mal di montagna. Per tutto il giorno siamo praticamente fuori combattimento: mancanza di respiro che costringe a passi lenti, fiacchezza micidiale, mal di testa, sono le giuste punizioni per chi, come noi, pretende di passare dai 200 mt. di Delhi ai 3.600 mt. di Leh nel giro di un'ora.
Il giorno dopo stiamo già meglio e ci spostiamo dall'hotel dove, complice il rimbambimento da altitudine, eravamo finiti (300 rs. a notte), per installarci in una modesta ma più calda guest house (120 rs a notte!). Il padrone, un gentilissimo ladakho dai tratti tibetani, ci mostra la stanza, pulita, essenziale ed accogliente, con una bella vista sulle montagne circostanti. Poi ci invita nella sua stanza multifunzionale per un tè: è la cucina-camera da letto-soggiorno, l'unico luogo della casa riservato alla vita domestica sua e di sua moglie, un'ampia stanza sostenuta da pilastri di legno in cui trova posto la stufa, alimentata con sterco di yak, la credenza, scaffali colmi di pentole annerite dal fumo, tre letti bassi che di giorno fungono da divani, fotografie dei figli, il televisore e, sopra tutti, la sorridente immagine del Dalai Lama.
Orgogliosi della loro identità culturale (gli adesivi "Free Ladakh from Kashmir" fanno spesso capolino sulle vetrine o nelle vicinanze dei luoghi sacri buddisti) i ladakhi cercano di preservarla e farla conoscere: ogni sera alle 18 il centro culturale di Leh allestisce uno spettacolo folkloristico basato sui suoni, i colori e perfino i sapori della loro cultura. Abbiano assistito alla rappresentazione di un matrimonio locale, come fossimo invitati alla cerimonia. Ci è stato servito tè al burro e il rinomato chang, birra leggera d'orzo che odora stranamente come il nostro pane e provoca al turista di lungo corso vividissime nostalgie olfattive della panetteria sotto casa! Per il resto, è il trionfo degli addobbi e dei paramenti colorati: gli uomini portano degli alti cappelli conici dorati, le donne un ampio copricapo nero tempestato di pietre dure, e tutti indossano grosse collane, mantelli di pelle di capra o di broccato, nonché le sciarpe di garza bianca, simbolo di buon auspicio, che ad un certo punto della cerimonia consegneranno agli sposi. Mentre tutti mantengono un certo contegno (la sposa sta a capo chino fino al termine della cerimonia) il padre della sposa, prim'attore della compagnia, simula, in omaggio al lieto evento, un'irresistibile sbronza, sprigionando un'immediata simpatia e un'ilarità decisamente contagiosa. Il narratore, che ha spiegato ogni passo della cerimonia, la conclude con un "Now they will share the bed" che suona francamente un po' ostico per chi è abituato al più neutro (o mieloso) "...E vissero felici e contenti".
Ci domandiamo se abbiamo assistito ad un matrimonio ladakho di altri tempi o alla testimonianza di una tradizione ancora viva. La risposta non si fa attendere. L'indomani, sullo sgangherato bus che ci porta al monastero di Hemis, sale una dolce fanciulla dagli occhi bassi, con lo stesso vestito dell'attrice della sera prima, accompagnata dai genitori (anch'essi agghindati come sopra). Scenderà poco oltre, accolta dai parenti dello sposo col saluto tradizionale (il dolcissimo deleh = fortuna) accompagnato da un inchino e dal ritmico rumore dei braccialetti fatti urtare l'uno contro l'altro.
Distrutta in terra tibetana la maggior parte dei luoghi sacri del buddismo, ad opera della furia cieca delle Guardie Rosse, il Ladakh rimane la regione più ricca al mondo di vestigia dell'antico insegnamento. La vallata che conduce al monastero di Hemis seguendo il corso dell'Indo è abbastanza verdeggiante e disseminata di piccoli reliquiari di pietra: i chorten. Il gompa (=monastero) è incastonato dietro una gola, non visibile dalla vallata principale. Meraviglioso, con un porticato coloratissimo. In uno dei due templi è in atto una puja, la cantilenante recitazione di un sutra, alla quale assistiamo. Di ritorno a Leh, ci fermiano al monastero di Tikse, che occupa il fianco di un'intera montagnola e dal cui tetto si gode un'ampia e riposante veduta sulla valle soleggiata.
