VACANZE

Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 06/1999

novembre/dicembre 1999





 

 

 


INFO

OGNISKO POLSKIE (COMUNITÀ POLACCA)
Via Ormea 4, 10125 Torino
Alcuni rappresentanti della comunità polacca di Torino si riuniscono qui ogni sabato dalle 15 alle 17. La loro sede non dispone di un numero telefonico, ma saranno lieti di accogliervi di persona per fornirvi informazioni sulle loro attività e sulla Polonia.

AMBASCIATA POLACCA
Via P. P. Rubens, 20 00100 Roma
Tel. O6/322.44.55 Fax 06/321.78.95

CONSOLATO POLACCO DI MILANO
C.so Vercelli, 56 20145 Milano
Tel. 02/48.01.89.78 Fax 02/48.02.03.45

LINEE AEREE LOT
Via V. Veneto, 54 00187 Roma Tel. 06/48.34.48
Via Albricci, 7 20121 Milano Tel. 02/89.01.02.47


 

 
VARSAVIA L'ARABA FENICE
Varsavia è una città nuova e allo stesso tempo antichissima. È nuova perché durante la seconda guerra mondiale quasi l'85% dei suoi edifici fu raso al suolo, come dichiarano crudamente le fonti storiche, e fu interamente ricostruita in tempi davvero eccezionali. Ed è antichissima perché le sue origini datano dal IX secolo, quando Corrado, Duca di Masovia, edificò un castello sul luogo in cui si sarebbe sviluppata la città e vi impose il diritto germanico.
 di Donatella Sasso
Al 1224 risale la prima citazione di Varsavia come villaggio e nel 1596 fu proclamata capitale della Polonia da re Sigismondo III.
Nel corso dei secoli la città, come tutta la Polonia, ha collezionato un numero impressionante di invasioni esterne da parte degli svedesi, ma soprattutto da parte di tedeschi e russi che si alternarono sul territorio polacco quasi regolarmente. Alla fine dell'ultima invasione tedesca, quella nazista, la più crudele e sanguinaria, gli abitanti di Varsavia si trovarono di fronte a un immenso cumulo di macerie materiali e spirituali. La loro reazione fu immediata e sorprendente. Nel giro di pochissimi anni Varsavia riprese l'aspetto di una città viva e funzionante. Non si trasformò, però, interamente in una metropoli innovativa, incurante della propria storia e delle proprie origini. Le periferie e alcune parti limitrofe al centro hanno attualmente l'aspetto rigoroso e razionale delle città moderne, ma il nucleo originario è stato riprodotto esattamente com'era prima della distruzione. Grazie all'aiuto di fotografie, di fonti storiche accurate e anche di alcuni quadri del Canaletto, che rappresentano scene di vita quotidiana della Varsavia settecentesca, le due aree di Stare Miasto e Nowe Miasto hanno ripreso le loro sembianze originarie.
Il tutto produce decisamente uno strano effetto. Da diverse arterie, cariche di traffico automobilistico, si affluisce verso un mondo a sé stante, parzialmente racchiuso da mura in stile medievale, entro cui possono accedere solo i pedoni. Si percepisce chiaramente lo scarto fra la metropoli moderna e uno spazio premurosamente conservato, ma affollato da chiassosi turisti e un po' svuotato della spontaneità e della vivacità degli ambienti in cui la gente vive e lavora quotidianamente. D'altra parte non si presenta neppure come una sorta di parco giochi o di scenografia teatrale gettata inopinatamente in un tessuto urbano estraneo. Questo perché è frutto di un accuratissimo lavoro filologico, originato anche da un forte spirito di appartenenza nazionale, che si è costituito in opposizione alle invasioni, che hanno accompagnato la storia polacca.
Il mito di una Polonia libera e indipendente ha spinto i patrioti ottocenteschi a ripetute insurrezioni contro la tirannide zarista, gli eroi del Ghetto di Varsavia alla resistenza contro i nazisti, gli operai di Solidarnosc agli scioperi generali, che negli anni '80 misero fortemente in crisi il potere sovietico. A questa aspirazione si è affiancato, nel corso del tempo, il mito di Varsavia come nuova araba fenice, capace di risorgere periodicamente dalle proprie ceneri, mutando, pur mantenendo ad ogni rinascita qualche segno del passato.
