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I
colori del Rajastan,
Ladakh e Himachal Pradesh
"Chai...
chai chai chai!", la malinconica nenia dei venditori di
tè (= chai) delle stazioni rajastane toccate nottetempo
dal nostro treno, scandisce le fuggevoli pause del nostro torpore
ferroviario. Tra i pochi encomiabili retaggi del periodo coloniale,
la rete ferroviaria indiana è perenne ricettacolo della più
varia umanità. Le stazioni rigurgitano di persone: qualche
raro impiegato con valigetta (nelle grandi città), qualche
signora benestante avvolta in sari di seta, o meglio sintetico (l'ultima
moda in fatto di tessuti), ma soprattutto innumerevoli personificazioni
dell'"attesa": gli orari dei treni sono spesso puramente
indicativi, ma i 12 milioni di viaggiatori giornalieri prendono
questo fatto con filosofia, sdraiati per terra vicino ai bagagli,
con l'immancabile cornice di habitués della zona, storpi,
mendicanti e facchini dalla divisa rosso fiamma, straccio attorno
al collo (che servirà da supporto ai pacchi da portare sulla
testa) e piedi scalzi.
Durante questo viaggio sperimenteremo molti convogli, soprattutto
notturni. Viaggiare di notte in cuccetta sui lunghi percorsi fa
risparmiare tempo, anche se priva di quella festa per gli occhi
che è il paesaggio della campagna indiana. Ma a volte è
inevitabile, specie se si ha solo un mese di tempo e se si vogliono
risparmiare energie per le peregrinazioni diurne.
Una notte e un giorno di treno sono necessari per raggiungere la
perla del deserto del Thar, Jaisalmer, partendo da Jaipur, capitale
del Rajastan.
Durante il viaggio, negli occhi sono ancora vivi i colori del Teejt
Festival, la festa del monsone a cui abbiamo assistito, per puro
caso, il giorno in cui siamo giunti a Jaipur. Una folla densa -
le donne coloratissime nel loro sari della festa (molte volte dorato)
- si spingeva tra mucche e risciò per le strade della città
rosa (questo è il suo particolare colore) alla ricerca di
un posto sui terrazzi già gremiti. Di lì a poco sarebbe
cominciato il corteo che avrebbe visto sfilare danzatori, bande
musicali, cammelli, elefanti colorati e riccamente addobbati, portantine
antiche e, da ultima, la dea Parvati, simbolo della fertilità
(quella che porta appunto il monsone dopo i mesi della siccità).
Noi eravamo appostati su un terrazzo prospiciente il portale del
palazzo del maharaja, da cui aveva inizio il corteo, messi in salvo
dal bagno di folla da un poliziotto. Ed effettivamente in strada
erano rimasti più che altro uomini; le donne pencolavano
a grappoli dai bassi parapetti dei terrazzi. All'uscita della dea,
il culmine della festa, la folla ha cominciato a ondeggiare urlante,
gli uni accavallandosi sulle spalle degli altri, mentre gli sparuti
poliziotti, contati sulle dita delle mani in mezzo a migliaia di
scalmanati, cercavano di sedare la scompostissima ola roteando i
loro lunghi bastoni ma soprattutto facendo valere, per tacito e
provvidenziale sentimento comune, il rispetto dovuto alla divisa
e alla sacralità dell'evento.
Mentre i primi cammelli annunciano la progressiva trasformazione
del paesaggio in chiave desertica, ci torna alla mente la favolosa
giornata trascorsa ad Agra. Dopo essere rimasti in ammirazione davanti
al Taj Mahal (una delle sette meraviglie del mondo), ci eravamo
addentrati nel Forte Rosso: un labirinto di cortili e palazzi all'interno
dei quali siano stati "arpionati" da un gruppo di ragazze
musulmane, qui non velate, secondo una versione "ammorbidita"
dei dettami coranici (al massimo si tengono il velo pizzicato tra
i denti).
Nel pomeriggio ci eravamo poi infilati nelle strette viuzze del
suk, attorno alla moschea; qui, dove il turista di solito non penetra
(alcune guide lo sconsigliano addirittura - chissà poi perché?...)