Lasciare Leh è una vera e propria impresa. Dal punto di vista sentimentale, perché uno non vorrebbe andarsene mai, ma soprattutto dal punto di vista logistico, perché le difficoltà, a fine agosto, sono proibitive. Gli aerei sono stracolmi fino a metà ottobre e, comunque, soggetti ai capricci del tempo. Gli autobus offrono tre alternative: due linee kashmire, gestite con mezzi fatiscenti e con prezzi che lievitano da un momento all'altro, una in direzione Manali e l'altra in direzione Srinagar (quest'ultima senza problemi di prenotazione per chi voglia correre il rischio di una pallottola vagante in territorio kashmiro), e una linea di proprietà dell'Ente Turistico dell'Himachal Pradesh in direzione Manali, un po' più costosa ma gestita con bus de luxe (indispensabili da queste parti per portare a casa le ossa in buono stato), da prenotare il giorno prima con sollecitudine perché la coda è lunga e i posti pochi (presentatevi entro le 8 se volete essere sicuri di partire il giorno dopo). Chi fallisca nell'obiettivo può sempre ripiegare sulla jeep-taxi, previo accordo con eventuali altri interessati, per la condivisione della spesa. Qualunque soluzione scegliate, occorrono 2 giorni per arrivare a destinazione.
Partiamo dunque alle 6 di mattino per Manali, con il bus de luxe dell'Himachal Tourism, lungo quella che è considerata la seconda strada più alta del mondo: si viaggia tra i 4.000 e i 5.000 metri, superando vari passi tra cui il Taglang-La, a 5.328 mt. Le premesse sono emozionanti, per chi è abituato a guardare ai 4.800 metri innevati del Monte Bianco come ad una vetta estrema. Il paesaggio è maestoso, chilometri di imponente solitudine modellata secondo forme insolite e bizzarre, spesso simili a quelle del Gran Canyon. Le sfumature di colore sono tra le più incredibili (una catena di montagne sembra d'argento puro!), complice il sole che sale piano piano, le vaste e oblunghe zone d'ombra, i cotrasti di luce esasperati. L'ebrezza dei 5.200 mt. del Taglang-La dura poco; un vento micidiale e la sensazione che la testa debba staccarsi dal collo e cadere per terra sconsigliano più di 5 minuti di sosta. Non un villaggio per circa 300 km., qualche rara tendopoli di pastori o di militari (data la vicinanza con la Cina, la zona è ben fornita di quest'ultimo articolo). E una tendopoli ci aspetta la sera del primo giorno, piantata lungo un torrente che fa da confine tra Ladakh e Himachal Pradesh.
Dopo una nottata spartana (in due per brandina) percorriamo ancora aspre vallate, reinterpretare dalle luci cangianti del giorno, che ormai fanno parte dei più vividi ed emozionanti ricordi di questo viaggio. A Keylong, ultima nostra tappa dello scorso anno (l'epilogo del viaggio in Nepal), ci sentiamo ormai di casa. Qui l'ambiente è ancora fortemente intriso di cultura buddista e di tratti somatici tibetani. Dopo il Rothang Pass, comincia la discesa nel verde acceso dell'Himachal Pradesh, regione che, provenendo dalle accese sensazioni dei 5.000, si presenta godibilmente "collinare" (si fa per dire!), allietata com'è dal profumo dei suoi meleti, in special modo nei dintorni di Manali. La città vecchia, Old Manali, è uno dei più bei villaggi costruiti in legno che abbiamo visto.
L'Himachal Pradesh, soprattutto nelle sue zone più impervie, dovette sembrare particolarmente accogliente anche al Dalai Lama e ai suoi seguaci, che scelsero Dharamsala e la soprastante ex stazione climatica inglese McLeod Ganji come sede del Governo Tibetano in esilio e centro di tutte le attività di propaganda e sensibilizzazione sul problema dell'indipendenza del Tibet dalla Cina.
Shimla (a 2.200 mt.), capitale della regione, sembra in tutto e per tutto territorio inglese: paesaggio, struttura della cittadina, architettura e finitura delle costruzioni. Tutto concepito per la cura dei dominatori inglesi affetti da nostalgia acuta della madrepatria. Agli indiani, prima dell'indipendenza, era vietato l'accesso. Unico segno esotico, le numerose e simpatiche scimmie che volteggiano sui tetti con perizia sopraffina, calandosi repentinamente al livello della strada ed esibendo una confidenza spesso... impertinente (attenzione agli scippi!).
Nonostante la bassa stagione, abbiamo spesso incontrato altri giovani viaggiatori e fatto amicizia, anche se il nostro inglese non era così fluent come il loro. Ma la netta (ed invidiabile) differenza stava nel fatto che molti di loro erano in India da parecchi mesi, e non avrebbero fatto ritorno in patria prima di averne trascorsi in Oriente altrettanti. Il nostro striminzito agosto fantozziano li faceva sorridere e cominciamo a sospettare di aver sbagliato proprio tutto, nella vita! In effetti, l'India non è solo molto bella: è grande come l'Europa (Est incluso) e un mesetto, considerati gli spostamenti difficoltosi, serve a malapena da stuzzichino.