Oggi, forse, il ricordo più significativo delle lotte risorgimentali è un'enorme statua di Chopin, situata nei Giardini Lazienki. Qui, ogni domenica mattina, tutto l'anno, se il tempo lo permette, vengono trasportati alcuni pianoforti e viene eseguita la sua musica. Chopin non fu solo il grande compositore che tutti conoscono, ma fu un appassionato sostenitore della causa polacca. In esilio a Parigi, dopo l'insurrezione del 1830 contro il dominio russo, non dimenticò fino alla morte prematura le sorti della sua patria e l'appoggiò da lontano.
Più funereo e tragico è il monumento dedicato agli eroi del Ghetto di Varsavia, che tra il 1940 e il 1943 organizzarono un'impossibile opposizione ai loro carnefici. Si trova in un'ampia spianata, attorniata da modernissime case con facciate lisce e bianche, dove un tempo non lontano viveva e lavorava una delle più grandi comunità ebraiche del mondo. È davvero difficile immaginare che proprio in quello spazio vuoto vi erano case affollate e strade strette e animate, in cui la vita quotidiana si trasformò irreversibilmente in terrore e morte.
Non molto lontano si può però visitare il cimitero ebraico, che fu risparmiato dai disastri bellici. Qui è stata girata una scena de Il dottor Korczak, un film molto bello ma poco conosciuto di Andrzej Wajda, che narra le vicende di un noto pedagogista ebreo, che accolse sotto la sua protezione, nei giorni più terribili della persecuzione, un gruppo di orfani e condivise la loro sorte in campo di sterminio.
Il recente passato comunista sta lentamente sbiadendo di fronte alle colorate insegne di fast food e supermercati importati da occidente. Rimangono comunque le sue tracce più evidenti, come il Palazzo del Partito, eretto grazie alle collette raccolte dagli operai fra il 1948 e il 1951, o l'immenso Palazzo della Cultura e della Scienza, che appare come una visione inaspettata per chi arriva a Varsavia con il treno. Uscendo dalla stazione, che è sotterranea, lo si trova di fronte, enorme grattacielo in stile strettamente sovietico, come ce n'è più d'uno a Mosca. La sua imponente figura catapulta il nuovo arrivato in un mondo totalmente diverso, altro, visto fuggevolmente in televisione e il più delle volte solo immaginato.
Il sovrapporsi di tracce storiche lontane, cancellate e poi riscritte, rende Varsavia affascinante, ma anche indecifrabile, forse per la distanza linguistica fra noi e i suoi abitanti, forse per le differenze storiche e di vita quotidiana. Per comprenderla più a fondo non basta visitarla e per questo motivo ho deciso di chiedere delucidazioni ad alcuni amici polacchi di Varsavia, che vivono in Italia da qualche anno.
A loro ho posto la domanda più ricorrente, e forse la più scontata, che di solito assilla i visitatori occidentali giunti dopo il 1989: che differenza c'è fra oggi e prima, la città è cambiata in meglio o in peggio? Certamente qualche decennio fa Varsavia era meno chiassosa, non c'erano i tipici locali un po' kitsch per turisti, non spiccavano lungo le strade le pubblicità che hanno ormai invaso l'intero pianeta e la vita scorreva più lentamente. Si respirava un'atmosfera antica e un po' congelata, ma sicuramente non omologata ai nostri modelli consumistici. D'altra parte la città offriva davvero poco ai giovani così come ai turisti. Esistevano solo ristoranti tradizionali, che tendevano a servire i pasti ad orari determinati e a chiudere molto presto, e mancavano luoghi di ritrovo serali. Oggi ci sono McDonald's e mille altri fast food, le pizzerie italiane aumentano di giorno in giorno e i prodotti stranieri hanno ormai invaso il mercato.
Se per noi la città ha perso quel fascino un po' retrò, che la rendeva sobria e malinconica, per i Polacchi si è invece trasformata in uno scenario di possibilità, che li assimila a noi nei gusti e nei comportamenti, ma soprattutto nella libertà. Nei fatti le differenze fra ieri e oggi non si riducono ad un semplice gioco di superfici, che contrapponga una strada buia e silenziosa ad una sgargiante insegna al neon.