è tutto un susseguirsi di sorrisi, di inviti a sedersi per
un tè, a scattare una foto, di passa parola sul nostro arrivo:
insomma, le attrazioni siamo noi. E nessuno che ci contattasse allo
scopo di spillarci soldi in qualche modo, ma solo per il gusto di
parlare (anche se a gesti) con gente diversa. E' proprio questa
la grossa pecca del turismo di massa: quella di viziare i rapporti
tra le persone, privilegiandone l'aspetto commerciale (non sempre
corretto...), che trasforma gli uni in interlocutori interessati
e gli altri in sempre più diffidenti consumatori, e che snatura
quel rapporto "alla pari" (almeno culturale) che darebbe
vita ad uno scambio soddisfacente. Nelle zone non raggiunte dal
grande flusso turistico, invece, si riesce ancora ad instaurare
un rapporto "umano" con i locali, anche se molte volte
fugace.
Dopo ore di viaggio attraverso il deserto del Thar, è impressionante
veder apparire all'orizzonte Jaisalmer, fortezza solitaria tra le
sabbie, incastonata su un roccione, uguale a se stessa da secoli,
e nei secoli testimone degli scambi commerciali verso l'Asia Centrale
e della fierezza dei Rajput. La valorosa stirpe di guerrieri, suddivisi
in clan e disseminati un po' per tutto il Rajastan, mantenne una
certa autonomia dagli invasori, prima moghul e poi inglesi, fino
all'indipendenza. Il loro codice d'onore era proverbiale: per non
cadere prigionieri nelle mani del nemico, quando ormai tutto era
perduto, le donne e i bambini si immolavano su una gigantesca pira,
mentre gli uomini si lanciavano nell'ultima battaglia.
Sudati, sporchi e praticamente "insabbiati", vaghiamo
all'interno della cittadella fortificata in cerca di un albergo,
e intanto ci guardiamo intorno, incantati dalle mura di arenaria
gialla finemente intagliata dei palazzi e da vedute d'altri tempi
(...e senza tempo) che ricordano il nostro medioevo: strade lastricate
di grosse pietre con alti marciapiedi di livello differente, case
costruite con lo stesso materiale sulle cui soglie, verso sera,
quando il caldo allenta la morsa, si incontrano le donne a chiacchierare.
Numerosi, ovviamente, gli edifici dei ricchi mercanti del passato
(XVIII e XIX secolo), con il loro spettacolare delirio d'intarsi:
le haveli, antichi centri della vita comunitaria, testimoniano
oggi del modo di vivere dell'India di qualche secolo fa, secondo
strutture socio-economiche che separavano vita e lavoro maschili
e femminili, e che davano asilo e protezione a donne, vecchi e bambini,
mentre gli uomini erano lontani, intenti a commerciare.
A Jaisalmer va il primato del miglior thali vegetarian (il classico
pasto indiano costituito da riso, chapati - una cialda di pane -
e vari intingoli) mai assaporato prima d'ora, ad opera di una coppia
di anziani coniugi dal dolcissino sorriso e dai modi gentili e rispettosi.
Il loro ristorante è praticamente la terrazza della loro
modesta abitazione, oppure, in caso di pioggia (possibile anche
nel deserto, in agosto), la stuoia dell'umile cucina. Un apposito
quadernetto, dove i clienti possono scrivere eventuali impressioni,
ci permette di lasciare prova tangibile della nostra riconoscenza.
Jaisalmer, città dorata; Jaipur, città rosa: gli indiani
hanno un rapporto molto vivace con i colori: le innumerevoli polverine
rituali vendute nei mercati (anch'essi coloratissimi), i sari variopinti
che conferiscono alle donne un portamento colmo di fascino e fierezza,
i turbanti degli uomini, i visi dei devoti e di alcuni sacri simulacri
impiastricciati di giallo e di rosso, il rosso sangue dei sacrifici
di animali, il crepitio giallastro delle cremazioni. Vere e proprie
"tinte forti" in mezzo alle quali spicca il colore caratteristico
della fresca e tranquilla Udaipur: il bianco, rallegrato da enormi
figure di elefanti e maharaja, dipinte sui muri ai lati dei portali
in occasione dei matrimoni.
