VITA SOCIALE

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novembre/dicembre 1999





 

 

RACCOLTA FIRME

Progetto Itaca
Via Assarotti 2,
Torino,
tel. 011.443.48.26
e-mail:
Itaca@comune.torino
Gruppo Abele
Corso trapani 95a,
Torino,
tel. 011.384.10.65

 

 


I NUMERI
230 istituti di pena italiani di cui 16 minorili

4172 ingressi annui nei centri di prima accoglienza

1888 ingressi negli istituti penali minorili

437 presenza media giornaliera di minori negli istituti penali

1% della spesa carceraria destinata ad attività ricreative

1 educatore (in media) ogni 300 detenuti

50 bambini minori di 3 anni in carcere con le madri

 

 

 

INFO
www.tmcrew.org/detenuti, sito dell'Assemblea permanente "Liberiamoci dal carcere", costituitasi a Roma nel 1997.

www.arci.it/solidarieta/
sito dell'Arci in cui è esposto il Progetto Ora d'Aria, che si impegna per il rispetto dei diritti umani e civili dentro e fuori le carceri.

http://www.glamm.com, il sito RAP (Ragazzo Autonomo Progettuale) dell'Istituto minorile Beccaria di Milano, si pone l'obiettivo di richiamare attraverso internet, l'attenzione sul disagio giovanile

Annuario sociale 1997 e 1998, Edizioni Gruppo Abele
OIP (Osservatorio internazionale delle carceri), Rapporto annuale, maggio 1998