I cambiamenti che hanno sconvolto la vita dei Polacchi, come dei cittadini degli altri Paesi dell'Est, sono più radicali e riguardano prima di tutto l'economia e i rapporti con il mondo del lavoro. Negli anni del potere sovietico circa il 90% della popolazione attiva era dipendente statale, solo i piccoli artigiani potevano lavorare in proprio. La disoccupazione era un fenomeno pressoché inesistente, perché il lavoro non era considerato solo un diritto, ma soprattutto un dovere di ogni buon cittadino. Lo Stato provvedeva a trovare un'occupazione a tutti e garantiva il diritto allo studio ai giovani più meritevoli. Dopo una dura selezione chi accedeva all'Università non doveva sostenere oneri finanziari per completare gli studi. Ancor oggi esiste il numero chiuso in tutte le facoltà, ma sono a pagamento e sono entrate in competizione con gli istituti privati. In passato esisteva un ufficio, che si occupava di trovare un lavoro a tutti i neo-laureati. Questi avevano l'obbligo di accettare l'occupazione assegnata per almeno cinque anni. Chi rifiutava o cambiava lavoro prima del termine, senza autorizzazione, era costretto a pagare una multa. Nessuno soffriva il dramma della disoccupazione ma tutti vedevano il proprio futuro imbrigliato e i propri desideri incatenati dall'apparato burocratico.
Oggi è tutto ribaltato. Il libero mercato si è affermato spontaneamente, immediatamente dopo gli avvenimenti del 1989. Molti, approfittando anche del vuoto legislativo e istituzionale dei primi anni, si sono trasformati in imprenditori e hanno accumulato ricchezze più o meno grandi. Oggi la maggior parte dei giovani aspira ad una libera professione, che permetta di soddisfare tutti i desideri promessi dal consumismo. Alla sicurezza del periodo sovietico, che garantiva a tutti una vita dignitosa, ma priva di grandi aspirazioni, si è affermata la libertà di desiderare e possedere tutto, ma anche di perdere tutto. Grandi ricchezze, improvvise e non sempre legali, hanno come controparte sacche di povertà crescente, che si concentrano presso gli anziani e nelle zone rurali. Al di là di qualsiasi giudizio sul passato e sul presente è chiaro che dopo anni di irrigidimento e stasi si è aperta una situazione mobile e instabile, carica di mutamenti continui, nel bene come nel male.
Nel Film bianco di Krzysztof Kieslowski, uno dei più grandi registi polacchi, l'autore del Decalogo, si assiste alle sventure del buffo parrucchiere di Varsavia emigrato a Parigi e tornato rocambolescamente in patria, che, approfittando di circostanze fortuite e della propria astuzia, nel giro di breve tempo riesce ad entrare nel mondo degli affari. In una delle scene più significative lo si vede aggirarsi euforico nel suo nuovo ufficio, dalle cui finestre occhieggia il Palazzo della Cultura e della Scienza. Il mondo nuovo, arruffato e incerto, si pavoneggia di fronte al potere assoluto e monolitico del vecchio mondo.
Ma questa è solo un'interpretazione personale. Il cinema di Kieslowski è ben più ricco di simbologie e rimandi, spesso indecifrabili e oscuri, così come lo sono per noi la Polonia e Varsavia.
Per andare in Polonia occorre il passaporto.
A Varsavia si arriva in aereo, linea diretta da Milano, altrimenti da Torino cambiando a Monaco, Zurigo, Francoforte o Parigi. In treno o in automobile il viaggio è un po' lungo, ma permette di attraversare e conoscere quasi mezza Europa. In Polonia, per guidare, basta la patente italiana.
La moneta è lo Zloty, vale circa £ 500.
A Varsavia si può trovare da dormire all'ostello della gioventù in Ulica Smolna, 30 (0048-22) 27.89.52 oppure ci si può rivolgere all'Ufficio di informazioni turistiche in Ulica Mazowiecka, 7 (0048-22) 26.64.48, anche se non effettua prenotazioni alberghiere.
Guide turistiche: è molto raro trovare guide dedicate interamente a Varsavia. Ultimamente ne sono state pubblicate due dalle case editrici Excursus e Bonechi. Chi vuole avere informazioni essenziali e aggiornate sulla Polonia in generale può scegliere la guida economica della collana Marco Polo della De Agostini oppure quella del Touring Club.

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