Il panorama dal terrazzo del nostro albergo è superbo: basse
montagnole a perdita d'occhio, il lago disseminato di bianche costruzioni,
un tempio, tre isolotti interamente occupati da edifici bianchi,
nebbiolina, verzura, pace. Ci immergiamo nelle riposanti consuetudini
della cittadina e, quasi dimentichi dello scarso tempo a disposizione,
vi trascorriamo una buona settimana.
Malgrado i laconici monosillabi raccolti dell'impiegato del Tourist
Information, abbiamo ricostruito ben presto il quadro della situazione:
visite istituzionali a parte (es. il City Palace, agglomerato di
palazzi prospicienti il lago fatti costruire nei secoli dai vari
maharaja), abbiamo apprezzato altre cose: l'incantevole e romantico
giretto sul lago (60 rs. a testa per mezz'ora) le cui sponde brulicano
di gente che prega, si lava, fa il bucato, e il museo del folklore,
che espone antichi strumenti musicali, abiti, monili e marionette
rajastane. Il direttore è un tipo affabile che segue i visitatori
personalmente ed è prodigo di informazioni sul materiale
da lui stesso raccolto. Ogni giorno alle 18, nel teatrino attiguo
al museo, c'è uno spettacolo: danze alla corte del maharaja,
storie di animali, il circo (clowns, trapezisti, sollevatori di
pesi, saltimbanchi), ma... sono solo marionette! Infine, due danzatori
in carne ed ossa: gioco di mani e di sguardi su una musica ritmica
molto godibile.
Nathdwara ed Eklingji si raggiungono in autobus dal Tourist Bungalow.
La prima ospita un importante tempio indù, dove viene conservata
una statua nera di Krishna, e per entrare un santone ti invita (in
realtà è un obbligo) ad ingurgitare una pallina di
polvere gialla, ti cinge il collo con una collanina d'erba secca
e ti appone la tika sulla fronte. A Eklingji una cinta muraria
accoglie un coacervo di templi, sculture e simulacri vari. Ma più
di tutto, impagabile è il paesaggio di questa parte di Rajastan:
mantagne strane, basse come colline e anche più, ma molto
rocciose, intervallate da oasi verdi di campi coltivati e disseminate
di villaggi.
Kumbalgarh (attenzione al suffisso -garh, indica sempre la
presenza di una fortezza), 85 km. da Udaipur, è uno dei forti
più importanti della zona. Ci appare particolarmente inaccessibile
(ben sette sono le porte che bisogna superare lungo un percorso
tortuoso) anche per via della pioggia copiosa che accompagna la
nostra visita e che lo sprofonda in un'aura di fierezza umida e
fosca. Solitario tra i monti Aravalli e completamente disabitato,
è preceduto da templi neri di muffa, tra una vegetazione
che ha ripreso giustamente il sopravvento.
Meno entusiasmante, invece, il tempio jain di Ranakpur: intendiamoci,
notevole di per sé (un incrocio di templi elaboratamente
scolpiti che concorrono a formarne uno solo) ma situato in un contesto
un po' banale, affiancato com'è da due costruzioni tipo "casa
del pellegrino". Sarà che, in questo caso, la pioggia
nulla aggiungeva alla sacralità del luogo, ma ci erano piaciuti
di più i templi jain di Jaisalmer. Il jainismo è una
religione coeva del buddismo e ad esso affine, la cui tensione spirituale
anela all'ahimsa, la non-violenza (che ispirò anche
Gandhi), in modo talmente radicale che alcuni adepti portano una
benda sulla bocca per non ingoiare accidentalmente esseri viventi
e spazzano il pavimento davanti a sé prima di passare.