NON INCARCERATE LA MIA INFANZIA
Il 27 settembre ha avuto inizio a Torino una campagna di raccolta firme per sensibilizzare la popolazione cittadina sul problema dei diritti del bambino: l'appello richiama l'attenzione sulla Convenzione sui diritti del fanciullo delle Nazioni Unite redatta a New York il 20 novembre 1989, sul tema specifico della carcerazione minorile. Il progetto, dall'incisivo e programmatico titolo "Non incarcerate la mia infanzia", nasce per iniziativa del Gruppo Abele, con il patrocinio del Comune di Torino e propone una non facile riflessione sulla realtà delle carceri, sui giovani devianti, sui modi e le possibilità di un loro effettivo recupero. Una domanda in particolare sta alla base di tale iniziativa: Che adulti potranno diventare i giovani privati della libertà?
 di Emanuela Mazzucchetti
"Chi si è confrontato con il problema -sostiene Christine Serfaty, presidente dell'Osservatorio Internazionale delle Carceri (OIP)- sa che la risposta è difficile. Tutti concordano nel dire che la prigione è "criminogena": sporcizia, esiguità degli spazi, brutalità, degradazione dei rapporti umani ne sono gli aspetti ricorrenti". I ragazzini che escono dal carcere sono ancor più facili vittime dell'emarginazione dalla società: allontanandosi dalla possibilità di un definitivo ritorno alla normalità, si fanno al contrario più prossimi all'arruolamento nei ranghi della delinquenza di più alto livello: il carcere dei minori diventa così un trampolino di lancio verso il carcere degli adulti. "Allora, se carcere deve essere, il primo passo sia dividere gli adulti dai minori, creare istituti di rieducazione: la detenzione sia sostituita da misure di riabilitazione sociale, e ancor prima psicologica, le celle da camere".
L'OIP dal 1992 controlla le condizioni del regime carcerario in un centinaio di Paesi nel mondo: i risultati pubblicati testimoniano come troppo spesso il mondo delle carceri sia un luogo di non-diritto. Non esiste Paese al mondo che non faccia ricorso all'incarcerazione dei minori, mentre le regole di Beijing sanciscono che l'applicazione della giustizia penale sui minori in conflitto con la legge deve essere l'extrema ratio della politica sociale di ogni Stato.
Come comportarsi dunque con i casi di marginalità? Non ha senso discutere della liceità o necessità di norme correttive a fronte di comportamenti devianti, ma è determinante insistere sulle condizioni di tali provvedimenti. Alcune modalità di detenzione creano conseguenze tali da incidere in modo decisivo sul percorso d sviluppo personale e di reinserimento sociale: l'impiego di catene o altre forme di limitazione dei movimenti come misure disciplinari; il ricorso alla tortura; la detenzione con adulti, che automaticamente espone i minori ad abusi fisici e sessuali; la detenzione in luoghi sovraffollati; il livello igienico insufficiente; l'assenza di ogni attività ricreativa o educativa. In molti Paesi dell'Africa e dell'Asia i minori sono incarcerati a partire dai 7 anni di età, a titolo di misura preventiva, talvolta anche per parecchi anni: spesso l'accusa a loro carico è semplicemente di vagabondaggio. La razione giornaliera di cibo è fornita al detenuto, per buona parte, dalla famiglia: in alcuni casi il detenuto muore per denutrizione. In India e in Pakistan non esistono strutture dedicate all'accoglienza dei minori, che si trovano pertanto a condividere gli spazi con gli adulti. In Sud America, a dispetto dell'esistenza di carceri minorili, si registrano numerose denunce di violenze ed abusi: il carcere di San Paolo, Brasile, progettato per ospitare 90 ragazzi, ne rinchiude di fatto 250. In una camerata con 5 letti, e un solo servizio igienico, dormono 27 minori dai 12 ai 18 anni. Frequente è l'uso della tortura, in carcere a scopo intimidatorio e, ancor prima della detenzione, nel corso dell'interrogatorio: si parla di scosse elettriche, di percosse e della sospensione per le braccia e le gambe.
In Europa, la maggior parte dei Paesi possiede istituzioni specializzate per i minori delinquenti: tuttavia, in certe circostanze, bambini, e soprattutto adolescenti, sono internati nelle prigioni per adulti. In Irlanda del Nord, nonostante l'età legale minima sia fissata ai 18 anni, si conoscono casi di minori di 14-16 anni, condannati per delitti politici, che scontano la loro pena nelle carceri degli adulti. I centri di detenzione preventiva di Belfast e di Castlereagh sono tristemente noti per le terribili condizioni di vita: le celle non dispongono di servizi igienici e i detenuti sono costretti ad utilizzare allo scopo vasi da notte e recipienti di fortuna. Non sono previste attività di ricreazione o di formazione.
Anche in Turchia i delitti politici prevedono regime carcerario stretto per i minori: percosse, violenze e abusi sono comuni nelle fasi preliminari all'incarcerazione. La legge turca non impedisce l'uso della tortura durante gli interrogatori della polizia, che avvengono in assenza di garanzie legali e in totale isolamento. Il bambino accusato di attività antisociali non viene giudicato dal tribunale dei minori, ma direttamente dalla Corte di Sicurezza dello Stato (sono previsti anche 10 anni di pena per la partecipazione a manifestazioni non autorizzate). Nei Paesi dell'Est europeo la situazione non è migliore. Nel carcere minorile di San Pietroburgo i bambini sono ammassati in gruppi di 16 in celle di 12mq, distribuiti su letti a castello a quattro livelli che occupano tutta la superficie. Un'ora di passeggiata al giorno è quanto previsto come ricreazione; i casi di epatite e tubercolosi non si contano.
L'elenco di simili dati potrebbe continuare a lungo. La vita in carcere è davvero una realtà nascosta, chiusa da mura di pietra e di silenzio, relegata in aree fuori dalla società civile, fuori da ogni soluzione, da ogni volontà o tentativo di recupero. Contro questo sistema di annullamento della persona umana molto si sta muovendo: alla base il principio dell'inaccettabilità di simili forme di reclusione, la convinzione che l'azione debba mirare da un lato all'evoluzione dal concetto di carcere-prigione dell'uomo a quello di istituto di riabilitazione-recupero dell'uomo, dall'altro all'abbattimento delle cause economiche, sociali, culturali che portano il minore (come gli altri) a trasgredire.
In un simile panorama, spicca l'impegno concreto che da oltre 20 anni la Città di Torino ha attuato all'interno dell'Istituto Ferrante Aporti e che costituisce un modello di riferimento internazionale. Il Progetto Itaca, per esempio, da almeno 10 anni si occupa di tutte le attività formative, culturali, ricreative e sportive all'interno del carcere e cura direttamente il reinserimento sociale e lavorativo dei minori attraverso laboratori, borse di formazione-lavoro, accesso sperimentale ai lavori di utilità sociale. Quest'ultima iniziativa in particolare si pone l'obiettivo di una presa di coscienza da parte del minore delle conseguenze psicologiche e sociali, oltre che giuridiche, delle proprie azioni nei confronti della vittima del reato da lui commesso. Sono attivi inoltre alcuni servizi cosiddetti di "bassa soglia", che agiscono laddove più forte si fa sentire il disagio sociale: tra questi, le équipe di strada e la Boa Urbana Mobile, che operano direttamente a contatto con luoghi e persone a rischio.
"Non incarcerate la mia infanzia" si pone dunque su quest'ultimo percorso, affinché l'incarcerazione dei minori sia limitata a ipotesi del tutto eccezionali, vengano moltiplicate e incentivate le alternative al carcere comunemente inteso e, soprattutto, prevalga in tutto il mondo la coscienza della situazione e dei bisogni particolari dei bambini.

SOMMARIO DI QUESTO NUMERO



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