Ivo De Palma e Silvia Pezza

SCHEDA

QUANDO ANDARCI
Per visitare il Rajastan, il periodo migliore in assoluto va da ottobre a marzo; d'estate (luglio-settembre) il monsone si fa sentire; da aprile a luglio la colonnina di mercurio si alza... si alza, e la gente si squaglia... si squaglia.
Il Ladakh, invece, è delizioso proprio in luglio-agosto, quando l'aria si riscalda un po' e il piumino è necessario solo di sera. Per il resto dell'anno si gela.

COLLEGAMENTI
Via terra (la mitica rotta hippy degli anni '60) è molto difficoltoso, viste le tensioni interne dei vari paesi che si dovrebbero toccare; via mare "it's a long way:.."; ovvio, quindi, l'aereo, a prezzi abbordabili (1.400.000 lire circa), anche in considerazione del fatto che quello di Delhi è un aeroporto abbastanza "battuto".

DOCUMENTI
Passaporto valido per almeno altri 6 mesi e visto che vale 6 mesi dalla data del rilascio. In ogni caso certe zone del Ladakh e del Rajastan (la fascia desertica che confina col Pakistan, ad esempio) non sono accessibili.
Il visto va richiesto in Italia a:
Milano, Consolato dell'India, Via Larga 16, tel. 02/805.76.91, fax 72.00.22.26
Roma, Ambasciata dell'India, Via XX Settembre 5, tel. 06/488.46.42 fax 481.95.39.
e-mail: ind.emb@flashnet.it
Costo del visto: L. 95.000 valido 6 mesi dalla data del rilascio.
Per informazioni turistiche: Ufficio Turistico del Governo Indiano, Via Albricci 9, 20122 Milano, tel. 02/80.49.52 - 805.35.06 fax 72.02.16.81.
L'ambasciata italiana in India si trova al 50 Chandra Gupta Marg, Chanakyapuri, New Delhi; tel. dall'Italia 0091.11.611.43.55, fax 687.38.89.
e-mail: italemb@nde.vsnl.net.in
sito internet:
www.italembdelhi.com

SPOSTAMENTI INTERNI
L'aereo permette rapidi spostamenti in un territorio così vasto. L'Indian Airlines e le compagnie private assicurano il collegamento con moltissime località. Esistono tariffe particolari, tipo il "Discover India" che al costo di 500$ e 750$ permette di volare rispettivamente per 15 e 21 giorni nel paese senza limite di chilometraggio, e, chi è sotto i 30 anni, ha uno sconto del 25%.
I bus sono numerosi, impiegano generalmente poco più di metà tempo rispetto ai treni e costano molto meno. A questo vantaggio corrisponde però un'esperienza molte volte da infarto plurimo aggravato e sedili non proprio confortevoli (vedi articolo).
I treni sono comunque consigliabili per i viaggi notturni (in cuccetta di 1^ classe, con porta che si chiude dal di dentro), visto che i vagoni scivolano sulle rotaie e si riesce a dormire bene. In Ladakh e Himachal Pradesh ovviamente il treno non esiste e il bus, o la jeep-taxi sono le uniche possibilità di spostamento.
Per visitare più località in una zona ristretta, è utile e poco dispendioso affittare un taxi con autista.
In giro per le cittadine, quando i calli cominciano a farsi sentire, si possono utilizzare i risciò a motore, o, meglio ancora, quelli a pedali, niente rumorosi, che permettono di godere il panorama (anche umano) e di fare amicizia col conducente.

LINGUA
Quella ufficiale è l'indi, ma ci si intende benissimo in inglese o, in alternativa, a gesti. Imparare qualche parola essenziale in indi o in ladakhi è comunque un buon modo per "attaccare bottone".

MONETA
La rupia indiana, che attualmente (12.6.2001) vale circa 49 lire.

DORMIRE E MANGIARE
Le soluzioni sono varie, a seconda delle tasche. Per una doppia, a notte, noi abbiamo speso da un minimo di 5.000 ad un massimo di 15.000 lire (più o meno spartana, ma comunque sempre pulita).
Stesso discorso per il pasto: da 1.000 a 5.000 lire (qualunque sia lo standard del ristorante vi conviene, in ogni caso, non visitare la cucina...).

VACCINAZIONI
Nessuna è obbligatoria; consigliate l'antitifica, l'antiepatite A e B, e l'antimalarica.


 
 
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