Altrettanta cura per quanto c'è di fronte a loro non si può
dire che abbiano, invece, i guidatori, particolarmente quelli di
autobus. I più elementari criteri di valutazione della strada,
quelli che a noi permettono di distinguere tra rettilineo, curva,
strada con o senza traffico, strada dissestata, strada di montagna
e così via, in India paiono non esistere, dal momento che
il comportamento di chi è alla guida è invariabilmente
uno solo: motore a tutto gas, uso ossessivo del clacson, freni come
semplice optional e volante che sterza bruscamente a pochi metri
dal veicolo che sta marciando altrettanto allegramente in direzione
opposta. Non fanno eccezione le solitarie (quando va bene) stradine
himalayane, che aggiungono al viaggio avventuroso il brivido frequente
dello strapiombo a fior di finestrino e un concerto di metallici
ed ossei scricchiolii, testimone dell'usura del veicolo e delle
nostre giunture.
Onore al merito, comunque, perché guidare un autobus indiano
è un lavoro massacrante, con rari avvicendamenti e con un
carico di responsabilità notevole (difficilmente gli autobus
viaggiano vuoti!).
Il
paesaggio che si gode in Ladakh ha molto in comune con l'arido e
scabro manto lunare, e qualcosa in più: un cielo terso che
sembra dipinto e una luce contrastata che scolpisce i luoghi, le
case dai tetti piatti ricoperti di paglia, i monti, esaltandone
i ruvidi contorni. Raggiungiamo questo fresco Sahara d'alta quota
in aereo, atterrando emozionatissimi in una valle brulla, tra montagne
grigie e marrone. Si atterra "a vista", naturalmente:
i controllori di volo, a Leh, sono roba da film di fantascienza...
Per fortuna il tempo è ottimale, altrimenti il pilota avrebbe
fatto dietrofront! L'aereo fa una virata a 90 gradi abbastanza veloce,
scendendo improvvisamente di quota e la cosa fa impressione perché
ci si sente calati a picco in un'altra dimensione. La lunga attesa
dei bagagli ci consente di fare subito conoscenza con un ospite
non gradito, anche se atteso: il fastidioso mal di montagna. Per
tutto il giorno siamo praticamente fuori combattimento: mancanza
di respiro che costringe a passi lenti, fiacchezza micidiale, mal
di testa, sono le giuste punizioni per chi, come noi, pretende di
passare dai 200 mt. di Delhi ai 3.600 mt. di Leh nel giro di un'ora.
Il giorno dopo stiamo già meglio e ci spostiamo dall'hotel
dove, complice il rimbambimento da altitudine, eravamo finiti (300
rs. a notte), per installarci in una modesta ma più calda
guest house (120 rs a notte!). Il padrone, un gentilissimo ladakho
dai tratti tibetani, ci mostra la stanza, pulita, essenziale ed
accogliente, con una bella vista sulle montagne circostanti. Poi
ci invita nella sua stanza multifunzionale per un tè: è
la cucina-camera da letto-soggiorno, l'unico luogo della casa riservato
alla vita domestica sua e di sua moglie, un'ampia stanza sostenuta
da pilastri di legno in cui trova posto la stufa, alimentata con
sterco di yak, la credenza, scaffali colmi di pentole annerite dal
fumo, tre letti bassi che di giorno fungono da divani, fotografie
dei figli, il televisore e, sopra tutti, la sorridente immagine
del Dalai Lama.
Orgogliosi della loro identità culturale (gli adesivi "Free
Ladakh from Kashmir" fanno spesso capolino sulle vetrine o
nelle vicinanze dei luoghi sacri buddisti) i ladakhi cercano di
preservarla e farla conoscere: ogni sera alle 18 il centro culturale
di Leh allestisce uno spettacolo folkloristico basato sui suoni,
i colori e perfino i sapori della loro cultura. Abbiano assistito
alla rappresentazione di un matrimonio locale, come fossimo invitati
alla cerimonia. Ci è stato servito tè al burro e il
rinomato chang, birra leggera d'orzo che odora stranamente
come il nostro pane e provoca al turista di lungo corso vividissime
nostalgie olfattive della panetteria sotto casa! Per il resto, è
il trionfo degli addobbi e dei paramenti colorati: gli uomini portano
degli alti cappelli conici dorati, le donne un ampio copricapo nero
tempestato di pietre dure, e tutti indossano grosse collane, mantelli
di pelle di capra o di broccato, nonché le sciarpe di garza
bianca, simbolo di buon auspicio, che ad un certo punto della cerimonia
consegneranno agli sposi. Mentre tutti mantengono un certo contegno
(la sposa sta a capo chino fino al termine della cerimonia) il padre
della sposa, prim'attore della compagnia, simula, in omaggio al
lieto evento, un'irresistibile sbronza, sprigionando un'immediata
simpatia e un'ilarità decisamente contagiosa. Il narratore,
che ha spiegato ogni passo della cerimonia, la conclude con un "Now
they will share the bed" che suona francamente un po' ostico
per chi è abituato al più neutro (o mieloso) "...E
vissero felici e contenti".
Ci domandiamo se abbiamo assistito ad un matrimonio ladakho di altri
tempi o alla testimonianza di una tradizione ancora viva. La risposta
non si fa attendere. L'indomani, sullo sgangherato bus che ci porta
al monastero di Hemis, sale una dolce fanciulla dagli occhi bassi,
con lo stesso vestito dell'attrice della sera prima, accompagnata
dai genitori (anch'essi agghindati come sopra). Scenderà
poco oltre, accolta dai parenti dello sposo col saluto tradizionale
(il dolcissimo deleh = fortuna) accompagnato da un inchino
e dal ritmico rumore dei braccialetti fatti urtare l'uno contro
l'altro.
Distrutta in terra tibetana la maggior parte dei luoghi sacri del
buddismo, ad opera della furia cieca delle Guardie Rosse, il Ladakh
rimane la regione più ricca al mondo di vestigia dell'antico
insegnamento. La vallata che conduce al monastero di Hemis seguendo
il corso dell'Indo è abbastanza verdeggiante e disseminata
di piccoli reliquiari di pietra: i chorten. Il gompa (=monastero)
è incastonato dietro una gola, non visibile dalla vallata
principale. Meraviglioso, con un porticato coloratissimo. In uno
dei due templi è in atto una puja, la cantilenante recitazione
di un sutra, alla quale assistiamo. Di ritorno a Leh, ci
fermiano al monastero di Tikse, che occupa il fianco di un'intera
montagnola e dal cui tetto si gode un'ampia e riposante veduta sulla
valle soleggiata.
Lasciare Leh è una vera e propria impresa. Dal punto di vista
sentimentale, perché uno non vorrebbe andarsene mai, ma soprattutto
dal punto di vista logistico, perché le difficoltà,
a fine agosto, sono proibitive. Gli aerei sono stracolmi fino a
metà ottobre e, comunque, soggetti ai capricci del tempo.
Gli autobus offrono tre alternative: due linee kashmire, gestite
con mezzi fatiscenti e con prezzi che lievitano da un momento all'altro,
una in direzione Manali e l'altra in direzione Srinagar (quest'ultima
senza problemi di prenotazione per chi voglia correre il rischio
di una pallottola vagante in territorio kashmiro), e una linea di
proprietà dell'Ente Turistico dell'Himachal Pradesh in direzione
Manali, un po' più costosa ma gestita con bus de luxe (indispensabili
da queste parti per portare a casa le ossa in buono stato), da prenotare
il giorno prima con sollecitudine perché la coda è
lunga e i posti pochi (presentatevi entro le 8 se volete essere
sicuri di partire il giorno dopo). Chi fallisca nell'obiettivo può
sempre ripiegare sulla jeep-taxi, previo accordo con eventuali altri
interessati, per la condivisione della spesa. Qualunque soluzione
scegliate, occorrono 2 giorni per arrivare a destinazione.
Partiamo dunque alle 6 di mattino per Manali, con il bus de luxe
dell'Himachal Tourism, lungo quella che è considerata la
seconda strada più alta del mondo: si viaggia tra i 4.000
e i 5.000 metri, superando vari passi tra cui il Taglang-La, a 5.328
mt. Le premesse sono emozionanti, per chi è abituato a guardare
ai 4.800 metri innevati del Monte Bianco come ad una vetta estrema.
Il paesaggio è maestoso, chilometri di imponente solitudine
modellata secondo forme insolite e bizzarre, spesso simili a quelle
del Gran Canyon. Le sfumature di colore sono tra le più incredibili
(una catena di montagne sembra d'argento puro!), complice il sole
che sale piano piano, le vaste e oblunghe zone d'ombra, i cotrasti
di luce esasperati. L'ebrezza dei 5.200 mt. del Taglang-La dura
poco; un vento micidiale e la sensazione che la testa debba staccarsi
dal collo e cadere per terra sconsigliano più di 5 minuti
di sosta. Non un villaggio per circa 300 km., qualche rara tendopoli
di pastori o di militari (data la vicinanza con la Cina, la zona
è ben fornita di quest'ultimo articolo). E una tendopoli
ci aspetta la sera del primo giorno, piantata lungo un torrente
che fa da confine tra Ladakh e Himachal Pradesh.
Dopo una nottata spartana (in due per brandina) percorriamo ancora
aspre vallate, reinterpretare dalle luci cangianti del giorno, che
ormai fanno parte dei più vividi ed emozionanti ricordi di
questo viaggio. A Keylong, ultima nostra tappa dello scorso anno
(l'epilogo del viaggio in Nepal), ci sentiamo ormai di casa. Qui
l'ambiente è ancora fortemente intriso di cultura buddista
e di tratti somatici tibetani. Dopo il Rothang Pass, comincia la
discesa nel verde acceso dell'Himachal Pradesh, regione che, provenendo
dalle accese sensazioni dei 5.000, si presenta godibilmente "collinare"
(si fa per dire!), allietata com'è dal profumo dei suoi meleti,
in special modo nei dintorni di Manali. La città vecchia,
Old Manali, è uno dei più bei villaggi costruiti in
legno che abbiamo visto.
L'Himachal Pradesh, soprattutto nelle sue zone più impervie,
dovette sembrare particolarmente accogliente anche al Dalai Lama
e ai suoi seguaci, che scelsero Dharamsala e la soprastante ex stazione
climatica inglese McLeod Ganji come sede del Governo Tibetano in
esilio e centro di tutte le attività di propaganda e sensibilizzazione
sul problema dell'indipendenza del Tibet dalla Cina.
Shimla (a 2.200 mt.), capitale della regione, sembra in tutto e
per tutto territorio inglese: paesaggio, struttura della cittadina,
architettura e finitura delle costruzioni. Tutto concepito per la
cura dei dominatori inglesi affetti da nostalgia acuta della madrepatria.
Agli indiani, prima dell'indipendenza, era vietato l'accesso. Unico
segno esotico, le numerose e simpatiche scimmie che volteggiano
sui tetti con perizia sopraffina, calandosi repentinamente al livello
della strada ed esibendo una confidenza spesso... impertinente (attenzione
agli scippi!).
Nonostante la bassa stagione, abbiamo spesso incontrato altri giovani
viaggiatori e fatto amicizia, anche se il nostro inglese non era
così fluent come il loro. Ma la netta (ed invidiabile)
differenza stava nel fatto che molti di loro erano in India da parecchi
mesi, e non avrebbero fatto ritorno in patria prima di averne trascorsi
in Oriente altrettanti. Il nostro striminzito agosto fantozziano
li faceva sorridere e cominciamo a sospettare di aver sbagliato
proprio tutto, nella vita! In effetti, l'India non è solo
molto bella: è grande come l'Europa (Est incluso) e un mesetto,
considerati gli spostamenti difficoltosi, serve a malapena da stuzzichino.
Ivo
De Palma e Silvia Pezza
SCHEDA
QUANDO
ANDARCI
Per visitare il Rajastan, il periodo migliore in assoluto va da
ottobre a marzo; d'estate (luglio-settembre) il monsone si fa sentire;
da aprile a luglio la colonnina di mercurio si alza... si alza,
e la gente si squaglia... si squaglia.
Il Ladakh, invece, è delizioso proprio in luglio-agosto,
quando l'aria si riscalda un po' e il piumino è necessario
solo di sera. Per il resto dell'anno si gela.
COLLEGAMENTI
Via terra (la mitica rotta hippy degli anni '60) è molto
difficoltoso, viste le tensioni interne dei vari paesi che si dovrebbero
toccare; via mare "it's a long way:.."; ovvio, quindi,
l'aereo, a prezzi abbordabili (1.400.000 lire circa), anche in considerazione
del fatto che quello di Delhi è un aeroporto abbastanza "battuto".
DOCUMENTI
Passaporto valido per almeno altri 6 mesi e visto che vale 6 mesi
dalla data del rilascio. In ogni caso certe zone del Ladakh e del
Rajastan (la fascia desertica che confina col Pakistan, ad esempio)
non sono accessibili.
Il visto va richiesto in Italia a:
Milano, Consolato dell'India, Via Larga 16, tel. 02/805.76.91, fax
72.00.22.26
Roma, Ambasciata dell'India, Via XX Settembre 5, tel. 06/488.46.42
fax 481.95.39.
e-mail: ind.emb@flashnet.it
Costo del visto: L. 95.000 valido 6 mesi dalla data del rilascio.
Per informazioni turistiche: Ufficio Turistico del Governo Indiano,
Via Albricci 9, 20122 Milano, tel. 02/80.49.52 - 805.35.06 fax 72.02.16.81.
L'ambasciata italiana in India si trova al 50 Chandra Gupta Marg,
Chanakyapuri, New Delhi; tel. dall'Italia 0091.11.611.43.55, fax
687.38.89.
e-mail: italemb@nde.vsnl.net.in
sito internet: www.italembdelhi.com
SPOSTAMENTI
INTERNI
L'aereo permette rapidi spostamenti in un territorio così
vasto. L'Indian Airlines e le compagnie private assicurano il collegamento
con moltissime località. Esistono tariffe particolari, tipo
il "Discover India" che al costo di 500$ e 750$ permette
di volare rispettivamente per 15 e 21 giorni nel paese senza limite
di chilometraggio, e, chi è sotto i 30 anni, ha uno sconto
del 25%.
I bus sono numerosi, impiegano generalmente poco più di metà
tempo rispetto ai treni e costano molto meno. A questo vantaggio
corrisponde però un'esperienza molte volte da infarto plurimo
aggravato e sedili non proprio confortevoli (vedi articolo).
I treni sono comunque consigliabili per i viaggi notturni (in cuccetta
di 1^ classe, con porta che si chiude dal di dentro), visto che
i vagoni scivolano sulle rotaie e si riesce a dormire bene. In Ladakh
e Himachal Pradesh ovviamente il treno non esiste e il bus, o la
jeep-taxi sono le uniche possibilità di spostamento.
Per visitare più località in una zona ristretta, è
utile e poco dispendioso affittare un taxi con autista.
In giro per le cittadine, quando i calli cominciano a farsi sentire,
si possono utilizzare i risciò a motore, o, meglio ancora,
quelli a pedali, niente rumorosi, che permettono di godere il panorama
(anche umano) e di fare amicizia col conducente.
LINGUA
Quella ufficiale è l'indi, ma ci si intende benissimo in
inglese o, in alternativa, a gesti. Imparare qualche parola essenziale
in indi o in ladakhi è comunque un buon modo per "attaccare
bottone".
MONETA
La rupia indiana, che attualmente (12.6.2001) vale circa 49 lire.
DORMIRE
E MANGIARE
Le soluzioni sono varie, a seconda delle tasche. Per una doppia,
a notte, noi abbiamo speso da un minimo di 5.000 ad un massimo di
15.000 lire (più o meno spartana, ma comunque sempre pulita).
Stesso discorso per il pasto: da 1.000 a 5.000 lire (qualunque sia
lo standard del ristorante vi conviene, in ogni caso, non visitare
la cucina...).
VACCINAZIONI
Nessuna è obbligatoria; consigliate l'antitifica, l'antiepatite
A e B, e l'antimalarica.
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